O questa?

9 gennaio 2009

Mauro Robin Lenzi, Detroit, aprile 3011

Mauro Robin Lenzi, Detroit, aprile 3011

 

Ieri pomeriggio sono andato dal Mago Rocco, sensitivo, rabdomante e pranoterapeuta pistoiese, per la solita consulenza mensile. Dopo avermi tenuto le mani per qualche minuto, il veggente ha chiuso gli occhi ed è riuscito con la sola forza del pensiero a materializzare questa foto, che mostra come sarò nella prossima vita. “Profeta della disco-music del prossimo millennio”, mi ha detto, “sarai portato in trionfo su un enorme carro, accompagnato da un’ovazione plebiscitaria”. Sono uscito dal suo studio in uno stato confusionale, con un mezzo sorriso sulle labbra, un po’ triste e un po’ no…

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18 Risposte to “O questa?”

  1. np (non pervenuto) said

    questo tuo post mi stimola la seguente domanda, sempre a voi, popolo dei musicisti e musicologi intelligenti:

    la bella musica deve essere per forza triste?
    Marco sa il perché di questa domanda. Ne abbiamo parlato anche di recente con un nostro comune amico.

    Voglio dire, allo stesso modo di quello che chiamerò d’ora innanzi il “pregiudizio allevi” (riccioli+occhiali+trasandatezza+magliettine=intellettuale sensibile, fico, al passo coi tempi), c’è a mio giudizio un “pregiudizio muso” per la musica bella e bellissima: dev’essere seria, compassata, un po’ melanconica.
    L’ironia e la comicità, l’allegria e financo la dissacrazione gioiosa, nella musica più che nella letteratura, nella pittura, nel cinema (pensiamo solo al solito Fellini), paiono figlie di un dio minore.
    Questo portò una dark dei miei tempi a dire che i Beatles eran canzonette, e invece i Letal-Vomit (nome di fantasia, archetipo di tutti i gruppi bui che amammo) erano ARTE.

    Il discorso, a voler approfondire, porterebbe lontanissimo, lo so. E lo spazio di un post è inadeguato e inadatto. Infelice, appunto. Però, ecco, qui io testimonierei ancora una volta la ribellione del non-convenzionale alle regole che vogliono la musica “artistica” una musica trista.

    Mauro Robin Lenzi potrebbe diventare un grande musicista, nel mondo parallelo dove vive, NONOSTANTE sia (anche) buffo.

  2. gadilu said

    Interessante, interessantissima questione. Penso peraltro già ampiamente dibattuta in ogni possibile ambito di “estetica” e di “poetica” o di “teoria dei generi”. E certamente non limitata alla musica (solo per fare un esempio: quanti storsero la bocca alla notizia del premio Nobel Dario Fo, considerato poco più di un “giullare”?).

    Insomma. L’arte (per essere tale) ha da esser triste? Pur faticando a sottrarmi al fascino di opere malinconiche e pensose, anch’io tenderei a suggerire – come fa NP – che questa identificazione sia parziale. Se ne trova conferma (fra l’altro) nell’opera di autori considerati grandissimi e tristissimi, ma in realtà molto più grandi allorché quella loro tristezza si rivela (a uno sguardo appena più acuto) una esilarante forma di trascendimento delle stesse opposizione tra tristezza e felicità (alludo a Kafka).

  3. np (non pervenuto) said

    Sì, caro Gadilu, concordo in pieno. Io peraltro pongo qui la questione dello specifico musicale, dell’arte della musica; appunto, in letteratura o in cinema trovo che esempi conclamati di grande arte “allegra” (o almeno apparentemente, o sotto il profilo formale) se ne trovino molti; nel caso della musica contemporanea – intendendo con questo aggettivo tanto la musica pop/rock che quella cosiddetta “colta” (anche qui, ci sarebbe da chiosare) – trovo sia un po’ diverso. La mia domanda riguarda dunque un eventuale aura di serietà della musica “bella”. Sul tuo blog,peraltro, ho provato, come sempre in modo fallimentare, a suscitare QUESTA discussione invitando alla sovrapposizione tra Lagostina e i Cure…

