Marino Groovy

6 Novembre 2009

Mai sentita cosa più patetica: neanche un gruppo ska della periferia nord di Livorno sarebbe arrivato a tanto. Certo, un po’ di umiltà non avrebbe guastato… (tipo un “What the fuck am I doing?” la rimbaud-colle-puppe poteva anche dirlo, fermando gli altri gonzi, no?). Vabbe’… Viva Mariano e i Belli Dentro alla Sagra del Baccello!

(Voglio dire: non è che doveva cantare il Pierrot lunaire di Schönberg, doveva entrare sul normalissimo battere di un normalissimo quattro quarti, e invece entra – Dio solo sa come abbia fatto - un quarto e mezzo dopo il battere).

La musica mi fa impazzire

27 Ottobre 2009

A me questo pezzo mi fa letteralmente impazzire. Lo potrei ascoltare duecento volte di seguito senza annoiarmi mai, senza che l’incanto venga meno per un solo istante.

Ma allora, come la mettiamo con Morton Feldman? Secondo me la musica di Feldman parla di questa musica qui, e questa musica qui parla della musica di Feldman. Ma questo evidentemente è un enigma, non chiedetemi di spiegarlo.

Sono orgoglioso di essere stato allievo di Flavio Cucchi, uno dei chitarristi italiani più apprezzati a livello internazionale. Chitarrista dalla tecnica brillante e impeccabile, dal suono pieno e pulito, interprete magistrale di autori come Villa-Lobos, Brouwer e più in generale della musica del secondo Novecento (ricordo, tra i tanti concerti, un bellissimo Cimarron di Henze al ridotto del Teatro Comunale di Firenze), Cucchi appartiene alla felice schiera di chitarristi (tra i quali Paolini, Saldarelli, Borghese, Frosali – questi ultimi tre membri del celebre Trio Chitarristico Italiano – fino a D’Angelo, Del Vescovo e molti altri) uscita dalla prestigiosa Scuola Fiorentina di Alvaro Company, uno dei più importanti chitarristi e didatti della chitarra del Novecento.

Ho studiato con lui all’Istituto ‘Mascagni’ di Livorno dal 1985, anno in cui fu istituita la prima cattedra di chitarra, al 1991, anno in cui mi diplomai, e appartengo perciò alla prima generazione dei suoi ormai tanti allievi ‘livornesi’. A quegli anni risalgono molte esperienze che sono state fondamentali per la mia formazione di musicista e per le quali Flavio ha svolto un importante ruolo di mediatore, su tutte l’attività concertistica con la Guitar Symphonietta: un’occasione per me straordinaria di misurarmi con chitarristi di grande valore e soprattutto con uno dei più importanti chitarristi-compositori del Novecento, Leo Brouwer, che in tante occasioni ha diretto l’orchestra e che mi ha onorato, grazie alla sua infinita disponibilità, di lunghe conversazioni sulla musica contemporanea. Ma un post su Flavio mi offre l’opportunità, oltre che di omaggiare un grande artista in occasione del suo sessantesimo compleanno, anche di riprendere in considerazione alcuni spunti sulla didattica musicale che ho disseminato qua e là in alcuni post di questo blog.

Flavio è stato con me un insegnante molto permissivo, sempre aperto al dialogo e al confronto: pur essendo esigente e rigoroso nella cura degli aspetti tecnici, interpretativi e formali, non mi ha mai imposto la sua visione delle cose ed è sempre stato non solo tollerante verso le molteplici attività che allora coltivavo anche fuori dell’ambito musicale classico (dai gruppi rock agli studi universitari) ma addirittura curioso e interessato ad esse. È stato insomma uno di quei rari insegnanti che comprendono come un ragazzo di vent’anni possa avere anche altri interessi oltre allo strumento musicale, e soprattutto che comprendono che questi interessi ‘altri’ non solo non ostacolano il cammino dell’allievo, ma anzi arricchiscono il suo patrimonio culturale e quindi affinano e rafforzano le sue capacità critiche, analitiche e interpretative. E infatti, anche se poi non ho fatto della chitarra la mia ragione di vita e oggi ho pochissime occasioni di suonarla in pubblico, sono fiero di non appartenere a quella categoria di ex-studenti del Conservatorio che come si suol dire “appendono il violino al chiodo”; per me ancora oggi suonare la chitarra, sia che la suoni per me stesso, per mia figlia, per gli amici o per un qualsiasi altro pubblico, è sempre e sempre sarà fonte di grande gioia. Ecco: per questo, oltre che per molto altro, devo e voglio ringraziare Flavio Cucchi.

