Che cos’è il Pop?

5 febbraio 2009

Dicevo in un mio post precedente (Il futuro della musica classica) che il Pop non è più un genere musicale ma è finito per diventare, se si vuole, uno stile, un modo di fare le cose; uno stile che prescinde dalla scrittura e che si fonda su un approccio totalmente empirico e intuitivo al fenomeno sonoro. Ciò non toglie ovviamente che la musica pop possa rielaborare autonomamente alcuni aspetti della tradizione colta occidentale, compresa la scrittura, o svilupparsi secondo strategie di pianificazione complesse. Ma non ha una teoria. Non esiste, né può esistere, una teoria della musica pop analoga a quelle dell’armonia, del contrappunto e della forma che costituiscono il fondamento dello studio della composizione classica. In questo senso, le critiche che di volta in volta gli hanno mosso anche autorevolissimi esponenti del mondo della musica colta, come ad esempio Pierre Boulez, hanno sempre dimostrato, a mio parere, quanto sia difficile cogliere l’essenza e l’identità estetica di questo tipo di musica. Nella fattispecie, Boulez ha accusato più volte il Pop di essere, tra l’altro, troppo limitato da schemi metrici fissi (il quattro quarti) e da piccole forme standard (la canzone), che è un po’ come lamentarsi che in pittura i quadri siano tutti rettangolari (ma è significativo che nelle arti visive ciò non costituisca un problema). Anche Stockhausen ha avuto occasione di lamentarsi del fatto che i musicisti pop (alcuni dei quali – ad esempio Holger Czukay e Irmin Schmidt dei Can – sono stati suoi allievi) non riuscissero a trattare la ‘grande forma’. Quello che i musicisti colti sembrano non capire è che ciò che apparentemente costituisce un limite (la pulsazione costante, il quattro quarti, la forma canzone) è stato in realtà ampiamente riscattato da una ricchezza timbrica che non ha eguali nel Novecento. Il suono del Pop è un suono ormai così infinitesimamente differenziato da rendere del tutto secondaria l’omogeneità ritmica e formale che lo sorregge. Non solo: l’altro, fondamentale aspetto che fa del Pop una perfetta incarnazione per così dire dello Zeitgeist è la sconcertante ampiezza dei suoi referenti culturali, che spaziano dal trash alla filosofia, dal teatro al cinema alla poesia. Per capire quanto diverse possano essere le sue infinite possibilità espressive e le sue matrici culturali confrontiamo due canzoni scritte nello stesso periodo (la fine degli anni Settanta) e nello stesso paese (l’Inghilterra).

Una è questa (Heart and soul dei Joy Division):

l’altra è questa (Time di Alan Parsons Project):

ecco, provate ora a spiegarmi che cosa hanno in comune queste due canzoni, al di là delle analogie metriche e formali (del tutto irrilevanti). (E pensate anche alle difficoltà, secondo me notevoli, che avrebbero molti musicisti ‘colti’ nel produrre un giudizio di valore su Heart and soul in termini di ‘contenuto musicale’, un giudizio cioè che scaturisca da una sua analisi interna).

PS A voler confondere ancora di più le acque potrei aggiungere che personalmente considero Heart and soul uno dei capolavori assoluti dell’intera storia della musica…

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42 Risposte to “Che cos’è il Pop?”

  1. gadilu said

    Bellissimo spunto Marco. Mi piacerebbe davvero che si sviluppasse una riflessione pubblica, su questo, da parte di persone che, come molti qui, s’interessano di musica anche dal punto di vista professionale.

    Intanto una piccolissima nota al margine (la metto là dove tu dici: “E pensate anche alle difficoltà, secondo me notevoli, che avrebbero molti musicisti ‘colti’ nel produrre un giudizio di valore su Heart and Soul in termini di ‘contenuto musicale’”). Notevoli difficoltà le ebbe anche il traduttore dei testi dei Joy Division (in un libro, mi pare edito da Arcana, sulla New Wave) che riuscì a mutare “Heart and Soul” in “Anim’e core”. Lo giuro. Anim’e core.

