Un nipotino del Bona

16 gennaio 2009

 bimba

 

Anche questo non è male:

 

 

Quando si tenta di descrivere l’avvicendarsi degli eventi sonori in funzione del tempo, nel fare riferimento sia al sistema notazionale che a quello cartesiano molto spesso si privilegiano solo due delle quattro dimensioni in cui si propaga il suono (lo spazio-tempo): la dimensione “orizzontale” e quella “verticale”. Queste non sono ovviamente dimensioni in senso propriamente fisico, quanto piuttosto metafore utili ad isolare e illustrare, in oggetti complessi quali sono quelli musicali, nell’un caso il loro sviluppo nel tempo e nell’altro la loro manifestazione istantanea. Ai fini della descrizione della natura e dell’evoluzione degli eventi musicali, la loro scomposizione analitica in “orizzontalità” e “verticalità” è un espediente che dovrebbe sempre accompagnarsi alla consapevolezza che la ri-composizione delle parti non può restituire (ossia non può “spiegare”) l’evento nella sua originaria integrità, ma offrirne solo un’immagine più o meno fedele. Così ci si può chiedere perfino se abbia senso un discorso sulla orizzontalità della musica separato da quello sulla sua verticalità, se la “separazione” non implichi di per sé una “distorsione”, non induca fin dall’inizio a descrivere non la cosa in sé, ma la sua riduzione a ciò che di essa ci si raffigura.

 

(L. Azzaroni, Canone infinito. Lineamenti di teoria della musica, Bologna, Clueb, 20012, p. 315)

 

Ecco, provate ora a rileggerlo a voce alta immaginando di avere davanti a voi Keith Richards dei Rolling Stones.

 

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13 Risposte to “Un nipotino del Bona”

  1. Lopo said

    Forse con in corpo quello che di solito Richards diventa tutto più chiaro.

  2. Tiziano said

    Azzaroni è un professionista nel vedere labirinti anche (anzi soprattutto) dove non ci sono. Sarebbe capace di trovare corrispondenze geometriche arcane nella sequenza dei nomi della formazione del Livorno ed è uno specialista ineguagliato di una tecnica purtroppo piuttosto comune nelle pubblicazioni di musicologia, filosofia in genere, critica letteraria, ecc, tecnica che si potrebbe chiamare “analisi con pentimento”. Potremmo pensare a un titolo, tipo “Il coccodrillo di Dedekind”.

  3. marcolenzi said

    sì ma perché tutto questo? nessuno ce lo spiega. io penso – e non mi riferisco in particolare ad azzaroni – che ci sia un’intera categoria di musicologi che sono compositori (o musicisti) frustrati, persone alle quali qualcosa, durante l’adolescenza, “è andato storto”… una sindrome del genere potrebbe essere descritta più o meno così: “io avrei voluto tanto fare il compositore, ma siccome qualsiasi cosa scrivessi non mi lasciava soddisfatto, anzi mi deprimeva oltre ogni limite accettabile, ho dovuto in qualche modo ripiegare su un surrogato. ora, siccome questo surrogato fondamentalmente lo detesto, allora la mia rivincita, la mia rivalsa, consisterà in questo: erigermi a custode di un patrimonio di inestimabile valore (la letteratura musicale) e controllare la tessera d’ingresso a tutti coloro che impudentemente vorrebbero accedervi”. con il penoso risultato che questi signori rimangono infine soli nel mezzo di quintali di inutili, oziose analisi tassonomiche (per scoprire quel ‘segreto’ dei compositori che a loro la musica, cattiva, non ha rivelato) e i giovani (o almeno tanti giovani) rinunciano disgustati ad approfondire un aspetto della musica – quello teorico e analitico – che invece, se avvicinato ‘alio modo’, potrebbe dare frutti molto positivi.

