Il cosiddetto Rock progressivo
29 Settembre 2009

Che cosa dire del progressive Rock? Ho sempre avuto un rapporto ambiguo con questo sottogenere del Pop. Da un lato ad esso mi lega un sentimento d’affetto, essendo stato parte integrante della mia formazione musicale (c’è stato un momento, attorno ai quindici anni, in cui ascoltavo ore e ore di King Crimson, Yes ed Emerson, Lake & Palmer); dall’altro non posso nascondere una certa repulsione verso alcuni aspetti di questa musica, in particolare per lo sfoggio di virtuosismo (stupido e inutile perché tale solo se paragonato alla media dei musicisti rock, ma ridicolo se confrontato con quello dei musicisti classici – voglio dire, pianisti come Emerson o Wakeman hanno avuto sicuramente dita più sciolte di un qualsiasi altro tastierista pop, ma fanno la figura dei bradipi rispetto a un qualsiasi grande interprete classico, da Claudio Arrau a Radu Lupu). Queste ambiguità si riflettono anche sul piano più strettamente compositivo, che alterna momenti di intenso lirismo e fresca invenzione a cadute nel più squallido kitsch. Ritengo comunque che il prog abbia avuto una grande importanza nella storia della musica pop, della quale ha contribuito ad ampliare referenti e confini. Insieme alla Psichedelia, sua diretta antecedente nella seconda metà degli anni Sessanta, il Progressive ha introdotto nel Pop tecniche, stili e più in generale modi di pensare propri della tradizione colta: la prima guardando soprattutto alle avanguardie degli anni Cinquanta e Sessanta (soprattutto alla musica improvvisata e alla musica concreta ed elettronica), il secondo strizzando l’occhio a un certo Jazz e alla musica classica (in particolare alla tradizione barocca da Vivaldi a Bach, alla scuola nazionale russa e a maestri del primo Novecento come Bartok o Stravinskij).
Le novità da esso apportate riguardano molti aspetti del fenomeno musicale: 1) l’ampliamento dell’organico (alla chitarra, al basso e alla batteria vanno di volta in volta ad aggiungersi le tastiere – dal pianoforte all’organo, dalla celesta al clavicembalo, dal mellotron al sintetizzatore – tutta la famiglia dei fiati e quella degli archi, nonché un nutrito strumentario esotico, dalle più strane percussioni al sitar); 2) il superamento della forma-canzone attraverso il recupero di forme più ampie e articolate come la suite, tipica forma barocca che viene adattata alla pop song trasformandosi in un lungo seguito di canzoni alternate a brani strumentali spesso contrastanti tra loro e senza soluzione di continuità; 3) il prog ha inoltre introdotto l’uso di modi e di strutture armoniche inconsuete e di tecniche strumentali sofisticate. Tutto ciò caratterizza la produzione di innumerevoli gruppi anglosassoni della prima metà degli anni Settanta, tra i quali spiccano Genesis, Van Der Graf Generator, Gentle Giant oltre ai già citati King Crimson, Yes e EL&P, gruppi che hanno esercitato una certa influenza sulla scena europea e in particolare su quella italiana (Orme, Banco e PFM su tutti).
La mia predilezione in questo ambito va ai King Crimson e alla poliedrica personalità del loro fondatore Robert Fripp; se fu lui infatti a inaugurare l’intero movimento ponendosi la domanda “Come avrebbe suonato Hendrix la musica di Bartok?”, alla quale rispose con quel capolavoro che è In the court of the Crimson King, primo album del gruppo, e ancor più con Larks’ tongues in aspic, che contiene un calco del Quarto Quartetto per archi del compositore ungherese, fu ancora lui quello che più di ogni altro nel settore seppe aprire il genere, per vocazione piuttosto chiuso, a istanze avanguardistiche ambient e minimal (su tutte la collaborazione con Brian Eno e le Frippertronics). Fripp è stato anche uno dei pochi musicisti progressive ad aver saputo cogliere i profondi mutamenti culturali in atto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, rinnovando incessantemente lo stile dei Crimson fino alla loro straordinaria ultima incarnazione con Belew, Levin e Bruford, a mio avviso unica formazione prog capace di distinguersi nel nuovo scenario New Wave, tutto imbevuto di istanze punk ed elettroniche decisamente in controtendenza rispetto al genere.