  2. […] mio fraterno amico Marco mi ha messo la pulce nell’orecchio [QUI]. E allora mi sono ricordato dei miei 17 […]

  3. marcolenzi said

    ahahahah… sì, sì, caro gabriele, lo sapevo, me lo disse un giorno il falorni e la cosa ricordo che mi fece ridere tantissimo! è davvero incredibile… ‘anim’e core’… pazzesco…
    🙂

  4. gadilu said

    E allora, visto che ci siamo, si potrebbe per esempio immaginare che il traduttore di Kant residente in Coteto traduca la “Kritik der reinen Vernunft” con “Seondo me noi si ragiona ‘osì”.

    Ma vi prego, adesso discutete del tema proposto.

  5. da said

    Non sono in grado di ascoltare il pezzo di Alan Parsons, anche se per sommi capi ne ricordo la musica -non mi piaceva, lo ricordo invece come grande ingegnere del suono degli enormi P.F.-. Con Joy Division ho condiviso le mie ansie metropolitane. Non sono in grado di fare confronti, ma ,riportando Galimberti ne “L’ospite inquietante”, posso aggiungere alla domanda del tuo post che: “l’incanto del ritmo nella sua eterna ripetizione non è un modello teorico, ma piuttosto una sfida a vivere fuori dal disegno tracciato dall’idea di progresso infinito, da cui i giovani spesso si sentono esclusi per le difficoltà di prendervi parte. E quando lo sguardo rivolto al futuro si riduce, forte nasce da un lato l’insistenza sul presente, ben rappresentato dal battito ritmato del piede su questa terribile terra, quando un’altra non è promessa, dall’altro il bisogno di tornare indietro, al passato, anzi a quel primitivo ritmo del corpo che, custodendo la prima origine del tempo, apre la speranza di un altro futuro. In questa operazione regressiva…”. Non avrei saputo esprimere meglio il concetto.

  6. marcolenzi said

    caro/a da,
    sì, bello il pezzo di galimberti e giustissimo quello che dice. il problema è che spesso i musicisti di professione, dopo anni e anni e anni di studio della composizione e/o di pratica strumentale, riescono a vedere la musica solo ‘dal di dentro’ e quindi nei giudizi di valore che esprimono i criteri sono soltanto quelli della minore o maggiore complessità formale, minore o maggiore raffinatezza di quella certa soluzione armonica o contrappuntistica ecc. ecc. che ‘heart and soul’ esprima attraverso la musica quel senso di angoscia e desolazione che accompagnava una buona parte della gioventù di quegli anni MEGLIO DI QUALSIASI ALTRA MUSICA, o che ‘time’ di alan parsons sia un pezzo INTERAMENTE costruito a tavolino la cui capacità di veicolare e trasmettere emozioni è inversamente proporzionale al respiro filosofico del tema trattato dal testo (che cioè in poche parole sia, nella sua assoluta impeccabilità e perfezione tecnica, una NULLITA’ TOTALE), è una cosa che sfugge completamente a gran parte dei musicisti ‘classici’. (pensa che una volta, per farti un es., trovandomi a conversare con un insegnante del conservatorio di milano mi sentii dire che il liscio sarebbe superiore alla disco-music perche – parole testuali – “prevede la modulazione”). e non ti dico cosa venne fuori quando, durante un seminario di composizione tenuto da un importante compositore che stava riassumendo le linee evolutive della storia della musica degli ultimi cenntocinquant’anni secondo un’idea di ‘continuo progresso’, posi questa domanda: “mi scusi, maestro, quale progresso ha portato satie rispetto a wagner?”. si scatenò un putiferio, il mister (il master!) cominciò a urlare diventando rosso come una ciliegia… insomma, è una bella questione. accogliamo l’auspicio di gadilu e parliamone, avrei molte cose da dire su questo argomento (con la massima umiltà, s’intende, e grande disponibilità ad ascoltare ogni posizione).

  7. dariaccio said

    Il movimento dell’arte -qualsiasi arte-vuole innanzitutto sintesi, ed è perfetto se l’artista si occupa esclusivamente della bellezza da produrre e delle tecniche atte a disvelarla; Preferisco quando l’artista si disinteressa all’analisi e alla ricerca del senso della sua opera d’arte. L’arte mi pare più espressiva quando l’artista ne rimane in parte inconsapevole. L’analisi,il senso, li lascerei a persone con meno talento.

  8. dariaccio said

    So’ maschio, bellino

  9. marcolenzi said

    eh, so un cazzo, se ti firmi ‘da’… sono andato anche a cercare aggettivi nel tuo primo commento che rivelassero il genere ma ‘un ce n’è nemmeno uno… comunque ora so che c’hai il pisello: benvenuto caro dariaccio!
    😉

    sono d’accordo con te sul fatto che l’artista dovrebbe pensare soltanto a fare quello che deve fare, e cioè, in un senso molto lato, ‘rivelare la bellezza’, però non lascerei l’analisi e – soprattutto – il ‘senso’ ai meno talentuosi. credo anzi ci voglia del talento anche per cogliere il senso di quello che uno fa, e soprattutto ci vuole MOLTO talento per trasmetterlo agli altri. e poi non è detto che i due talenti – pur, ne convengo, diversissimi tra loro se non proprio opposti – non possano convivere nella stessa persona: ci sono stati tanti grandi artisti che erano anche dei grandi teorici o dei grandi critici (penso a poe, baudelaire nella letteratura, o nella musica a rameau, a schoenberg etc.).

    ti ringrazio per la partecipazione, caro dariaccio, e spero di leggerti ancora.

  10. dariaccio said

    Sì, uomo da 5 ballini. La bellezza è la cosa più fragile, più delicata e più facile da smarrire in questa vitaccia schifa

  11. marcolenzi said

    come darti torto?

  12. Tiziano said

    Intorno al quinto secolo a.c., in Grecia, le parole hanno cominciato a farsi pesanti. La verità (Aletheia), che prima non si opponeva alla falsità ma forse ne era solo una sfumatura, ha cominciato ad essere il secondo termine di un’opposizione rigida. Nasceva allora la bivalenza e il cosiddetto paradigma lessicale che si può riassumere così: le parole sono pietre. Nasceva il modo di pensare della logica, del pensiero matematico, della scienza. Non che prima l’uomo non avesse esperienze logiche, c’era più che altro l’emergere di un’esperienza logica come parte di un conflitto che affondava nell’immaginario mitologico.
    Oggi, in musica, si parla del pop come termine bianco di una bivalenza in cui il nero è la musica classica con tutti i suoi esiti (tra cui la musica cosiddetta contemporanea). Di ciò che esce dagli schemi si parla come di un’eccezione e si calibrano esperimenti lessicali e sintattici per renderne ragione.
    La mia riflessione su Heart and Soul è questa: che senso ha il tipico atteggiamento contrario all’abbandono psicagogico nella musica tipico di molta critica musicale accademica? In che modo il paradigma lessicale e la tendenza alla bivalenza ha portato a una frattura tra testa e pancia che è diventata MISURA di valore?

  13. marcolenzi said

    ho un’idea in proposito, che è questa: la musica colta, scritta, classica – chiamala come vuoi – ci ha voluto (si è voluta) convincere in tutti i modi che la musica sia un LINGUAGGIO, e dal momento in cui si è cominciato a pensare alla musica come a un linguaggio – il ‘linguaggio dei suoni’ – si è cominciato a strutturare il suo universo sonoro di riferimento non più secondo ampie zone di senso nebulose e vaghe, ma con la convinzione che esso avrebbe potuto godere di una pregnanza sintattica e financo semantica, comunque grammaticale, in tutto e per tutto analoga a quella del linguaggio verbale. con la ‘disastrosa’ conseguenza che l’apprendimento della musica come linguaggio strutturato nei minimi dettagli (cioè non più intesa come una sorta di pantomima ma come una vera e propria orazione ciceroniana) è divenuto via via sempre più complicato fino a raggiungere vertici di complessità tali per cui del solo bach o di pochi altri grandissimi compositori si può dire che fossero arrivati a ‘pensare in musica’ direttamente, senza ricorrere a strategie per così dire ‘per prova ed errore’ (che sono in ogni caso quanto di più comunemente adottato da coloro che si trovano appena un paio di gradini sotto)… insomma, l’apprendimento del linguaggio musicale è troppo, TROPPO difficile! (che poi uno che sappia riconoscere all’ascolto un paio di cadenze si vanti con gli analfabeti musicali di essere un esperto è un altro paio di maniche). e quindi, cos’è successo? è successo che la musica si è trovata invischiata in un enorme paradosso: quello di essere ad un tempo l’arte ‘superficialmente’ – cioè al livello di puro ascolto emozionale – più consumata e la più difficile da apprendere secondo i principi che la regolano internamente. questo immane patatrac ha portato i più a disinteressarsi completamente della grammatica (compresa la famosa, lunghissima fila di bambini dapprima entusiasti e poi devastati e resi cattivi dal maelzel e dal bona), e i musicisti a perdere completamente di vista l’importanza dell’impatto emozionale, della ‘superficie’ appunto. un compositore, tutto preso com’è dal controllare i singoli morfemi della sua scrittura, non riesce a cogliere l’enorme impatto emozionale di ‘heart and soul’, non riesce a cogliere la sua sconcertante capacità di farsi portavoce di un sentimento profondo e condiviso; quello che lui sente è la ripetitività del basso, l’ossessività della batteria, la monotonia dell’armonia e la stralunata maniera di cantare, laddove in ‘time’ di alan parsons riconoscerebbe quantomeno l’eleganza della fattura e dell’arrangiamento, la perfezione tecnica dell’intonazione e l’equilibrata disposizione formale. tutti quei (pochi) compositori che hanno avvertito questo irrimediabile scacco – monteverdi, debussy, feldman – hanno infatti rivoluzionato la musica per così dire dall’esterno, cioè non ne hanno cambiato tanto la grammatica quanto il senso del suono nel suo complesso.
    per finire: un musicologo che sia messo in condizione di produrre un giudizio di valore su ‘heart and soul’ potrà pur riconoscere che essa abbia un’importanza ‘culturale’ nell’ambito della storia della musica (come se questo, quello cioè di sapersi fare portavoce di un contesto, fosse un fattore esterno alla musica!), ma non potrà mai riconoscere il suo valore musicale INTRINSECO proprio in quanto fondato su una grammatica povera e debole.
    indovina da quale parte sto io?

  14. Tiziano said

    Carissimo Marco,

    hai scritto questa cosa bellissima: “ho un’idea in proposito, che è questa: la musica colta, scritta, classica – chiamala come vuoi – ci ha voluto (si è voluta) convincere in tutti i modi che la musica sia un LINGUAGGIO”. Credo che questo sia il punto, con tutte le conseguenze sulle quali hai lucidamente argomentato. E’ interessante notare che tutto ciò che, anche simbolicamente, può deturpare l’ideale (ed esoterica) purezza cristallina che la musica ha stabilito per sé (fossero pure tre note con il basso elettrico) viene collocato in una sorta di cloaca in nome di una misura di valore basata sulla potenza morfosintattica e lessicale del linguaggio espresso.

  15. Tiziano said

    Un’altra cosa: l’eleganza sarebbe quasi sempre eleganza ