Il futuro (il presente) della musica contemporanea

1 febbraio 2009

Dunque: innanzitutto, che dite, sarà anche l’ora di sbarazzarci di questa ridicola espressione, ‘musica contemporanea’? provate a farne una sorta di spelling, a pronunciarla lentamente: con-tem-po-rànea: non vi viene in mente qualcosa di legato alle onde radio, ai tubi catodici, alla fisica, e più in generale all’immaginario tecnologico? Non vi sembra di sentire un effetto doppler mentre pronunciate questa parola magica?

Ma sì, tutti sappiamo che cos’è la musica contemporanea: è quella musica che fa ‘pling’ e ‘dong’, è la musica strana, quella che almeno una volta tutti hanno sentito, sia pure per sbaglio, accendendo la radio – o addirittura la televisione, se siete cresciuti negli anni Sessanta e Settanta! Oppure, ancora, la musica che vi capitò di ascoltare quel giorno che vi ritrovaste ad assistere a un concerto (ma non doveva essere di musica classica?) in cui a un certo punto il pianista smise di suonare cose sensate e cominciò a dare di matto suonando con ogni parte del corpo dalle due alle seimila note al minuto – o, in alternativa, dalle due alle sei note l’ora con un dito. Ecco: questa è l’immagine che la gente comune ha (o meglio può avere) della musica contemporanea.

Perché sbarazzarci di questa espressione? Non esiste forse più la musica contemporanea? Certo che esiste. Solo che esiste come ectoplasma di un fenomeno artistico che è stato vitale fino alla fine degli anni Sessanta. Che cosa intendo con ‘vitale’? Intendo un fenomeno, per elitario che fosse, di cui comunque allora si parlava, un fenomeno che aveva una sua risonanza culturale, un fenomeno sul quale si scriveva, intorno al quale si era articolato un acceso dibattito. Non era un fenomeno che si esauriva, come invece accade oggi, nell’esecuzione – quasi sempre unica – di brani di determinati autori nel contesto di festival specializzati. Quando Bortolotto nel 1969 pubblicò per Einaudi Fase seconda. Studi sulla Nuova Musica (a tutt’oggi ineguagliato saggio in lingua italiana su questa musica!), i sette compositori italiani ai quali dedicò altrettanti capitoli monografici erano tutti quarantenni, come del resto l’autore. Oggi il quarantenne Alberto Colla può ben essere eseguito nell’Auditorium del Parco della Musica di Roma, magari anche pieno zeppo di gente: il fatto è che poi nessuno ne parla. Nessuno: neanche quel mio caro amico tanto appassionato, come me, di questa musica assurda.

È un problema di Colla, della sua musica? Non lo so, può darsi. Quello che però so per certo è che, sia Colla un genio o no, la sua musica risuona in un luogo morto per un pubblico morto che non può più neanche leggere qualche nota critica sui programmi di sala, visto che è morta anche gran parte della critica musicale. Il problema credo sia innanzitutto nell’obsolescenza di istituzioni come le sale da concerto, i festival e le rassegne concertistiche, e forse anche nel mancato riconoscimento dell’avvenuto superamento storico del ‘grande Concerto con la grande Orchestra diretta dal grande Direttore che esegue la tale grande Opera del tale grande Autore’… Il problema, insomma, è che questa musica, oggi, anche qualora fosse davvero nuova e viva, risuona in luoghi morti o moribondi.

Quale sarà allora il futuro della musica contemporanea? Certo, il rischio della completa estinzione – è inutile negarlo – c’è… Ma prima di far contento quel piteco di Baricco, che come è noto in un saggio apparso qualche anno fa auspicò il recupero della musica alla modernità attraverso il ritorno alla spettacolarità di un Mahler o di un – udite, udite – Puccini, sforziamoci in tutti modi di trovare altre strade. Quali? Eh, questo potrebbe essere l’argomento di un altro post…

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14 Risposte to “Il futuro (il presente) della musica contemporanea”