Raccolgo con entusiasmo il suggerimento, pervenutomi dal carissimo amico np, di postare qui questa bella canzone di Franco Battiato. Ringrazio anche Psycoberlusk, dalla cui pagina di Youtube è tratto il video, per aver per primo indirizzato ai dirigenti del Pdl la proposta di farne il loro nuovo inno.

 

Che cosa dire del progressive Rock? Ho sempre avuto un rapporto ambiguo con questo sottogenere del Pop. Da un lato ad esso mi lega un sentimento d’affetto, essendo stato parte integrante della mia formazione musicale (c’è stato un momento, attorno ai quindici anni, in cui ascoltavo ore e ore di King Crimson, Yes ed Emerson, Lake & Palmer); dall’altro non posso nascondere una certa repulsione verso alcuni aspetti di questa musica, in particolare per lo sfoggio di virtuosismo (stupido e inutile perché tale solo se paragonato alla media dei musicisti rock, ma ridicolo se confrontato con quello dei musicisti classici – voglio dire, pianisti come Emerson o Wakeman hanno avuto sicuramente dita più sciolte di un qualsiasi altro tastierista pop, ma fanno la figura dei bradipi rispetto a un qualsiasi grande interprete classico, da Claudio Arrau a Radu Lupu). Queste ambiguità si riflettono anche sul piano più strettamente compositivo, che alterna momenti di intenso lirismo e fresca invenzione a cadute nel più squallido kitsch. Ritengo comunque che il prog abbia avuto una grande importanza nella storia della musica pop, della quale ha contribuito ad ampliare referenti e confini. Insieme alla Psichedelia, sua diretta antecedente nella seconda metà degli anni Sessanta, il Progressive ha introdotto nel Pop tecniche, stili e più in generale modi di pensare propri della tradizione colta: la prima guardando soprattutto alle avanguardie degli anni Cinquanta e Sessanta (soprattutto alla musica improvvisata e alla musica concreta ed elettronica), il secondo strizzando l’occhio a un certo Jazz e alla musica classica (in particolare alla tradizione barocca da Vivaldi a Bach, alla scuola nazionale russa e a maestri del primo Novecento come Bartok o Stravinskij).

Le novità da esso apportate riguardano molti aspetti del fenomeno musicale: 1) l’ampliamento dell’organico (alla chitarra, al basso e alla batteria vanno di volta in volta ad aggiungersi le tastiere – dal pianoforte all’organo, dalla celesta al clavicembalo, dal mellotron al sintetizzatore – tutta la famiglia dei fiati e quella degli archi, nonché un nutrito strumentario esotico, dalle più strane percussioni al sitar); 2) il superamento della forma-canzone attraverso il recupero di forme più ampie e articolate come la suite, tipica forma barocca che viene adattata alla pop song trasformandosi in un lungo seguito di canzoni alternate a brani strumentali spesso contrastanti tra loro e senza soluzione di continuità; 3) il prog ha inoltre introdotto l’uso di modi e di strutture armoniche inconsuete e di tecniche strumentali sofisticate. Tutto ciò caratterizza la produzione di innumerevoli gruppi anglosassoni della prima metà degli anni Settanta, tra i quali spiccano Genesis, Van Der Graf Generator, Gentle Giant oltre ai già citati King Crimson, Yes e EL&P, gruppi che hanno esercitato una certa influenza sulla scena europea e in particolare su quella italiana (Orme, Banco e PFM su tutti).

La mia predilezione in questo ambito va ai King Crimson e alla poliedrica personalità del loro fondatore Robert Fripp; se fu lui infatti a inaugurare l’intero movimento ponendosi la domanda “Come avrebbe suonato Hendrix la musica di Bartok?”, alla quale rispose con quel capolavoro che è In the court of the Crimson King, primo album del gruppo, e ancor più con Larks’ tongues in aspic, che contiene un calco del Quarto Quartetto per archi del compositore ungherese, fu ancora lui quello che più di ogni altro nel settore seppe aprire il genere, per vocazione piuttosto chiuso, a istanze avanguardistiche ambient e minimal (su tutte la collaborazione con Brian Eno e le Frippertronics). Fripp è stato anche uno dei pochi musicisti progressive ad aver saputo cogliere i profondi mutamenti culturali in atto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, rinnovando incessantemente lo stile dei Crimson fino alla loro straordinaria ultima incarnazione con Belew, Levin e Bruford, a mio avviso unica formazione prog capace di distinguersi nel nuovo scenario New Wave, tutto imbevuto di istanze punk ed elettroniche decisamente in controtendenza rispetto al genere.

