rieccoci

28 febbraio 2009

 

Riprendiamo

le trasmissioni

scusandoci

Per l’interruzione

 

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momentary lapse

26 febbraio 2009

 

LE TRASMISSIONI RIPRENDERANNO

IL PIU’ PRESTO POSSIBILE

 

 

 

Un ‘big’ dodicenne (tredicenne, quindicenne – quanti anni ha Marco Carta?) appena sfornato da ‘Amici di Maria De Filippi’, la nuova fucina di talenti musicali degna erede ( 🙂 ) delle cantine cantautoriali degli anni Settanta come il Folkstudio; un altro illustre ‘big’ amico di Gigi D’Alessio con un nome impronunciabile; un emissario del Vaticano: be’, direi che non c’è male…

Certo, che al Festival della Mediocrità vinca la mediocrità è scontato, ma dovrebbe essere altrettanto scontato che, se gara dev’essere, vinca la canzone tra tutte meno mediocre e che nel caso specifico avrebbe potuto essere quella di Patti Pravo o quella di Mario Lavezzi, canzoni che non sono niente di speciale ma che stanno a quelle di Carta e Da Vinci come la Messa in si minore di Bach sta a Roma capoccia di Venditti.

Con Carta, tra l’altro, vince un po’ anche il nostro amico Allevi, che nei giorni scorsi aveva espresso sulla canzone del big giudizi assai lusinghieri facendone notare la bontà dell’arrangiamento (insulso e convenzionale quanto altri mai) e della parte chitarristica (letteralmente inesistente – due note compresse e stirate accompagnate da una smorfia del chitarrista).

Bene, direi che su Sanremo può bastare: torniamocene a cose più serie (o forse, a questo punto, doveri dire meno serie?).

 

PS Ah, dimenticavo: il quarto classificato (a Sanremo) è quello in foto.

 

E INFATTI

20 febbraio 2009

 

E INFATTI 

 

(però ora basta: il prossimo post sarà su Ockeghem)

 

 

 

 

 

Rifiutando il metodo Bano

19 febbraio 2009

Al Festival di Sanremo la giuria ha eliminato Al Bano: menomale. Ci scommettete però che sarà uno dei due ripescati dal televoto?

(scusate per il livello basso, eh, ma su certe cose mi ci fisso…)

(boia, lo odio…)

Il tempo delle mele

16 febbraio 2009

il-tempo-delle-mele

Il film fondamentale della mia vita, senza ombra di dubbio.  Fu solo dopo aver visto Il tempo delle mele che cominciai a capire qualcosa, a ‘prendere coscienza’, come allora dicevano le femministe. 1981: quattordici anni, fine delle scuole medie. Nonostante già da un anno avessi intrapreso gli studi musicali, i Kiss e i Rockets ancora oscuravano Sor e Tarrega. La pratica del judo costituiva allora, insieme ai Kiss e alla chitarra, il mio interesse principale. Anche le ragazze, certamente, mi interessavano moltissimo; ma tra me e loro vi era, oltre che l’aria ovviamente, lo scomodo filtro della mia timidezza (e l’imbarazzante assenza di un motorino che mi avrebbe sicuramente facilitato le cose). Ricordo ancora benissimo quel pomeriggio di una fredda domenica d’inverno, una delle tante e uguali, in cui con mio cugino Luca e qualche suo amico aspettammo mezz’ora in fila prima di riuscire a prendere il biglietto in un affollatissimo cinema Odeon. Del film si parlava già da qualche tempo come di un evento sensazionale: era il nostro (nostro?) film, il film degli (e sugli) adolescenti degli anni Ottanta; come avremmo potuto mancare? Il tempo delle mele: doveva essere un film, così ricordo che pensai, sulle feste da ballo nelle case, sui primi amori, sui brufoli e sulle seghe, sulle ritrose e sugli assorbenti, sui motorini e sulle vespe (non sulle moto), sulle ascelle sudate e sui profumi dolciastri e appiccicosi da milleduecento lire a boccetta (che inspiravi dal collo di quella che in fila ti stava davanti a tredici centimetri di distanza e che ti rimanevano nel naso fino a prima di cena, quando fattosi buio rientravi a casa con l’autobus semivuoto e aperta la porta tiravi dritto verso la camerina cercando di ignorare la luce della cucina accesa e gli ultimi secondi della sigla di 90° minuto, riuscendo solo con fatica a pensare che dovevi ancora finire la lezione per il giorno dopo – in genere quelle tre o quattro espressioni matematiche che non tornavano mai oppure il riassunto di quelle sette pagine lette in classe sul problema dell’emigrazione meridionale di cui non ti fregava assolutamente un cazzo nulla oppure ancora gli istogrammi sui prodotti agricoli e industriali del Molise che non potevano e non potranno mai essere studiati separatamente da quelli degli Abruzzi – e quindi in ultima analisi riuscendo solo a pensare al fatto che avresti voluto ucciderti, anche se poi chissà come e perché sapevi benissimo che avresti finito sempre per sopportare, con uno sforzo che ora non riuscirei più neanche a concepire, tutta la nausea e il tedio per un mondo così noioso e prevedibile).

