Dopo la prèmiere alla Goldonetta di Livorno del 7 maggio scorso, ho diretto per la seconda volta i miei arrangiamenti di dodici canzoni di Syd Barrett al Chapter Arts Center di Cardiff. Il concerto è stato filmato (grazie, Pete!). Per chi volesse vederlo questo è il link:

www.culturecolony.com/videos?id=1025

The Shaggs

16 Novembre 2009

Sono venticinque anni che cerco di scrivere un pezzo così e non ci riesco. D’altronde, per scriverlo, bisogna essere completamente privi di un qualsiasi talento. Dei cretini, insomma. O dei geni.

Sono orgoglioso di essere stato allievo di Flavio Cucchi, uno dei chitarristi italiani più apprezzati a livello internazionale. Chitarrista dalla tecnica brillante e impeccabile, dal suono pieno e pulito, interprete magistrale di autori come Villa-Lobos, Brouwer e più in generale della musica del secondo Novecento (ricordo, tra i tanti concerti, un bellissimo Cimarron di Henze al ridotto del Teatro Comunale di Firenze), Cucchi appartiene alla felice schiera di chitarristi (tra i quali Paolini, Saldarelli, Borghese, Frosali – questi ultimi tre membri del celebre Trio Chitarristico Italiano – fino a D’Angelo, Del Vescovo e molti altri) uscita dalla prestigiosa Scuola Fiorentina di Alvaro Company, uno dei più importanti chitarristi e didatti della chitarra del Novecento.

Ho studiato con lui all’Istituto ‘Mascagni’ di Livorno dal 1985, anno in cui fu istituita la prima cattedra di chitarra, al 1991, anno in cui mi diplomai, e appartengo perciò alla prima generazione dei suoi ormai tanti allievi ‘livornesi’. A quegli anni risalgono molte esperienze che sono state fondamentali per la mia formazione di musicista e per le quali Flavio ha svolto un importante ruolo di mediatore, su tutte l’attività concertistica con la Guitar Symphonietta: un’occasione per me straordinaria di misurarmi con chitarristi di grande valore e soprattutto con uno dei più importanti chitarristi-compositori del Novecento, Leo Brouwer, che in tante occasioni ha diretto l’orchestra e che mi ha onorato, grazie alla sua infinita disponibilità, di lunghe conversazioni sulla musica contemporanea. Ma un post su Flavio mi offre l’opportunità, oltre che di omaggiare un grande artista in occasione del suo sessantesimo compleanno, anche di riprendere in considerazione alcuni spunti sulla didattica musicale che ho disseminato qua e là in alcuni post di questo blog.

Flavio è stato con me un insegnante molto permissivo, sempre aperto al dialogo e al confronto: pur essendo esigente e rigoroso nella cura degli aspetti tecnici, interpretativi e formali, non mi ha mai imposto la sua visione delle cose ed è sempre stato non solo tollerante verso le molteplici attività che allora coltivavo anche fuori dell’ambito musicale classico (dai gruppi rock agli studi universitari) ma addirittura curioso e interessato ad esse. È stato insomma uno di quei rari insegnanti che comprendono come un ragazzo di vent’anni possa avere anche altri interessi oltre allo strumento musicale, e soprattutto che comprendono che questi interessi ‘altri’ non solo non ostacolano il cammino dell’allievo, ma anzi arricchiscono il suo patrimonio culturale e quindi affinano e rafforzano le sue capacità critiche, analitiche e interpretative. E infatti, anche se poi non ho fatto della chitarra la mia ragione di vita e oggi ho pochissime occasioni di suonarla in pubblico, sono fiero di non appartenere a quella categoria di ex-studenti del Conservatorio che come si suol dire “appendono il violino al chiodo”; per me ancora oggi suonare la chitarra, sia che la suoni per me stesso, per mia figlia, per gli amici o per un qualsiasi altro pubblico, è sempre e sempre sarà fonte di grande gioia. Ecco: per questo, oltre che per molto altro, devo e voglio ringraziare Flavio Cucchi.