Giovanna Marini

21 Settembre 2009

Che lapsus…! Nel mio post dello scorso 29 agosto su donne e musica mi ero dimenticato di aggiungere una delle musiciste che più ammiro in assoluto: Giovanna Marini. Raffinata chitarrista (fu allieva di Segovia alla prestigiosa Accademia Chigiana di Siena), compositrice di notevolissimi lavori (dalla Cantata profana al Requiem), etnomusicologa rigorosa (fu tra i membri fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano nei primi anni Sessanta e ricercatrice presso l’Istituto Ernesto De Martino, per il quale ha portato avanti un importante lavoro di trascrizione di canti popolari di varia origine), fondatrice e direttrice del coro della celeberrima Scuola di Musica del Testaccio (presso la quale sono stato fortunato uditore, una quindicina d’anni fa, di alcune sue straordinarie lezioni). Insomma, uno degli orgogli della nostra cultura.

Reduce della storica partecipazione ai Ferienkurse di Darmstadt nell’estate del 1958, durante i quali con la sua musica aleatoria mandò a gambero mondo l’universo compositivo coeso e coerente degli strutturalisti europei, John Cage trascorse l’autunno e parte dell’inverno successivi in Italia, a Milano, invitato da Luciano Berio a lavorare allo Studio di Fonologia della Rai. Lì il compositore americano produsse uno dei suoi pezzi più noti, Fontana mix per nastro magnetico, che realizzò andando in giro per la città lombarda a registrare rumori di ogni sorta che vennero poi rielaborati in studio secondo quel metodo di lavoro maniacale che aveva già caratterizzato gran parte della sua opera dalla Music of Changes (1951) in poi (un lavoro massacrante di ore, giorni e mesi che consisteva, in questo caso, nel ritagliare e incollare su porzioni di nastro vergine migliaia di piccolissimi pezzi di nastro, le cui caratteristiche – durata, collocazione, etc. –  erano rigorosamente determinate dal lancio delle monete dell’I Ching). Durante il soggiorno milanese Cage compose anche un’Aria per la stupefacente e versatile voce di Cathy Barberian, all’epoca moglie di Berio, e intraprese in compagnia del compositore ligure una serie di concerti in alcune città italiane. Ma se questi pezzi e questi concerti sono passati alla storia della musica moderna, la presenza di Cage in Italia è passata anche alla storia del costume per la sua partecipazione a Lascia o raddoppia, il quiz di Mike Bongiorno che non ha ovviamente bisogno di alcuna presentazione. La storia del come andarono le cose al riguardo è abbastanza buffa e ha dei curiosi retroscena, svelati per ovvie ragioni da poco tempo. Bisogna dunque sapere che a quel tempo Cage, nonostante fosse un compositore qurantaseienne già internazionalmente affermato, viveva praticamente in uno stato di semi-indigenza (fu solo a partire dal decennio successivo che cominciò ad avere qualche entrata che gli permettesse di vivere un po’ più dignitosamente, grazie soprattutto alla collaborazione con la compagnia di danza di Merce Cunningham); basti pensare che non aveva neanche un vestito con cui presentarsi in televisione (gli fu infatti prestato da Berio) e che la stessa Cathy Barberian dovette rammendargli in fretta e furia una manica scucita dieci minuti prima di entrare in trasmissione. Perciò a Berio e a Umberto Eco, che in quel periodo lavoravano alla Rai, venne l’idea di farlo partecipare al quiz per vedere se riusciva a vincere un po’ di denaro che gli permettesse almeno di tornare negli Stati Uniti  (e forse anche perché Berio si era un po’ rotto i coglioni di tenerselo in giro per casa). Ora, siccome Cage era un esperto di funghi (oltre che di scacchi, anche se a quale livello effettivo, in entrambi i campi, non l’ho mai capito) gli fu suggerito di presentarsi su quella materia, sulla quale in verità si mostrò abbastanza preparato da riuscire a passare le prime serate, durante le quali, tra l’altro, eseguì anche alcuni suoi pezzi aleatori come Water Walk e Sounds of Venice davanti a venticinque milioni di italiani e a un quantomeno perplesso Bongiorno. Giunto così in finale, a Berio e ad Eco venne probabilmente il terrore che Cage potesse cadere sulle domande più difficili, tanto che, senza farsi troppi scrupoli, pare (pare!) fossero riusciti chissà come a passargliele, facendogli vincere cinque milioni, una cifra ragguardevole per i tempi e con la quale sicuramente visse di rendita per una decina d’anni.*