Il massimo capolavoro del Novecento (un mistero italiano)
27 Luglio 2009
Canzoncine
27 Luglio 2009

Che cosa sono le canzoncine? A pensarci bene, sono una cosa un po’ strana… sì, perché se si escludono le filastrocche e le canzoni di tradizione popolare che da secoli si imparano all’asilo (da Girotondo a Fra’ Martino, da Madamadorè a La pecora è nel bosco a Il mio bel castello), si può tranquillamente dire che esse siano state un’invenzione dell’Antoniano. Infatti, se di musica per bambini se ne è sempre scritta nel corso della storia, da Bach a Debussy a Stravinsky, si è sempre trattato di musica strumentale: di esercizi didattici (dai più semplici minuetti di Bach a Les cinq doigts di Stravinsky) oppure di composizioni semplicemente ispirate al mondo dell’infanzia (dalle Kinderszenen di Schumann al Children’s corner di Debussy, da Pierino e il lupo di Prokofiev al Babar di Poulenc). Ma di canzoni espressamente composte per l’infanzia (a parte appunto i più semplici canti popolari), canzoni cioè che ‘parlino’ dell’infanzia e siano cantate dai bambini, non mi risulta ne siano mai state scritte – mi corregga ovviamente chi ne sapesse più di me – prima di quelle dello Zecchino d’Oro, le quali dunque costituiscono, a tutt’oggi in Italia, il grosso del repertorio di questo ‘strano’ genere. Sì, ‘strano’ perché, mentre la letteratura strumentale per l’infanzia riposa sull’autoevidenza della sua natura didattica e propedeutica, non dobbiamo dimenticare che le canzoncine dello Zecchino d’Oro sono state scritte da adulti che si sono dovuti necessariamente fare un’immagine dell’infanzia, costringendo i veri protagonisti di essa – i bambini, appunto – a interpretare per così dire il ruolo di sé stessi. Voglio dire che non sono canzoni scritte dai bambini stessi, come sarebbe accaduto se invece di canzoni fossero stati disegni o poesie, e mancano quindi di quella freschezza che è propria dei disegni, delle poesie o dei movimenti spontanei di danza fatti dai bambini… Ed è per questo motivo che quelle canzoncine risultano spesso mielose, retoriche, talvolta addirittura vagamente perverse; insomma, sembrano cose scritte più per far commuovere le mamme e le zie che per far emergere i tratti più autentici ed essenziali dell’infanzia… Detto questo, non vorrei ovviamente far torto ad alcune delle meglio riuscite tra esse, a quelle poche eccezioni che si sono distinte nell’agone del fanciullino: da Il valzer del moscerino a Quarantaquattro gatti a E… ciunfete nel pozzo (la mia preferita, scritta da Gorni Kramer).
Ora, su questo mare di retorica svetta quel capolavoro assoluto, quell’unicum in tutti i sensi irripetibile che è stato l’album Ci vuole un fiore del 1974, frutto della collaborazione di tre grandi autori: Sergio Endrigo, Gianni Rodari e Luis Bacalov. Ecco, qui siamo lontani anni luce dalla retorica parrocchial-mocciosa dell’Antoniano; qui ci troviamo di fronte a canzoni, peraltro bellissime, scritte non solo per far divertire ma anche per fare riflettere i bambini, sull’onda di quel rinnovamento pedagogico della scuola italiana che proprio in quegli anni si andava profilando e che raccoglieva l’eredità, bella fra tutte, dell’opera inestimabile di Rodari. Napoleone, Un signore di Scandicci, Le parole, Ho visto un prato, Non piangere: piccoli gioielli sempre freschi e attuali che vanno a congiungersi alle altre canzoni dedicate da Endrigo ai bambini in quel periodo (La casa, La marcia dei fiori, etc.). Una stella splendente, insomma, che ancora oggi brilla di luce propria in un settore che, specialmente negli ultimi anni, è andato sempre più inaridendosi e scompaginandosi in una irreversibile deriva.
