Horror vacui

7 gennaio 2009

 

 

Se per Plotino la filosofia non esprimeva altro che una “infinita nostalgia dell’Uno” e cioè, per esprimerci con parole un po’ più aggiornate, l’eterno desiderio di riconciliarsi col mondo; e se Kafka raccomandava come indispensabile, anche all’uomo più sdegnoso e recalcitrante, l’avere una finestrina che finalmente, nonostante tutti gli sforzi in senso contrario, ci avrebbe trascinati verso la concordia umana; ecco, io, per me, provo una nostalgia infinita  di quel piccolo angolino televisivo, di quell’ipnotico momento di sospensione, di quel breve, metafisico monito al silenzio che era il vecchio segnale orario della Rai. Ve lo ricordate? Fino agli anni Ottanta è stato l’ultimo, unico, tenerissimo e strenuo baluardo del silenzio nella nostra chiassosa società. Poi, poco prima che il segnale orario sparisse del tutto, il silenzio si involò anche da lì…

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3 Risposte to “Horror vacui”

  1. gadilu said

    Ottimo contributo. L’evaporazione del silenzio. O, per converso, la saturazione di ogni spazio possibile, preferibilmente con un richiamo alla “merce”.

    Quasi contemporaneamente alla stesura del tuo post, oggi pomeriggio avevo trovato significativo accostare queste due canzoni:

    http://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/01/07/la-distanza/

    Anche in questo caso è possibile parlare di un vero e proprio mutamento antropologico.

  2. Tiziano said

    C’è un’espressione che più di ogni altra rende il vuoto un’immagine: “Abîme des oiseaux” (“Abisso degli uccelli”). E’ il titolo del terzo pezzo, per clarinetto solo, del “Quartetto per la fine dei tempi” di Messiaen, che affermava di averlo mutuato dai testi sacri.
    L’abisso degli uccelli è il luogo della vertigine infinita, dove anche chi vola, angelo demone o uccello, può precipitare in un vuoto indicibile e senza fine. E’ il punto privo di dimensione che in ebraico è chiamato ‘Abaddon’. Per la sua impensabilità può essere evocato in immagine – “Le acque divenute come pietra si nascondono e la superficie dell’abisso si congela”; oppure: “Si lascia dietro una scia di luce; l’abisso pare coperto di bianca chioma” (Giobbe) – oppure intuito attraverso l’esperienza razionale della geometria – “Quand’egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un circolo sulla superficie dell’abisso” (Proverbi).
    La coscienza è solida. La coscienza rifiuta la fluidità del mare – “L’abisso dice ‘Non è in me’, il mare dice ‘Non sta in me'” (Giobbe) – e nega la possibilità dell’abisso stesso – “Davanti [a lei] l’abisso è senza velo” (Giobbe).
    Il compito di tracciare un circolo sulla superficie dell’abisso è, credo, uno dei pochi gesti sacri che ci rimangono. E visto che viviamo tempi in cui niente è meno sacro della religione, della filosofia, dell’arte e della musica, aggrappiamoci al vecchio segnale orario che Marco ci ricorda e offriamogli una silenziosa preghiera o uno sguardo rapito.

  3. Klingo said

    M’hai quasi commosso con quel ricordo. Ed è vero che è forse il più bel pezzo di televisione RAI degli ultimi vent’anni.

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