  1. Tiziano said

    Il male principale che affligge la musica cosiddetta contemporanea, oggi più di ieri, si chiama accademismo. Diciamo, più in generale, che anche i repertori di musica classica che si eseguono nei teatri e negli auditorium mi appaiono ammalati della stessa, gravissima, patologia. Dietro ‘Quella Musica’ si manifestano personaggi ed echi di personaggi che hanno una concezione prevalentemente esoterica dell’arte e che compongono (o eseguono) per gratificare ed essere gratificati da quelli come loro. Anche Berio, mi si dirà, è stato accademico. E’ vero, e accademiche suonano molte sue composizioni, ma ebbe il merito di non avere una concezione esoterica della musica, infatti fu valentissimo divulgatore, fu aperto all’esperienza musicale di ogni tipo e gli capitò (anche)di scrivere, soprattutto per il teatro, musica freschissima e piena di fascino.
    Marco dice di sentirsi un musicista pop. E’ di certo un’espressione provocatoria ma è un dato di fatto che la musica cresciuta lontano dai conservatori, dalle università e dai centri di pratica e ricerca musicale, ‘suona’ quantomeno più autentica e puzza meno di cadavere. Quanto a Baricco: dire che oggi l’arte ha bisogno di un RITORNO a una dimensione spettacolare è come suggerire di iscriversi all’accademia di Saint-Cyr dopo la rivoluzione francese, oppure come aizzare i kulaki urlando “abbasso lo zar”, eufemisticamente si potrebbe parlare di incapacità di cogliere un certo zeitgeist. Baricco lo scrisse in un libello, se non ricordo male, dal titolo “L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin”, che mi suonò allora molto autoreferenziale.

  2. marcolenzi said

    sì, mi ritengo un musicista ‘pop’ – anche se, ripeto, oggi questa parola non significa quasi più nulla di preciso e tuttavia mi piace usarla – per diverse ragioni:

    1. comporre per me significa essenzialmente SCAZZARE. quando compongo non organizzo alcunché ma ‘scazzo’, scazzo come scazzano TUTTI i musicisti pop…
    2. non sopporto l’ambiente musicale ufficialmente ‘colto’. proprio non ce la faccio, è più forte di me… sarà che sono cresciuto col frilli, sarà che sono livornese doc, sarà che sono un irregolare in (quasi) tutti i sensi, ma io proprio non resisto più di cinque minuti con i tizi che ti chiedono, osservando la tua partitura, “come hai ottenuto le note?” (una volta risposi: “me le ha scoreggiate la befana…”)
    3. non scrivo per i musicisti, per i musicologi e in genere per gli ‘intenditori’ (ciò non significa che io scriva, furbescamente, ‘per la gente’ né tantomeno ‘pensando alla gente’)
    4. sono un chitarrista di formazione e i chitarristi pensano pop (cioè non sanno suonare il pianoforte) e hanno un concetto un tantino strambo dell’armonia (guardate cos’ha combinato berlioz…)
    5. sono stato un accanito fan dei kiss (e qui il discorso credo si possa chiudere).

    ecco, mi sembrano cinque buone ragioni per definirmi un compositore pop, anche se molta mia musica non sembra aver nulla a che fare col pop (ma ciò è appunto un’apparenza).
    così, ogni volta che qualcuno mi chiede che genere di musica faccio rispondo sempre “pop senza batteria”.

  3. Sono tendenzialmente allegro.
    Ragazzo direi proprio di no (anche se talvolta mi spacciano ancora per “giovane compositore”).
    Forse non proprio (o non ancora) in coma, pur non avendo una grandissima stima delle mie facoltà mentali residue.
    Verrò comunque qui a curiosare spesso, perché condivido molti dei pareri che leggo. Da lettore, per ora. Poi vedremo. Certo questi spazi sono fondamentali per rispondere, nei limiti del possibile, all’avanzata dell’insignificante.
    Bene anche per il contributo su Feldman (è un invito a conoscerlo di più anche per me…).
    Certo, sarei felice se la befana si ricordasse anche di me, quando sono in crisi su qualche pezzo…

  4. marcolenzi said

    🙂
    caro colombo taccani,
    spero tu non me ne voglia (permettimi di darti del tu, ci siamo conosciuti a livorno tanti anni fa) se ti ho messo insieme a boccadoro e se vi ho definiti in quel modo: a livorno si usano spesso espressioni, come dire, un po’ ‘colorite’ e comunque sempre sopra le righe… è il nostro modo un po’ brutale – ma sempre bonario, credimi – di fare ironia. ho solo voluto citarvi come esempi di compositori colti – pur stilisticamente diversissimi – quarantenni o giù di lì che potrebbero figurare in una ipotetica e aggiornata ‘fase terza’ che purtroppo nessuno mai scriverà.
    sarebbe comunque per me un grande piacere e ti sarei davvero grato se tu volessi contribuire ad alimentare un dibattito, quello appunto sul futuro della musica contemporanea, che a me – e non solo a me – sta particolarmente a cuore. ti saluto caramente scusandomi per la boutade.