La registrazione delle trasmissioni non l’ho mai vista e credo sia andata perduta o distrutta (anche perché altrimenti Ghezzi, immagino, l’avrebbe mandata in onda come tormentone per qualche centinaio di volte su Blob o su Fuori orario); esiste però una trascrizione integrale dell’audio dell’ultima serata che è stata pubblicata per la prima volta in una antologia di scritti e di testimonianze sul compositore (Aa. Vv., John Cage. Dopo di me il silenzio, Emme Edizioni, Milano, 1978, pp. 51-55) e di cui vi riporto qui sotto le ultime, divertentissime parole:

M. B. Bravissimo, bravo bravo bravo bravo. Bravo bravissimo, bravo Cage. Be’, il signor Cage ci ha dimostrato indubbiamente che se ne intendeva di funghi, perché con le domande che gli abbiamo fatto questa sera c’era di che sudare. Quindi non è stato semplicemente un personaggio che è venuto su questo palcoscenico per fare delle esibizioni più o meno strambe di musica strambissima, quindi è veramente un personaggio preparato. Lo sapevo perché mi ricordo che il signor Cage ci aveva detto che abitava nei boschetti nelle vicinanze di New York e tutti i giorni andava a fare le sue passeggiate e a raccogliere funghi, ed ecco dove ha imparato la sua materia.
J. C. Un ringraziamento… a funghi, e ringraziamento alla Rai, e ringraziamento a tutti genti d’Italia…
M. B. A tutta la gente d’Italia. [applausi ] Bravo signor Cage, arrivederci e buon viaggio, torna in America adesso o resta qui? Do you go back to United States or you stay here? Ah! Ritorna di nuovo, ho capito.
J. C. …mia musica resta.
M. B. Ah! Lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio che la sua musica andasse via e lei restasse qui. [risate e applausi ] Arrivederci signor Cage, arrivederci e buona fortuna a tutti con Lascia o raddoppia.

* Tengo a precisare che si tratta solo e soltanto di un’ipotesi, non avendo a disposizione alcuna prova documentale. I nomi di Berio e di Eco li ho ‘dedotti’ da uno scritto di Alessandro Carrera (Parabola per chi crede nel caso, in: Aa. Vv., John Cage, Milano, Marcos y Marcos, 1998, pp. 34-40) nel quale si dice testualmente che un’impiegata della Rai “aveva sentito dire che un famoso compositore e un importante musicologo, che nel 1958 erano ancora giovani, lavoravano alla Rai e volevano che John Cage continuasse a collaborare con loro allo Studio di Fonologia, erano entrati di nascosto negli uffici di Lascia o raddoppia, avevano copiato le risposte delle domande sui funghi e le avevano passate a John Cage” (ivi, p. 39).

Ciao Mike, salutaci John

8 Settembre 2009

Mike Bongiorno e John Cage a Lascia o raddoppia nel 1959: l’incontro del secolo.

uto

Come molti sanno, il celebre violinista Uto Ughi, in occasione del concerto che Giovanni Allevi tenne in Senato nel dicembre dello scorso anno, imbastì sulle pagine del quotidiano La Stampa una dura polemica nei confronti del pianista piceno volta a ridimensionarne drasticamente il presunto valore. La replica di Allevi non si fece attendere e fu infatti pubblicata sullo stesso quotidiano pochi giorni dopo. I termini della querelle sono facilmente immaginabili da chiunque segua un poco le vicende della musica nel nostro paese, e comunque possono essere sintetizzate in queste rispettive e apparentemente opposte posizioni: 1) Ughi sostiene che quello di Allevi sia un fenomeno abilmente costruito da strategie di marketing che nulla hanno a che fare con la musica, che egli sia in realtà un pianista e compositore men che mediocre e che dunque non meriterebbe tutto quel largo seguito che ha; 2) Allevi ribatte che Ughi è il rappresentante degli interessi di una casta, quella dei ‘musicisti classici’, ormai malata, chiusa, incapace di comprendere la portata rivoluzionaria del suo messaggio artistico e dunque volta unicamente a perpetuare se stessa. Ughi dichiarò inoltre, manifestando una certa acrimonia, che si sentiva tradito e ‘offeso’ – se non proprio personalmente almeno come rappresentante di una categoria di professionisti depositari di una musica di indiscutibile valore, quella della tradizione colta – del fatto che non solo il pubblico, ma le stesse istituzioni avessero accreditato tanta importanza ad Allevi, un’importanza inequivocabilmente suggellata dall’invito ad esibirsi in Senato, invito che fino ad allora era infatti sempre stato rivolto a prestigiosi esponenti del mondo italiano della musica classica. Da parte sua e in sua difesa, Allevi portò le entusiastiche e promiscue folle che si accalcano ai suoi concerti come testimonianza tangibile e inconfutabile del suo trovarsi, per così dire, ‘sulla strada giusta’.