PS Dimenticavo: anche le sigle dei cartoni animati rientrano bene o male in questa categoria…
Scenderemo nel gorgo muti
13 Luglio 2009
Avevo completamente rimosso l’esistenza di un film in cui Al Bano interpreta Franz Schubert. Devo al fraterno amico e mio carnefice prediletto Michele Faliani il merito di aver recuperato questa perla dalla cloaca dell’inconscio.
PS da notare la finissima e simmetrica distinzione della musica in “canto, armonia e melodia” (cioè come a dire in ‘canto, armonia e canto’) che Bano mette in bocca a Schubert. Dopo Brugiolo, un altro fendente mortale dall’universo lisergico di quegli anni (fine Sessanta – primi Settanta)…
Anthony Reynolds canta Syd Barrett (II)
26 Giugno 2009
Ed ecco le altre sei canzoni che erano rimaste fuori :
Anthony Reynolds canta Syd Barrett (I)
6 Giugno 2009
Ecco sei delle dodici canzoni di Barrett da me arrangiate per voce, pianoforte e quartetto d’archi che sono state eseguite alla Goldonetta di Livorno il 7 maggio scorso, in occasione del primo Cambini Opera Festival. L’ensemble è formato da Anthony Reynolds alla voce, Ornella Cerniglia al pianoforte, Francesco Carmignani e Chiara Morandi ai violini, Andrea Cattani alla viola, Ellie Young al violoncello e me stesso alla direzione (ahimè, scusate, ma un direttore serio era fuori budget…). La qualità dell’audio (preso dalle telecamere) è quella che è (avevo anche portato un minidisc per avere una registrazione più dignitosa ma, nella fretta, ho finito per infilare il microfono nel buco delle cuffie…):
(dimenticavo… un grazie di cuore a Michele Faliani e a Marco Bogi per le riprese e per il montaggio)
Anthony Reynolds, grande voce
8 Maggio 2009

Ieri sera ho diretto uno dei più bei concerti della mia vita. Musicisti superlativi (i violinisti Chiara Morandi e Francesco Carmignani, il violista Andrea Cattani, la violoncellista Ellie Young e la pianista Ornella Cerniglia) e alla voce un Anthony Reynolds (http://www.anthonyreynolds.net/) in gran forma. Il cantante gallese, ex leader dei Jack e ora raffinato solista, ha mostrato doti vocali non comuni: un bellissimo timbro, caldo, pastoso e con una vasta gamma di sfumature espressive, unito a uno stile interpretativo di gran classe. Sono orgoglioso di aver potuto collaborare con lui. Qui sotto potete ascoltarlo e vederlo in un video degli Hollowblue, formazione livornese di grande talento guidata dal caro amico Gianluca Sorace.
La tristezza di essere ‘fratelli di’
28 Marzo 2009

Ve li ricordate i quadri che ritraevano pagliacci, presenti in tutte le case delle famiglie non particolarmente colte negli anni Settanta? Erano i classici quadri-patacca che si compravano a poco prezzo ai mercatini rionali e che risolvevano egregiamente il problema di come riempire la parete di sala rimasta vuota, problema insormontabile per il capofamiglia completamente privo del minimo senso estetico. A me mettevano una tristezza infinita e talvolta, quando erano dipinti male o tirati via, facevano anche un po’ paura…
Ecco, una tristezza simile la provo quando penso ai fratelli di gente famosa, specialmente a quei fratelli, minori o maggiori che fossero, che invece di fuggire a gambe levate verso il polo opposto dell’esistenza rispetto a quello presidiato dal fratello famoso – come hanno fatto quelli un po’ più furbi – hanno cercato disperatamente e in tutti i modi di splendere di luce riflessa emulandone lo stile – finendo così inesorabilmente per diventare campioni del kitsch che sguazzano nelle pozzanghere della vita con stampata sulla faccia un’espressione non tanto diversa da quella del nostro pagliaccio dipinto.
