Richard Wright in memoriam

4 gennaio 2009

richard william wright (28 luglio 1943 - 15 settembre 2008)

Richard William Wright (28.07.1943 – 15.09.2008)

 

Le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta

F. Nietzsche, Ecce homo

Il più bel Sol minore di tutti i tempi. È l’incipit di Shine on you crazy diamond, una delle icone musicali del Novecento, uno dei temi musicali più sfruttati in innumerevoli documentari e film – ultimo dei quali Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, in cui commenta alcune tra le più intense scene come nessun’altra musica avrebbe mai potuto fare. Un solo accordo – un Sol minore, appunto – stratificato e lasciato risuonare a lungo, sul quale si ricama una struggente melodia di corno francese sintetico che prepara l’ingresso a un altrettanto leggendario solo di chitarra. Ora, se nella tonalità di Sol minore si nasconde una qualche oscura malia, un segreto che solo le orecchie dei musicisti più sensibili sanno cogliere (non sarà certo un caso se le uniche due sinfonie in minore di Mozart, tra le quali la celeberrima n. 40 K550, sono entrambe in questa tonalità), allora nessun musicista come Richard Wright, compianto tastierista dei Pink Floyd scomparso il 15 settembre scorso, ha saputo conferire al mistero di quell’accordo la forza d’impatto, la statura epica, il potere evocativo insieme sublime e irresistibile che si manifesta nel fade in di apertura di Wish you were here. Per comprendere meglio quel che intendo dire si faccia un paragone con un qualsiasi pezzo progressive più o meno coevo, per esempio Watcher of the skies dei Genesis (da Foxtrot del 1972): qui, al contrario, il tastierista Tony Banks per introdurre il brano sciorina una serie infinita di accordi più o meno complicati (e inutili) che oggi suonano inevitabilmente datati: un saggio da  ottavo anno del Conservatorio, si direbbe, laddove Wright con tre note “scava il cielo”, come avrebbe detto Baudelaire, e la musica ci avvolge e penetra aprendo sconfinati orizzonti emotivi.

Figura enigmatica, schiva e solitaria, Wright è stato il membro della mitica band inglese che più di ogni altro ha contribuito a definire il lato oscuro del suo suono, quella componente ineffabile che magari neanche si avverte a un ascolto superficiale ma che, qualora la si togliesse, renderebbe la musica fiacca e smorta. Se Roger Waters è stato indubbiamente l’‘eminenza grigia’ e David Gilmour l’anima rock del gruppo, Wright è stato quello che, introducendovi la raffinatezza dell’armonia jazz (The great gig in the sky e Us and them su tutte) e le dissonanze della musica sperimentale (la suite Sysyphus da Ummagumma, Quicksilver e Up the Khyber da More), ha fatto dei Pink Floyd un’espressione di musica contemporanea tout court, al di là di ogni rigida distinzione di confini stilistici ed estetici. Con lui scompare una di quelle rare, straordinarie figure di musicista che, con il gesto più carezzevole e l’immagine sonora più evanescente e fugace, riescono a imprimere i solchi più profondi e indelebili nell’anima di chi ascolta. Addio grande, impareggiabile poeta del suono.

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3 Risposte to “Richard Wright in memoriam”

  1. bacci said

    bravo marco.

  2. rino said

    bravo marco. concordo. e non soltanto per questo articolo. grande cosa che tu abbia cominciato a scrivere su un blog. profondità e ironia, uno che vuole di più?

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