Così insomma entrai e mi vidi tutto il film nel mezzo di una platea strapiena. Provai un’emozione stranissima, che non avevo mai provato prima e che non sarei poi mai stato in grado di descrivere in modo persuasivo: era come se fossi uscito fuori di me e fossi riuscito a guardarmi – un senso di estraniamento totale. Uscito dal cinema perseverai in questa sorta di ottundimento solipsistico mentre, come d’abitudine, io, il mio cugino Luca e i suoi amici facevamo le vasche tra Via Ricasoli e Via Grande per poi infine raggiungere Torricelli, bersi la cioccolata calda con panna e tornarsene a casa ciascuno per conto proprio. E mentre perseveravo in questo stato di cachessia mentale, mentre cercavo inutilmente di lanciare sguardi ammalianti alla ragazza che mi stava venendo incontro e che faceva delle enormi bolle con i sei Big Babol alla fragola che aveva in bocca, in testa cominciarono a insinuarsi e a sovrapporsi al tema del film cantato da Richard Sanderson domande come queste: “Ma che cazzo sto facendo? Cosa cazzo ci faccio qui? Perché mi sono messo queste orrende scarpe a punta?”. Insomma mi posi per la prima volta nella mia vita la domanda metafisica fondamentale, che poi è quella che mi ha fatto uscire dal cerchio magico e terribile dell’adolescenza e che non somiglia per nulla alla domanda metafisica fondamentale che il filosofo tedesco Martin Heidegger invece pone all’inizio dell’Introduzione alla metafisica e che chiede perché in generale vi è l’essente e non il nulla, mentre la mia molto più ambiziosamente chiedeva perché cazzo continuavo a fare le vasche in Via Ricasoli come un imbecille quando era più che evidente che Sophie Marceau non l’avrei beccata MAI.

Ecco: in un momento, in un attimo crollò tutto quel mondo che TV Sorrisi e Canzoni aveva costruito intorno a noi adolescenti dei primi anni Ottanta e mi ritrovai solo, solo come un cane. Così entrai in coma e risuscitai un paio d’anni dopo con in mano la Lettera del Veggente di Rimbaud e le canzoni di Syd Barrett in cuffia mentre suonavo alla porta di casa della mia amica Catia dove sarei entrato dopo pochi secondi e dove avrei trovato, del tutto inaspettatamente, il mio amico Simone Lenzi, che ancora era per me un semplice conoscente piuttosto che un vero e proprio amico ma che di lì a pochissimo sarebbe diventato un mio grande amico e che in quella primissima occasione mi disse pressappoco: “Non mi rompere i coglioni: tieniti pure il judo e la chitarra ma lasciami i poeti maledetti”. E non era soltanto una questione di […]

***

Recentemente ho ritrovato in un cassetto una foto dell’epoca che mi ritrae insieme alla mia amica Veronica [bella, Veronica… dove sei ora?] con la chitarra in braccio e le orrende scarpe a punta di cui parlo nel post. Eccola:

maggio-81

Nota per i chitarristi: nel preciso momento in cui fu scattata la foto stavo suonando l’accordo di la maggiore che si trova nella quarta battuta del Capricho Arabe di Francisco Tarrega (cfr. F. TARREGA, Opere per chitarra. Vol. 3° – composizioni originali, Ancona, Bèrben, 1973, p. 12, primo rigo).

***

Insomma, alla fine lasciai Sophie Marceau a questo strafìo qui sotto (com’era giusto che fosse – come avrei potuto competere con lui su quel terreno?), salutai gli amici e partii per la terra del mio cuore, dove avrei potuto ridurre il Sanderson a un diblasto e dove avrei finalmente beccato la cugina pazza della Marceau, anche lei, come me, fuggita attraverso una porticina secondaria dal baccano della festa.

Chi è il quarto?

14 febbraio 2009

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Facevamo un gioco, io e i miei compagni di studi musicali all’Istituto ‘Mascagni’, il classico passatempo goliardico del ‘chi è il più grande di tutti’: e dunque, dato per scontato che il podio dei primi tre posti fosse già occupato da Bach, Mozart e Beethoven (e anche su questo, cioè sull’ordine della Sacra Trinità, non mancavano discussioni – per quanto mi riguarda ero solo certo che Beethoven occupasse il terzo posto, mentre per il primo e il secondo era un bello scozzo, anche se propendevo più per Volfango che per Giansebastiano…), dunque, dicevo, ci chiedevamo: chi occupa il quarto posto? Qui si animava una bella disputa, perché i candidati erano veramente tanti. Questi, ricordo, i nomi in lizza: Monteverdi (ci eravamo accordati sul fatto che fosse veramente difficile paragonare i compositori precedenti, stabilire p. es. chi fosse il più grande tra Palestrina e Josquin piuttosto che tra Ockeghem e Gesualdo o tra Lasso e Victoria, per mancanza di criteri ‘oggettivi’, cioè per perdita dei riferimenti culturali), Haendel, Schubert, Chopin, Wagner, Debussy e Stravinskij. Ancora oggi, come allora, non saprei decidermi.