Homo tristissimus tra questi, come si può giudicare dalla foto riportata qui sotto, è senz’altro Franco Tozzi, il fratello di Umberto; pur non essendo certo fratello di un genio, tuttavia il suo album Ecco perché (e il titolo è già di per sé un manifesto) non può competere con gli amori e le glorie del focoso e spavaldo brother. Un altro personaggio triste è Andy Gibb – ve lo ricordate? – il fratellino dei Bee Gees, morto a soli trent’anni per problemi legati all’alcol e alla droga dopo aver avuto un effimero successo nei primi anni Ottanta; era un ragazzo molto bello (come tutta la prosapia dei Gibb) e magari anche dotato, ma come poteva competere con chi, anche avesse scritto solo Stayin’ alive, era destinato a occupare, insieme a Bacharach, Abba e pochi altri, un posto di primo piano nella storia della musica pop del secondo Novecento? (E pensate a questi tre fratelli più grandi che magari hanno anche ‘cercato di aiutarlo’, spingendolo sempre più verso il botro della solitudine…). Ma la palma della tristitia maxima spetta senz’ombra di dubbio a Roger Eno, il fratello minore di Brian. Qui siamo veramente al delirio. Esce fuori all’improvviso partecipando, non si sa in qual veste, nientemeno che alle registrazioni di quel capolavoro del fratello che è Apollo del 1983. Esaltato da questa prima esperienza, Roger ci prova; qualcuno (sia in Inghilterra che qui in Italia) ci crede e gli fa incidere una decina (una decina!) di dischi di un’insulsaggine assoluta, uno più brutto e squallido dell’altro: privi della benché minima idea musicale, suonati male, tirati via… brutti, brutti: Arturo Stalteri in confronto è Bach. Io fra l’altro, durante il servizio civile che svolsi presso l’Arci Nova nei primi anni Novanta, ebbi anche la malaugurata idea di invitarlo a suonare a Livorno con un clarinettista e un violoncellista per i concerti di ‘Musica Obliqua’ che allora coordinavo: arrivò verso le cinque del pomeriggio tutto trasandato, coi capelli unti e un ghigno serio, alle sette aveva già bevuto dodici pinte di birra, suonò briào e durante la cena dopo il concerto svenne sul piatto. Uno spettacolo increscioso…
Insomma, datemi retta: se avete un fratello troppo in gamba scappate, fuggite lontano, dove volete ma lontano: alle Maldive, in Siberia o sull’Isola di Pasqua tra i Moai. Perché se gli rimanete accanto potreste fare la fine di Fréderic Rimbaud, il fratello del grande poeta francese che faceva il cenciaio ad Attigny.
PS Altri aneddoti, curiosità di quegli anni?
PS2 Grazie np.

A forzare il talento
24 Marzo 2009

A volte si tende a forzare un po’ il proprio talento. Franco Battiato per esempio ne La cura, celebre canzone da molti (e soprattutto da molte) considerata nientemeno che la più bella canzone d’amore mai scritta, in un verso afferma di essere in grado di superare le correnti gravitazionali per non fare invecchiare la sua fidanzata. Ora, se si va a vedere che cosa sono le correnti gravitazionali in qualche libro di astrofisica, si scopre che sono forze cosmiche tali da muovere ammassi di stelle supermassicce o addirittura capaci di contrarre il disco di accrescimento di un buco nero. Non so se il musicista catanese sia cosciente di quel che dice, se abbia preso troppo alla lettera il motto latino amor omnia vincit o se sia stato colto da un improvviso delirio di entusiasmo e di onnipotenza; fatto sta che il giorno in cui davvero dovesse decidere di partire alla volta di Sagittarius A, la radiocorrente che si trova al centro della Via Lattea, per prenderla a schiaffi e ‘superarla’ affrontandola a mani nude o con un mestolo e magari incalzandola con una frase del tipo, che ne so, “Stronza! Non ti permetterò di disegnare una sola ruga sul volto di Silvana!” (poniamo che si chiami così la ragazza di cui il nostro è innamorato); ecco, il giorno in cui decidesse di far questo verrebbe letteralmente sbriciolato molti anni luce prima di raggiungere il suo nobile scopo. Bisogna pur che qualcuno glielo dica a Silvana, che magari poverina è lì che aspetta questo straordinario dono promessole da Franco (a proposito di doni, più avanti nel testo si dice anche: “Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono”, e qui il nostro guru pesta un altro bel merdone, dimostrando di conoscere poco le donne – alle quali infatti delle ‘leggi del mondo’ non è mai importato assolutamente un cazzo nulla…).
