Florian Schneider lascia i Kraftwerk

18 gennaio 2009

 

florian

Un paio di giorni fa ho letto da qualche parte che Florian Schneider ha lasciato i Kraftwerk. Com’era da aspettarsi, dato il ben noto riserbo che da sempre avvolge la band, non è stata rilasciata alcuna dichiarazione al riguardo da parte del diretto interessato. Il membro più misterioso del più misterioso gruppo nella storia del Pop pone così fine, dopo quarant’anni di attività, a una delle avventure più affascinanti e originali della musica moderna. Formatisi nel clima sperimentale del progressive rock tedesco dei primi anni Settanta, i Kraftwerk hanno elaborato un’idea di musica la cui influenza sul Pop successivo è paragonabile a quella esercitata dai Beatles o da Bob Dylan. Con soli sei dischi (da Autobahn del 1974 a Electric café del 1986, passando per Radioactivity, Trans-Europe express, The man-machine e Computer world) il quartetto di Duesseldorf ha rivoluzionato la canzone pop ridisegnandone la  forma e la struttura sulla base di rigide coordinate geometriche e introducendovi le esperienze della musica elettronica colta e del minimalismo. Anche i testi, ridotti al minimo livello semantico, epurati di ogni inflessione espressiva e trattati come puro materiale sonoro, hanno subito radicali innovazioni. Perfetta incarnazione sonora delle istanze messianiche che animavano alcune correnti artistiche d’avanguardia del primo Novecento, dal Costruttivismo russo al Neoplasticismo, la musica dei Kraftwerk si consegna così alla storia con un’aura di perfezione classica, monumento imperituro all’inesaurita e inesauribile ricerca del nuovo.

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8 Risposte to “Florian Schneider lascia i Kraftwerk”

  1. np (non pervenuto) said

    Mi è venuta in mente una cosa, stasera. Non è strettamente legata a questo tuo post, Marco. Ma vorrei lo stesso esprimermi, in forma di domanda. Guardando lo show di Obama, il suo insediamento alla Casabianca, con artisti e musicisti, mi è venuto in mente questo:

    non sarà forse che l’egemonia mondiale (economica, culturale, politica, ecc.) degli USA dipenda dalla loro musica?
    Dico bene: DIPENDERE.
    Non sarà che il pop americano, quella commistione di blues, soul, country, abbia interpretato lo spirito dei tempi meglio che ogni altra espressione umana, e dunque abbia persuaso il mondo della bontà del terreno in cui è sorto?

    Magari è una cazzata, l’ho scritta così, di getto.

  2. Lopo said

    L’importanza dei K, post-Autobahn è indubbia. Personalmente però continuo a preferire il loro periodo che mi piace definire “pastorale”: quello del primi 3 dischi (“Kraftwerk”, “Kraftwerk 2” e “Ralf & Florian”) quando erano ancora un duo (appunto Schneider con Hutter, a questo punto rimasto l’unico membro storico ancora parte del gruppo).
    Tra quei primi LP e quelli successivi, anche se “Autobahn” è di evidente transizione, ci sono svariate differenze. Tanto da portare Ralf e Florian a non sentirli più propri, e a cancellarli dal catalogo (fino a poco tempo fa, non so se è ancor così, in CD si trovavano solo edizioni pirata registrate direttamente dai 33 giri – le più note sono quelle dell’etichetta Germanofon).
    Innanzi tutto la strumentazione, ancora elettroacustica: un retaggio degli Organisation, il gruppo antecedente – ma lo spirito ‘jam’ dei primi tempi (splendida questa apparizione alla TV tedesca con uno dei migliori brani del periodo: http://www.youtube.com/watch?v=BgpLAPZEf7Y ) ben presto lascia il campo ad una crescente consapevolezza delle possibilità dello studio di registrazione.
    Poi, l’uso della voce, in pratica del tutto assente fino al famoso “fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn”.
    In summa, c’è un approccio differente nell’identificare la voce della modernità: nei primi tre dischi prevalgono nettamente i paesaggi sonori, senza concentrarsi sulla singola “macchina” e senza identificare con la sola elettromeccanica il “nuovo suono” che distingue i nostri tempi. In più, non ci si ferma ai soli ritmi (anzi, diversi brani sono aritmici), ma c’è quasi un’analisi dello spettro sonoro. Che diventa, alla fine, un’analisi di come l’orecchio dell’homo technologicus ascolta il mondo intorno a sé, anche nei suoi aspetti analogici: il vertice in questo senso è, non a caso, l’ultimo brano di “Ralf & Florian”, “Ananas Symphonie” (http://www.youtube.com/watch?v=sW9vf7U_lOQ – manca purtroppo quasi tutto il finale, che è la parte migliore)

  3. marcolenzi said

    caro lopo,
    dalle tue parole mi sembra di capire che lasci aperta la possibilità che hutter continui sostituendo schneider, come già i due avevano fatto con fluer e bartos. i kraftwerk senza schneider?? al di là del talento insostituibile, non riesco a immaginare i kraftwerk senza la GHIGNA di schneider. davvero, la vedo dura dura… anch’io amo molto i dischi pre-autobahn, ma nel post ho voluto soprattutto evidenziare il posto (scusa il bisticcio di parole) da loro occupato nella storia del pop e l’influenza che hanno esercitato sullo scenario internazionale dagli anni ottanta in poi.

  4. Lopo said

    A quanto pare stanno già andando avanti senza Schneider: secondo Wikipedia all’ultimo tour lui non c’era e ha lasciato il gruppo ormai da novembre (io non sapevo nulla, l’ho appreso da questo tuo post).
    Che ce la facciano davvero è tutto da vedere…

  5. marcolenzi said

    @ np
    bella domanda… difficile rispondere. credo che il concetto generale di ‘pop’, quindi non solo musicale, sia una chiave di volta della modernità. ed è un concetto tipicamente americano: ‘popolare’ da noi vuol dire tutt’altra cosa… per noi la musica popolare è la musica che un tempo si diceva ‘folk’, cioè quella musica legata alle tradizioni e ai costumi di un POPOLO, laddove l’aggettivo ‘popular’ più che a un popolo si riferisce a una massa informe: in questo senso la popular music non è l”espressione musicale di un popolo’ ma la musica ‘gradita ai più’ e quindi pensata per la massa. certo l’impatto del pop statunitense (anglosassone in genere, perché non dobbiamo dimenticare che gli usa hanno subito nel corso degli ultimi cinquant’anni diverse ‘british invasions’) è stato planetario e ha dato un’immagine senza dubbio positiva di quel paese, ma non saprei dire quanto la musica abbia contribuito nel determinare l’egemonia americana sul pianeta. l’argomento è comunque di grande interesse, come tutti quelli da te sollevati. meriterebbe un serio approfondimento.

  6. Io sto con Florian!
    Basta con lo stress, i viaggi da un continente all’altro per smania di denaro, e che dire delle tute con Ralf ingrassato di 20 chili…. Fritz ci stava pure rimettendo le penne.
    Bravo Florian! Hai fatto bene ed io sto dalla tua parte.
    Come ti guardavano male quei musoni quando ornavi di coppola il tuo manichino… o facevi fare marameo al tuo robot… Già Atom tm liedgut è la riprova di tutto ciò.
    Spero di udire presto ancora il tuo irraggiungibile Vocoder…..

  7. marcolenzi said

    ho sentito dire che schneider sta preparando un progetto solista: fantastico, non vedo l’ora di sentire qualcosa di suo.
    ma cos’è ‘atom tm liedgut’?
    grazie e benvenuto, dio onnipotente.

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