  4. marcolenzi said

    “non so distinguere tra musica e lacrime” dice nietzsche in ‘ecce homo’. La questione è seria, come giustamente osserva gadilu. credo ci sia stata una sorta di rimozione dell’elemento ironico nella musica romantica, soprattutto ad opera dei tedeschi. La cosiddetta ‘grande musica austro-tedesca’ (la linea bach-haydn-mozart-beethoven-schubert-schumann-wagner-brahms), che ha dominato l’ottocento e che sta alla base della modernità (perlomeno di una certa modernità, quella che ha avuto la sua incarnazione novecentesca nella linea schoenberg-berg-webern-stockhausen, perfetta continuazione dell’illustre linea precedente), se si escludono alcuni casi isolati (il solito mozart) in generale ha un piglio grave, serioso e anche quando tende verso il leggero e il faceto lo fa in un modo, goffo o elegante che sia, che ha poco a che fare con l’ironia e la comicità come la intendiamo noi.
    Effettivamente non è facile trovare musica che ‘fa ridere’, ma non è impossibile: rossini ne è forse l’esempio più fulgido, ma anche in satie ci sono esempi di evidente intento umoristico. occorre tuttavia attendere la seconda metà del novecento per avere esempi più numerosi e significativi: nell’ambito della musica colta citerei due nomi su tutti: mauricio kagel, genio assoluto dell’ironia in musica, e cage; nel pop il campione di umorismo musicale è senz’altro frank zappa – qui da noi egregiamente rappresentato da elio – ma quello che io considero il più grande esponente di una concezione umoristica della musica è lo scozzese ron geesin, compositore tanto bislacco quanto geniale, conosciuto più che altro per aver collaborato con i pink floyd (ha scritto le parti per ottoni e per coro di ‘atom heart mother’ e ha fatto un disco con roger waters intitolato ‘music from the body’). il suo pezzo ‘whistling heart’ è un delirio di entusiasmo in musica!
    per quanto mi riguarda, poi, le cose che mi hanno fatto più ridere in assoluto sono state un concerto di tristan honsinger nell’auditorium del mascagni (nel 1982, avevo quindici anni e mi pisciai letteralmente addosso perché ero in prima fila e la sala era gremita) e la lettura delle partiture verbali di davide mosconi, raccolte nel libro ‘lastoriadellamusicadidavidemosconi’, un’inarrivabile apoteosi del nonsense (c’è un pezzo, p.es. la cui partitura dice: “fotografare una persona che dorme mentre scoppia un petardo”).
    al di là di tutto ciò, affrontare la questione sotto il profilo estetico e filosofico (‘che cosa fa ridere nella musica e perché’ o anche ‘perché è così difficile trovare musica che fa ridere’) richiederebbe uno spazio che va molto oltre i limiti di un blog. non so, se avete comunque voglia di parlarne io sono disposto a farlo, qui o in altra sede. la questione, ripeto, mi sembra molto interessante. grazie per averla posta, np.

  5. gadilu said

    @ NP

    Figurati se non avevo colto il senso della “crasi” tra Lagostina e i Cure…

  6. np (non pervenuto) said

    gadilu,
    figurati se mi figuro che non hai colto.
    Non sei tu, a non cogliere, ma tanti altri.

  7. np (non pervenuto) said

    Caro Marco,

    prendo lo spunto dall’omaggio a De Andrè per confrontare questo:

    http://it.youtube.com/watch?v=_E4lAqDcsRY&feature=related

    con questo:

    http://it.youtube.com/watch?v=jCEi24z-e_8&feature=related

    A me sembrano lampanti differenze siderali. Non solo di sensibilità e spessore umano, ma proprio MUSICALI. Le due cose sono forse legate?
    O mi sbaglio del tutto?

  8. marcolenzi said

    non solo non ti sbagli del tutto, ma non ti sbagli per niente. battiato è un musicista infinitamente più preparato. jovanotti è un ‘personaggio’ che sicuramente si è evoluto, anche musicalmente, dai tempi de ‘la mia moto’ o di ‘è qui la festa?’ ma un paragone tra i due non è a mio avviso neppure lontanamente possibile. e poi è chiaro che i versi di de andrè non si confanno per niente al cherubino rapper, mentre battiato ‘ci sguazza’, si vede subito che il primo arranca mentre il secondo è perfettamente a suo agio… che infine i valori strettamente musicali di un brano e lo spessore umano del compositore siano indissolubilmente legati è ciò che vado affermando e sostenendo da anni, con scarsi risultati, tra i musicisti (che controbattono sempre con i classici esempi di un mozart superficiale, un beethoven bisbetico e un wagner stronzo, che a me personalmente non hanno mai convinto del tutto).