Voi che ne pensate? (Potete esprimere la vostra opinione oppure mandarmi allegramente affanculo, visto che ovviamente si tratta di una cazzata – ma a me, se ancora non lo si fosse capito, le cazzate attirano moltissimo).

 

Musica ed emozioni

13 febbraio 2009


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Se c’è una cosa che mi ha sempre infastidito sono le emozioni ‘preconfezionate’, quelle che pare tutti debbano provare di fronte a determinati standard e clichés visivi (il micio paffuto, i due innamorati che si baciano al tramonto, ecc.) o uditivi (determinate soluzioni melodiche o armoniche, p. es. quelle che nelle canzoni coincidono col cosiddetto hook, il momento in cui la canzone “si apre” – l’hook di All by myself, per capirci, è nel momento in cui la canzone pronuncia appunto le parole “All by myself”, esattamente come quello di High di James Blunt è nel momento in cui s’invola il perturbante falsetto che canta le parole “I’m high”, anche se non è detto che l’hook debba per forza coincidere con le parole del titolo o con il ritornello, e men che mai che il suo godimento sia appannaggio esclusivo dei clienti Vodafone). Si finisce così per convincersi che una canzone, per suscitare emozioni, debba avere un hook. Per lo stesso motivo, un film in cui non vi sia una tresca appare noioso. Ma Moon in June dei Soft Machine non ha un hook eppure è una bellissima canzone. E nei film, bellissimi, di Bresson non vi sono tresche amorose. Perché mai non si potrebbero, mi chiedo, provare forti emozioni nel fissare un quadro tutto blu, nello stare a guardare la polvere accumulata sotto un armadio o nell’ascoltare il ronzio di un frigorifero o una successione di accordi dissonanti? La forza persuasiva della retorica, al di là della sua evidente funzione comunicativa e dei trucchetti del mestiere di cui fanno tesoro gli ‘addetti ai lavori’, ha portato con sé una censura estetica e psicologica che vieta al pubblico di provare emozioni in altri luoghi o per motivi diversi da quelli prestabiliti. Da qui deriva, p. es., la tipica espressione “questa musica non comunica niente” che la sconsolata massaia (o il folto gruppo di suoi surrogati) pronuncia di fronte a una musica insolita o mai ascoltata prima.

Insomma, sembra vi siano delle condizioni per emozionarsi. Ma, mi chiedo, provare emozioni è una cosa che si impara? Sono anch’esse parte di un gioco linguistico, per usare un’espressione cara a Wittgenstein? Chi ci insegna a emozionarci, come si impara a provare emozioni? È l’esito di un processo evolutivo che coinvolge tutte le nostre facoltà? O non è piuttosto il sigillo, il marchio, l’impronta della nostra fondamentale apertura al mondo? Non sono forse, le emozioni, declinazioni successive e progressivamente differenziate di un unico, originario stupore di fronte all’esistenza del mondo? Vibrazioni empatiche restituite all’ininterrotto flusso dell’esistenza che non cessa mai di penetrarci?

Ora, la musica è il luogo privilegiato dell’emozione, la forma d’arte che più di ogni altra riesce a suscitarla direttamente, prima di ogni mediazione linguistica. Questa sua straordinaria capacità risiede nel fatto che il suono di per sé possiede un carattere magico e fascinatorio che agisce direttamente sull’anima dell’ascoltatore. Leopardi colse e descrisse perfettamente questo carattere in un passo dello Zibaldone, laddove afferma:

Distinguete suono […] e armonia. Il suono è la materia della musica, come i colori della pittura, i marmi della scultura ec. L’effetto naturale e generico della musica in noi, non deriva dall’armonia, ma dal suono, il quale ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono. Questo è quello che la musica ha di spe­ciale sopra le altre arti, sebbene anche un color bello e vivo ci fa effetto, ma molto minore.

Il suono “ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono”: ma non è questo uno straordinario, stupefacente presentimento del moderno? E non è forse tutto il Novecento un tentativo di restituire la musica al suono, di superare i secolari vincoli retorici e dialettici della musica per liberare la forza arcana del suono nel suo puro e semplice manifestarsi come emozione? Perché allora, mi chiedo ancora e per finire, è così faticoso accettare tutto questo da parte del pubblico? Perché proprio questa emozione, l’emozione originaria che racchiude in sé tutte le altre e dalla quale tutte le altre derivano e si dipartono, è la più rara e la più difficile da provare?

…un veliero…

11 febbraio 2009

…momenti così…

11 febbraio 2009

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