Giovanna Marini

21 Settembre 2009

Che lapsus…! Nel mio post dello scorso 29 agosto su donne e musica mi ero dimenticato di aggiungere una delle musiciste che più ammiro in assoluto: Giovanna Marini. Raffinata chitarrista (fu allieva di Segovia alla prestigiosa Accademia Chigiana di Siena), compositrice di notevolissimi lavori (dalla Cantata profana al Requiem), etnomusicologa rigorosa (fu tra i membri fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano nei primi anni Sessanta e ricercatrice presso l’Istituto Ernesto De Martino, per il quale ha portato avanti un importante lavoro di trascrizione di canti popolari di varia origine), fondatrice e direttrice del coro della celeberrima Scuola di Musica del Testaccio (presso la quale sono stato fortunato uditore, una quindicina d’anni fa, di alcune sue straordinarie lezioni). Insomma, uno degli orgogli della nostra cultura.

Reduce della storica partecipazione ai Ferienkurse di Darmstadt nell’estate del 1958, durante i quali con la sua musica aleatoria mandò a gambero mondo l’universo compositivo coeso e coerente degli strutturalisti europei, John Cage trascorse l’autunno e parte dell’inverno successivi in Italia, a Milano, invitato da Luciano Berio a lavorare allo Studio di Fonologia della Rai. Lì il compositore americano produsse uno dei suoi pezzi più noti, Fontana mix per nastro magnetico, che realizzò andando in giro per la città lombarda a registrare rumori di ogni sorta che vennero poi rielaborati in studio secondo quel metodo di lavoro maniacale che aveva già caratterizzato gran parte della sua opera dalla Music of Changes (1951) in poi (un lavoro massacrante di ore, giorni e mesi che consisteva, in questo caso, nel ritagliare e incollare su porzioni di nastro vergine migliaia di piccolissimi pezzi di nastro, le cui caratteristiche – durata, collocazione, etc. –  erano rigorosamente determinate dal lancio delle monete dell’I Ching). Durante il soggiorno milanese Cage compose anche un’Aria per la stupefacente e versatile voce di Cathy Barberian, all’epoca moglie di Berio, e intraprese in compagnia del compositore ligure una serie di concerti in alcune città italiane. Ma se questi pezzi e questi concerti sono passati alla storia della musica moderna, la presenza di Cage in Italia è passata anche alla storia del costume per la sua partecipazione a Lascia o raddoppia, il quiz di Mike Bongiorno che non ha ovviamente bisogno di alcuna presentazione. La storia del come andarono le cose al riguardo è abbastanza buffa e ha dei curiosi retroscena, svelati per ovvie ragioni da poco tempo. Bisogna dunque sapere che a quel tempo Cage, nonostante fosse un compositore qurantaseienne già internazionalmente affermato, viveva praticamente in uno stato di semi-indigenza (fu solo a partire dal decennio successivo che cominciò ad avere qualche entrata che gli permettesse di vivere un po’ più dignitosamente, grazie soprattutto alla collaborazione con la compagnia di danza di Merce Cunningham); basti pensare che non aveva neanche un vestito con cui presentarsi in televisione (gli fu infatti prestato da Berio) e che la stessa Cathy Barberian dovette rammendargli in fretta e furia una manica scucita dieci minuti prima di entrare in trasmissione. Perciò a Berio e a Umberto Eco, che in quel periodo lavoravano alla Rai, venne l’idea di farlo partecipare al quiz per vedere se riusciva a vincere un po’ di denaro che gli permettesse almeno di tornare negli Stati Uniti  (e forse anche perché Berio si era un po’ rotto i coglioni di tenerselo in giro per casa). Ora, siccome Cage era un esperto di funghi (oltre che di scacchi, anche se a quale livello effettivo, in entrambi i campi, non l’ho mai capito) gli fu suggerito di presentarsi su quella materia, sulla quale in verità si mostrò abbastanza preparato da riuscire a passare le prime serate, durante le quali, tra l’altro, eseguì anche alcuni suoi pezzi aleatori come Water Walk e Sounds of Venice davanti a venticinque milioni di italiani e a un quantomeno perplesso Bongiorno. Giunto così in finale, a Berio e ad Eco venne probabilmente il terrore che Cage potesse cadere sulle domande più difficili, tanto che, senza farsi troppi scrupoli, pare (pare!) fossero riusciti chissà come a passargliele, facendogli vincere cinque milioni, una cifra ragguardevole per i tempi e con la quale sicuramente visse di rendita per una decina d’anni.*