  5. Caro Marco,
    personalmente non ho alcun problema a essere citato assieme con Colombo Taccani, che conosco poco ma ho trovato persona gradevolissima quando mi è capitato di incontrarlo a Venezia (non mi è apparso affatto comatoso, anzi). Anch’io non credo di essere ancora in stato di semiincoscienza, ma forse questo devono giudicarlo gli altri, non io.
    Comunque la passione per quel che fai e per la musica in generale che traspare dai tuoi interventi mi pare ben più importante di qualsiasi colorita espressione tu abbia deciso di usare parlando di noi.
    Anch’io seguirò con interesse quel che accade in questo blog, interessante proprio perchè refrattario a qualsiasi accademismo ( ma ti garantisco che il mondo “ufficiale” delle Avanguardie e Nonavanguardie sta sullo stomaco sia a Colombo Taccani che a me).
    un caro saluto da
    Carlo

  6. marcolenzi said

    😀
    grazie carlo, un caro saluto anche a te.

  7. … a questo punto aspettiamo l’allegra uscita dal coma anche di Colla, visto che io e Carlo (che saluto con grande stima) ci siamo materializzati…
    Giorgio

  8. marcolenzi said

    🙂
    sarebbe bellissimo condurre un dialogo a quattro, per quanto se voi vi ho definito ‘comatosi’ io devo ammettere di essere proprio morto stecchito, perché della mia musica non solo non si parla, ma è anche pochissimo eseguita… quindi diciamo che in questo caso farei più volentieri la parte del musicologo da strapazzo piuttosto che quella del compositore di musica ‘pop senza batteria’.
    😉

  9. Caro Marco, innanzitutto ti mando un saluto sperando di incontrarti ancora a Livorno.
    Secondo me il futuro della musica è nel suono, un suono nuovo e diverso da quello che è la tradizione e da ciò che ci hanno prospettato tante teorie della musica del dopoguerra. Anche la serialità e lo strutturalismo appaiono archeologia del suono e trdizionalismi confrontandoli alle possibilità che ci vengono date dalle nuove tecniche di emissione degli strumenti.
    Ascoltare Boulez è come ascoltare Mahler o Schoenberg, dal punto di vista del suono poco cambia.
    Oggi l’accademismo ci costringe a considerare moderna la musica degli anni ’50 ma quella musica era solo complessa ma non diversa.
    Sono le 4.30 del mattino e mi è difficile andare oltre, ti scriverò con più calma prossimamente.
    Cesare

  10. marcolenzi said

    ciao cesare, grazie del contributo.
    sì, sono in linea di massima d’accordo con te: il suono – è ovvio – ha una funzione centrale nello sviluppo delle idee musicali. ma non meno importante, e soprattutto – a mio avviso – indissolubilmente legata a quella del suono, è la questione del GESTO SONORO, del modo cioè in cui il suono è articolato. ho ascoltato molte composizioni ‘nuove’ (nel senso appunto di composizioni che proponevano un ‘suono nuovo’, perlopiù legato alle nuove tecnologie) che però alla fine suonavano ‘vecchie’ per il MODO in cui venivano organizzate e soprattutto perché articolate da una gestualità vocale e/o strumentale legata ancora al passato. è inutile insomma essere super-aggiornati se si è per così dire ‘vecchi dentro’. in questo senso, penso che stiamo assistendo (ed è anche per questo che la musica ‘contemporanea’ sta sfumando nell’inesistenza) al tramonto dell’approccio STRUTTURALE in toto, non solo dello ‘strutturalismo’. secondo me il suono nuovo sarà un suono che non si lascerà organizzare in maniera rigida – ergo, credo che l’improvvisazione (in tutti i sensi POSITIVI del termine, ovviamente) svolgerà un ruolo sempre più importante. ecco perché faccio così spesso, anche provocatoriamente, riferimento al pop: perché penso che aphex twin abbia, in questo senso, le idee più chiare di alberto colla. ma è un discorso molto complesso, ovviamente. ho voluto solo riassumere quei BARLUMI di idee che mi girano in testa da qualche anno. un caro saluto e benvenuto nel blog.