  4. np (non pervenuto) said

    In questo caso, tuttavia, caro Marco, non credo che esista un problema specifico della musica. La musicologia è come la critica d’arte, o – peggio – la filosofia dell’arte per l’arte; o la critica letteraria per la letteratura, ecc.
    C’è sempre uno scarto, e si può spiegare tutto in termini di frustrazione. Persino nella gastronomia, i cuochi accusano i critici di essere appunto delle nullità non tanto perché ignorino i processi creativi, quanto perché (e qui è paradossale) non li praticano.
    Ora, però, delle due l’una: o la critica è inutile, oppure ci sono buoni e cattivi critici. Alla prima tendenzialmente inclinerei, salvo che però non saprei spiegare perché, dacché esiste arte, esiste critica, che pare dunque una tendenza connaturata al genere uomo.
    Insomma, alla fine, gli artisti devono tenersi i critici, e i critici devono tenersi gli artisti: ottusità e ingenuità sono i poli interfacciali di un elemento unico, quello dell’agire umano in ogni sua manifestazione.

    (urca, questa è venuta proprio bene, dire bene delle banalità è sempre un bel dire, e il critico ci sguazza).

  5. Tiziano said

    La frustrazione spiega a mio avviso solo in parte (seppure quantitativamente importante) il fenomeno. Credo vadano presi in esame altri due aspetti: 1) la tendenza antropologica all’esoterismo delle nostre culture, che ha molto a che vedere con una certa crisi d’identità e col piacere greve di sentirsi tra una qualche tipologia di ‘eletti’ (e questo può essere dovuto in effetti anche a un qualche tipo di frustrazione); 2) la confusione tra l’esperienza dell’analisi, che è un’esperienza di tipo razionale e scientifico, e l’esperienza astratta che è, o dovrebbe, essere sempre alla base dell’arte. Purtroppo molti critici hanno fiducia che si possa spiegare la seconda con la prima. Di per sé la faccenda dovrebbe far ridere se non fosse che sono molti a scrivere cose del tipo:

    “la struttura ricorsiva con la quale si susseguono le settime artificiali spezzate configura il desiderio di mettere in crisi la tendenza inesorabile del materiale sonoro all’entropia […] e SPIEGA (!) il carattere drammaticamente conflittuale del brano”.

    Oppure:

    “Di fatto, è impossibile concepire un’opera d’arte senza ipotizzare l’esistenza e la possibile comprensione di un messaggio in essa contenuto, cosa che presuppone l’esistenza di un linguaggio comune tra l’artista e coloro che si avvicinano alla sua opera; questo linguaggio, necessariamente, va RIVELATO, studiato, compreso a pieno: SOLO DOPO (!!!) potremo capire l’opera d’arte”.

  6. marcolenzi said

    @ np
    no, figuriamoci se penso che la critica sia inutile… è utilissima! credo dunque che ci siano buoni e cattivi critici. “in ogni poeta si nasconde un critico” diceva baudelaire, e cosa sarebbe stata la pittura francese senza le sue acutissime osservazioni? no: abbiamo avuto dei critici che sono stati dei geni, da panofsky a longhi a rosenberg. e sono stati dei grandi proprio perché hanno fatto i critici, e cioè hanno CAPITO (cioè AMATO PROFONDAMENTE) le opere d’arte e sono stati capaci di farle capire e amare agli altri. Il problema è proprio questo: che capire un’opera d’arte, come dice giustamente tiziano, non significa affatto SPIEGARLA, ma semmai coglierne il SENSO… perciò trovo ridicoli e insopportabili coloro che intendono esercitare la critica di un’opera d’arte mostrando com’è fatta, scomponendola in mille pezzi alla ricerca del principio unificatore che li tiene uniti. sarebbe come voler capire un essere umano (perché le opere d’arte sono come persone, hanno una LORO ‘personalità’) descrivendone l’anatomia e la fisiologia e lasciando fuori la psicologia, che è invece essenziale allo scopo.
    i più grandi critici, ribaltando l’espressione di baudelaire, sono sempre stati dei poeti, hanno sempre cercato di cogliere e restituire l’afflato poetico che anima un’opera d’arte nel rispetto assoluto del suo mistero e del suo fascino.