La registrazione delle trasmissioni non l’ho mai vista e credo sia andata perduta o distrutta (anche perché altrimenti Ghezzi, immagino, l’avrebbe mandata in onda come tormentone per qualche centinaio di volte su Blob o su Fuori orario); esiste però una trascrizione integrale dell’audio dell’ultima serata che è stata pubblicata per la prima volta in una antologia di scritti e di testimonianze sul compositore (Aa. Vv., John Cage. Dopo di me il silenzio, Emme Edizioni, Milano, 1978, pp. 51-55) e di cui vi riporto qui sotto le ultime, divertentissime parole:

M. B. Bravissimo, bravo bravo bravo bravo. Bravo bravissimo, bravo Cage. Be’, il signor Cage ci ha dimostrato indubbiamente che se ne intendeva di funghi, perché con le domande che gli abbiamo fatto questa sera c’era di che sudare. Quindi non è stato semplicemente un personaggio che è venuto su questo palcoscenico per fare delle esibizioni più o meno strambe di musica strambissima, quindi è veramente un personaggio preparato. Lo sapevo perché mi ricordo che il signor Cage ci aveva detto che abitava nei boschetti nelle vicinanze di New York e tutti i giorni andava a fare le sue passeggiate e a raccogliere funghi, ed ecco dove ha imparato la sua materia.
J. C. Un ringraziamento… a funghi, e ringraziamento alla Rai, e ringraziamento a tutti genti d’Italia…
M. B. A tutta la gente d’Italia. [applausi ] Bravo signor Cage, arrivederci e buon viaggio, torna in America adesso o resta qui? Do you go back to United States or you stay here? Ah! Ritorna di nuovo, ho capito.
J. C. …mia musica resta.
M. B. Ah! Lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio che la sua musica andasse via e lei restasse qui. [risate e applausi ] Arrivederci signor Cage, arrivederci e buona fortuna a tutti con Lascia o raddoppia.

* Tengo a precisare che si tratta solo e soltanto di un’ipotesi, non avendo a disposizione alcuna prova documentale. I nomi di Berio e di Eco li ho ‘dedotti’ da uno scritto di Alessandro Carrera (Parabola per chi crede nel caso, in: Aa. Vv., John Cage, Milano, Marcos y Marcos, 1998, pp. 34-40) nel quale si dice testualmente che un’impiegata della Rai “aveva sentito dire che un famoso compositore e un importante musicologo, che nel 1958 erano ancora giovani, lavoravano alla Rai e volevano che John Cage continuasse a collaborare con loro allo Studio di Fonologia, erano entrati di nascosto negli uffici di Lascia o raddoppia, avevano copiato le risposte delle domande sui funghi e le avevano passate a John Cage” (ivi, p. 39).

Due perle di Carla

30 Agosto 2009

Sentite che meraviglia queste due canzoni composte da Carla Bley per Nick Mason. Canta Robert Wyatt (pare dovesse cantarle Antonello Venditti in origine, ma poi purtroppo ’er capoccione’ ebbe un incidente e fu sostituito all’ultimo minuto da questo ignoto cazzone di Canterbury…).

[NOTA DEL 29.9.09: 'sti stronzi hanno rimosso i due video... che palle con questa merdata dei diritti d'autore! ecco, ma se uno fa ascoltare e divulga delle canzoni, ovviamente senza sfruttarle economicamente in nessun modo ma semplicemente ospitandole nel suo blog, non fa pubblicità al loro autore?! che vadano a mori' ammazzati insieme a Brunetta... ODIO IL DIRITTO D'AUTORE, la più grande truffa dell'evo moderno.]