Un altro che spesso tende a forzare il talento è Renato Zero. Nel testo di Più su, per esempio, altra celeberrima canzone italiana, il Renato nazionale dice di essere arrivato a sfiorare Dio e di essere addirittura riuscito a porgli una domanda. Ora, dico io, ve lo immaginate l’Onnipotente che sente un vago solletico al piede, volge lo sguardo in basso chiedendosi “O chi è che mi fa il solletico?!” e vede Renato Fiacchini vestito da Jolly che vuole fargli una domanda… “Dé, ma ora ciò da fa’, ‘un mi poi rompe’ ‘oglioni ‘osì!” (Dio, se c’è, è sicuramente livornese); “Ma poi, com’hai fatto a arriva’ fin qui?. “Eh, sai, è la forza dell’amore” (che palle, anche lui…), “Ho scazzottato un po’ facendomi largo tra sputi e bave in mezzo ad angeli, arcangeli, potestà, cherubini, su su fino ai serafini, insomma sfondando tutta la gerarchia celeste”. “Ho capito, ma cosa vòi sape’?”. “No, niente, volevo solo sapere perché mi trovo qui se non conosco amore…”. “Dé, e cosa ne so io?! Ora son tutto preso dall’estraterrestri, dell’òmini ‘un me ne frega più un cazzo… vai a fa’ ‘na girata, bello, vai…”.
Insomma, dai, insostenibili, no?!… Come on, boys! Vediamo di tenerlo un po’ più sotto controllo, ’sto talento.
Musica leggera
23 Marzo 2009

Leggete questi versi:
Alle Terme di Caracalla
i Romani giocavano a palla
dopo il bagno verso le tre
tira tira a me che la tiro a te
o con le mani o coi pie’
o questi:
Cade la mela dal melo
la pera dal pero è costretta a cascar
cade la pioggia dal cielo
cadono gli uomini in mar
Sono versi di canzoni di musica leggera degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, un genere di musica che non esiste più. La prima domanda che sorge spontanea a leggere questi versi non può che essere questa: “Ma, erano tutti degli imbecilli, all’epoca?”. No, non erano imbecilli, anche se ascoltavano queste cose nella più assoluta compostezza, senza ridere né pensare che fossero degli scherzi, come invece si penserebbe oggi (oggi si chiamerebbero tutt’al più, con espressione tanto brutta quanto abusata, canzoni demenziali).
Lungi dall’essere una cazzata, penso sia un argomento molto interessante, questo della musica cosiddetta ‘leggera’. Ancora oggi, per esempio, c’è chi usa questa espressione impropriamente, come sinonimo di musica pop. In realtà non c’è niente di più lontano del Pop dalla musica leggera, niente di più ‘pesante’ – pur nel senso buono del termine – di una canzone di De André o dei Virgin Prunes.
Se oggi questo tipo di musica non esiste più, è perché sono venuti meno quei momenti, quei luoghi, quegli aspetti della vita quotidiana da cui essa prendeva vita e di cui era espressione, e cioè lo svago, il divertimento, l’evasione, la spensieratezza, tutte categorie scomparse dalla vita quotidiana attuale (a meno che non si consideri divertimento l’impasticcarsi e il collassare a un rave, o svago il buttarsi di testa da una gru di sessanta metri con i piedi legati). No, oggi i giovani cercano ‘emozioni forti’, senza essere peraltro mai soddisfatti, mentre ai giovani di sessant’anni fa per provare emozioni forti bastava andare a suonare i campanelli alle porte degli sconosciuti. È proprio questa ‘leggerezza’ ad essere venuta meno, quella tenera effervescenza che traspare dalle foto giovanili dei nostri genitori o dei nostri nonni e che ci fa sorridere, quella spensieratezza che ritroviamo in certi volti, in certi vestiti, in certi portamenti, in certe pettinature dell’epoca.