  11. Caro Marco eccomi qua appena alzato….
    E’ assolutamente giusto ciò che dici sulle strutture e lo strutturalismo. Non sono forme o metodi compositivi che possono far evolvere una musica basata sul suono.
    Io ho bisogno di lavorare su determinati suoni e non essere costretto ad usare delle altezze perchè mi sono imposte da una serie……… perchè così non verrà mai ciò che desidero.
    Non sono d’accordo con te sull’improvvisazione. In questo caso si lascierebbe tutto in mano agli esecutori. E la composizione dove è? E poi si tratterebbe di affidarsi alla coscienza e la capacità dell’esecutore.
    Anche l’alea e l’improvvisazione non hanno prodotto che sfumature diverse del post-serialismo. Cage arrivava con l’alea allo stesso risultato sonoro di Boulez.
    E Boulez suona come Debussy, Mahler, Schoenberg…..
    Certo la musica è diversa ma suona così!
    Ascoltai Aphex su tuo suggerimento di mesi fa ma devo dire che vedo un grande lavoro sulle macchine e sul digitale ma non trovo il pensiero nè il superamento del concetto acustico/digitale oggi possibile e futuribile.
    In merito ad Alberto Colla, malgrado uno stile che non sia alla page, devo dire che si tratta di un collega di estremo talento e la sua evoluzione in futuro, in prospettiva, è di sicuro interesse.
    Per finire, secondo me l’unica eredità lasciataci dall’avanguardia è un timido lavoro sul suono.
    Lavoro portato avanti anche dalla scuola spettrale che ritengo degna di nota.
    Ti abbraccio caramente
    Cesare

  12. marcolenzi said

    per improvvisazione intendevo anche un’improvvisazione compositiva, non solo esecutiva: una mentalità, un approccio generale alla musica insomma. giocare, più che ‘costruire’ – ascoltare e immaginare, ‘sentire’ più che ‘progettare’. insomma, intendo qualcosa del genere (tanto con le parole più in là di tanto non si va):

    mentre di questo non saprei proprio che farmene:

    sì certo, gli spettrali hanno fatto cose belle… un po’ di tempo fa. 🙂
    un abbraccio anche a te

  13. Si ma se il brano di Colla ha dei riferimenti storici quello di Graf ha il suono della techno e non mi appartiene. Al di là del suono non vedo un pensiero se non un grande smanettamento sulle macchine, su Logic, su computer.
    Quando Nono usava l’elettronica in “a Pierre dell’azzurro spazio, inquietum” altra roba…….
    Altra roba Time and Again di Murail……..
    Io forse non ho una “cultura” pop ma nemmeno chi ti ho citato.
    Poi sai le cose è come uno le vuole vedere, l’interessante è che tutti noi di nuova generazione abbiamo l’esigenza di andare avanti e proporre qualcosa di nuovo e di diverso.
    E questo è molto bello 🙂

  14. marcolenzi said

    sulla questione del pensiero compositivo ovviamente ci si dilungherebbe troppo; impossibile affrontare il tema qui – mi sento soltanto di dire che il pensiero da solo non basta, occorre saper cogliere quello che una volta si chiamava lo ‘spirito dei tempi’, e non lo si coglie ‘pensando’ ma ‘sentendo’ (vabbe’, ma qui credo sia davvero inutile continuare, ci spingeremmo sempre più in un ginepraio)…
    su nono sono d’accordo con te (anche se, aggiungo, che non avesse una cultura pop è evidente, essendo nato nel 1924 ed avendo composto il canto sospeso nell’epoca in cui quello che aveva da offrire il pop erano poco più che papaveri e papere… in ogni caso so che ammirava hendrix, che aveva scoperto negli ultimi anni); ma secondo me il caso di nono è rimasto un caso isolato anche all’interno dell’ambiente ‘colto’, nonostante abbia influenzato molti compositori. su murail non saprei…

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