[per la cronaca: le due canzoni in questione, contenute nell'album del 1981 Nick Mason's fictitious sports - solo nominalmente attribuibile al batterista dei Pink Floyd - sono I'm a mineralist e Do ya? ]

Addio a un grande

29 Agosto 2009

savona

Se ne è andato un grande della musica italiana, Virgilio Savona, fondatore e ‘mente’ del Quartetto Cetra, uno dei pochi musicisti che abbiano saputo sintetizzare con perfetto equilibrio approccio ludico e rigore esecutivo, facilità comunicativa e raffinatezza timbrica. Uno che sapeva rendere una stupidissima canzoncina come Nella vecchia fattoria un capolavoro. Ne avessimo, oggi, di musicisti così…

Women and music

29 Agosto 2009

nina

Amo le donne, anche se ovviamente non tutte (e anche se mi fanno schifo le canzoni a loro dedicate da Zucchero e da Fiorella Mannoia). E in particolare amo le musiciste (strano, eh?). Credo fermamente che esse abbiano dato molto non solo alla musica ma all’arte in genere, per quanto la loro piena possibilità di creare e di esprimersi liberamente sia stata, per ovvie ragioni, una conquista recente. Certo nell’ambito della musica colta e del Jazz  si sono distinte soprattutto come interpreti, ma nel Pop sono state e sono tuttora protagoniste assolute. Janis Joplin, Joni Mitchell, Nico, Patti Smith, Kate Bush, Laurie Anderson, Diamanda Galas, Nina Hagen (per la quale ho un’autentica venerazione – il suo Nun sex monk rock del 1982 l’ho letteralmente consumato), Björk: sono soltanto i primi nomi che mi vengono in mente di un lunghissimo elenco senza il quale il Pop semplicemente non sarebbe quello che è. E tra le compositrici più ‘classiche’ le mie preferenze vanno alla jazzista Carla Bley (della quale adoro Fictitious sports, il disco che dedicò – anche se non ho mai capito perché – a Nick Mason dei Pink Floyd), a Meredith Monk e soprattutto alla russa Galina Ustvolskaja, allieva prediletta di Shostakovich, autentica fuoriclasse la cui misteriosa,  sconvolgente opera pongo ai vertici della musica del secondo Novecento accanto a quella dei miei idoli Feldman, Clementi e Wolff. Grandi donne, insomma: belle, brave, sorprendenti, originali, sensuali, enigmatiche, geniali. Le amo.

PS a riascoltare dopo tanto tempo la voce di Nina Hagen in Future is now, tratta appunto dall’album Nun sex monk rock, vado in estasi, ora come allora. Considero questa performance vocale una delle sue più strabilanti ed emozionanti. Meravigliosa Nina.

Beccatevi anche vesto, vai, oggi sono in vena…

El pueblo unido jamás será vencido,
¡el pueblo unido jamás será vencido!
De pie, cantar, que vamos a triunfar.
Avanzan ya banderas de unidad,
y tú vendrás marchando junto a mí
y así verás tu canto y tu bandera florecer.
La luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá.
De pie, marchar,
el pueblo va a triunfar.
Será mejor la vida que vendrá
a conquistar nuestra felicidad,
y en un clamor mil voces de combate
se alzarán, dirán,
canción de libertad,
con decisión la patria vencerá.
Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando: ¡Adelante!
El pueblo unido jamás será vencido,
¡el pueblo unido jamás será vencido!
La patria está forjando la unidad.
De norte a sur se movilizará,
desde el Salar ardiente y mineral
al Bosque Austral,
unidos en la lucha y el trabajo irán
la patria cubrirán.
Su paso ya anuncia el porvenir.
De pie, cantar que el pueblo va a triunfar
millones ya imponen la verdad.
De acero son ardiente batallón.
Sus manos van llevando la justicia
y la razón, mujer,
con fuego y con valor,
ya estás aquí junto al trabajador.
Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando: ¡Adelante!
El pueblo unido jamás será vencido,
¡El pueblo unido jamás será vencido!