  9. Tiziano said

    Una chiosa sulla acutissima domanda-provocazione di np: e la musica importante deve essere per forza seria nei contenuti? E quando parlo di ‘serietà’ intendo più cose: ‘serietà accademica’, ‘impegno’ politico e civile oppure ancora affabulazione esistenziale, competenza culturale e forse altro. In altre parole: Dallapiccola ha più spessore di Poulenc? I Joy Division hanno più spessore di Sergio Endrigo? Il quartetto d’archi ha più spessore dell’ocarina? I Berliner hanno più spessore di Solomon Linda and the Evening?

    http://it.youtube.com/watch?v=mrrQT4WkbNE

  10. np (non pervenuto) said

    cari,

    io parlavo del cherubino anche perché intendevo fare un NESSO tra Jovanotti e Allevi (sempre alla luce del “ricciolo/incolto/intellettual/comòdo”):
    credo ci sia un legame, tra Jovanotti e Allevi.
    L’aria di familiarità musical/esistenziale, questo modo di parlare un po’ sgrammaticato, con vocali sbagliate, e l’idea che si fa “cultura, alla grande, alla grandissima”.
    Questo diventa anche un modo musicale, che io trovo infatti presentare non poche similarità nei due.

  11. marcolenzi said

    carissimo np,
    hai un intuito infallibile: davvero non sapevi che allevi è stato ‘lanciato’ da jovanotti? alcuni anni fa, prima che diventasse famoso, suonava nel suo gruppo e apriva i concerti con qualche sua composizione. è stato proprio il cherubino a promuovere per primo la musica del frescone piceno…

  12. np (non pervenuto) said

    giuro, non ne sapevo nulla.

  13. marcolenzi said

    vedi che non ho fatto male a eleggerti (già da quel dì…) mio consulente musicale privilegiato?
    sei una persona di grande e raffinato gusto. anche per questo ti ringrazio.

  14. np (non pervenuto) said

    @tiziano:

    grazie per avermi fatto conoscere questi fantastici “solomon linda and the evening”!
    Bellissimo. Poi ho anche compreso da dove aveva attinto Paul Simon, in Graceland: c’è una canzone (non ricordo ora il titolo, controllerò quando torno a casa) che è uguale spiaccicata.

  15. Tiziano R. said

    per np:
    La storia di Solomon Linda è tristissima. Il brano che hai ascoltato, “Mbube”, fu inciso da Solomon Linda e il suo gruppo, gli Evening Birds – più brevemente “Evening” – credo negli anni Trenta. Ma Solomon Linda, zulu ai tempi dell’apertheid, fu defraudato del suo brano da quei produttori americani che all’epoca andavano in cerca di ritmi accattivanti per i ballabili di successo. “Mbube” fu infatti portato al successo da Pete Seeger e dal suo gruppo, i Weavers,intorno agli anni Cinquanta. Seeger aggiunse a Mbube un motivetto orecchiabile e confezionò il tutto. Venne fuori la celebre “The Lion sleeps Tonight”. La canzone ebbe subito un successo strepitoso e fu poi ripresa anche dai Token. Ovviamente Solomon Linda morì senza vedere un solo centesimo di diritti d’autore.
    Recentemente la rivista Rolling Stones ha ingaggiato una battaglia legale a proprie spese per restituire agli eredi di Linda superstiti (la famiglia di Linda è poverissima e quasi tutta sterminata dall’Aids) i diritti di uno dei brani più eseguiti in tutto il mondo. Il leone adesso dorme, cantano sempre gli zulu che hanno fatto di Solomon Linda un eroe, ma un giorno si sveglierà…

  16. np (non pervenuto) said

    grazie tiziano, ora mi è tutto chiaro (intendo anche la discendenza del pezzo in Graceland, che come sai fu fatto in Sud Africa da Simon insieme alle comunità nere eccetera).

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