  7. np (non pervenuto) said

    Perfetto, condivido in pieno.
    E, per dimostrare di essere un filosofo preparato, ricorrerò alla distinzione che fa Kant tra aggregato e organismo:
    l’opera (d’arte, ma come sai io amo dire OGNI opera frutto di ingegno) è un organismo, non è un aggregato.

  8. rino said

    problema generale, direi. ci sono giradischi, preamplificatori, sistemi di altoparlanti che suonano bene e altri male. generazioni di ingegneri persi tra dozzine di oscilloscopi a misurare i quanti, arrivare alla risposta, 42 ovviamente, e non ricordare più la domanda.
    è che una volta fatta la maionese, l’olio non c’è più, e neanche l’uovo e il limone e il sale: c’è la maionese e non si torna più indietro.

  9. marcolenzi said

    chiaro come il sole. grazie rino.

  10. Tiziano said

    Tutto giusto. E infatti il problema è la confusione che alcuni fanno tra esperienza razionale dell’analisi (scientifica) e esperienza estetica (astratta): se io analizzo la maionese POSSO SCOPRIRE che è fatta con l’olio (e scopro anche se ho usato l’olio buono oppure no), l’uovo, il limone e il sale. Posso anche scoprire se è più o meno genuina, costosa, elaborata, ecc. L’analisi, per scopi concreti di misurazione e categorizzazione, assolve al suo compito. Ma in base all’analisi non posso rendere conto dell’esperienza, estetica, della maionese. Non credo sia lecito SPIEGARE attraverso un’analisi un’esperienza estetica. Ovvio che è lecito congetturare che la maionese di Runz (ristorante alsaziano di Parigi dove ho assaggiato la più buona maionese della mia vita) è così buona a causa dell’uso sapiente di una certa dose di aceto di sidro di mele. Non è lecito, semmai, formalizzare una regola di corrispondenza tra la geometria del risultato analitico e il regno brumoso e indistinto che abitiamo quando abbiamo un’esperienza estetica.

  11. rino said

    tenderei a ipotizzare la possibilità, ma anzi la necessità, di una sintesi tra le due posizioni, in cui l’analisi scientifica tenti di trovare la spiegazione dell’esperienza estetica. altrimenti avremmo sempre zeus a tirarci i fulmini.

    e aproposito di cucina, vi consiglio il blog di dario bressanini, “la scienza in cucina” [http://tinyurl.com/5bvoq5].

  12. Tiziano said

    Per rino:
    un approccio scientifico, e l’analisi ne è un aspetto, non può far altro che misurare, definire, catalogare, categorizzare. La cosa non è buona né cattiva: c’è una parte della nostra vita, ad esempio la quotidianità o l’elaborazione di una tecnica e di un linguaggio, in cui è necessaria. Ma, penso, l’esperienza estetica comincia dove finisce l’esperienza scientifica e le due cose sono del tutto irriducibili l’una nell’altra. E’ possibile, per esempio, approcciarsi analiticamente al linguaggio musicale ma è impossibile farlo con l’opera d’arte musicale (e così per le altre arti). Bressanini nel suo blog, che leggo assiduamente con grandissimo piacere da moltissimo tempo, si approccia analiticamente alla tecnica e al linguaggio culinario. E dato che è uomo di finissimo intelletto e buon senso non si sogna neppure lontanamente di spiegare l’esperienza estetica di una tartina al burro della Alta Engadina attraverso lo studio analitico dello spettro gustativo dei fermenti lattici impiegati nella sua preparazione.

  13. rino said

    l’approccio scientifico avrebbe il dovere, oltre che di misurare, di correlare, cosa fondamentale per capire.
    in ogni caso, per quanto questo ci possa allontare dalla poesia, sono convinto che l’esperienza estetica abbia comunque causa e fondamento in una dozzina di proteine e qualche ormone. è solo questione di tempo, per quanto già qualche risonanza funzionale qualcosa ci abbia fatto vedere.

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