Ora, quello che ad alcuni è sembrato un epico, per non dire epocale, ‘scontro tra due mondi’ a me è apparso come nient’altro che una semplice lite familiare. Più che il grido di un uomo di cultura indignato per la deriva culturale del suo paese, quello di Ughi mi è parso il grido risentito di un padre che rimbrotta il figlio degenere per avergli fatto fare una figura di merda, per aver infangato, per così dire, il ‘buon nome della famiglia’. Insomma, voglio dire: in Senato Allevi si sarà anche presentato con i riccioli di Marcella e le scarpe di Fonzie, ma dirigeva i Virtuosi Italiani, non un gruppo garage punk… E infatti Ughi  pesta un bel merdone quando cerca in tutti modi di sdoganarselo tentando di collocarlo fuori dai confini di quel mondo (il suo) che invece lo ha allevato amorevolmente come un delicato fiorellino di serra. Ha un bel dire, l’Uto nazionale, che Allevi “non sarebbe stato neanche ammesso in Conservatorio”: Allevi in Conservatorio ci ha passato vent’anni (la seconda metà dei quali, peraltro, non in un Conservatorio qualunque ma nel più prestigioso Conservatorio italiano). E infatti, a dispetto dell’immagine da bimbominkia che fa passare di sé, il pianista piceno ha in realtà compiuto una furbissima (e fruttuosissima) operazione di maquillage e di updating: ha preso Mozart, Chopin e Debussy e li ha trasformati in cartoni animati, aggiornando il loro linguaggio a quello degli sms dei giovani di oggi, come a voler dire: “Vedete, signori, questa è l’immagine che oggi la gente ha della musica classica: se vogliamo sopravvivere dobbiamo adattarci”. Va da sé che l’operazione sia riuscita, al contrario di altre simili più volte tentate negli ultimi quarant’anni (dai vari James Last, Stephen Schlacks e Richard Clayderman di turno), perché si è inserita in un vuoto culturale senza precedenti, un vuoto di cui certo non è responsabile la musica classica in sé, ma contro il quale i suoi depositari hanno fatto ben poco, al di là dello sdegnoso sventolamento della loro bandiera e dell’esibizione del loro luccicante blasone.

Allevi a ben vedere non ha fatto altro che rendere il peggior servizio a una madre arcigna e possessiva che si è ingenuamente risentita senza rendersi conto di essere in gran parte responsabile e dunque meritevole di un simile trattamento. Un servizio che poi, forse, non è neanche tutto quel cattivo servizio che si possa immaginare, se – come mi dicono diversi insegnanti – molti ragazzini oggi vogliono andare a studiare in Conservatorio per imparare a suonare i pezzi di Allevi (eh eh eh…).

Il fenomeno Allevi non è altro, insomma, che lo specchio della cattiva coscienza dei musicisti classici, quella falsa coscienza che non si mette mai in discussione, che non si confronta mai con il presente ma che anzi lo nega, la coscienza di chi si sente fuori della storia perché portatore di un messaggio eterno e universale, di un messaggio pronunciato ex cathedra che è sempre e solo unidirezionale, che non ammette alcun feedback di ritorno, che non vuol essere infettato dalle mani sporche degli ascoltatori ma che vuole ostinatamente lasciare intatta tutta la sua purezza in eterno. E allora, caro Ughi, scusami ma se le cose stanno così Allevi te lo meriti tutto.

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Per chi volesse rileggere i due articoli, qui si trova l’intervista a Ughi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39479girata.asp

e qui la risposta di Allevi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39552girata.asp

A chi poi volesse rendersi meglio conto di quanto Allevi abbia disorientato il mondo della musica classica, e di come più in generale i musicisti classici siano incapaci di interpretare e comprendere un fenomeno musicale alla luce delle trasformazioni culturali in atto nella società, potrebbe essere utile la visione di questo video preso da Youtube, nel quale Allevi viene confrontato con pianisti virtuosi e la sua musica ‘elementare’ paragonata alla complessità della letteratura classica, cioè attraverso un confronto tutto e soltanto interno al linguaggio musicale.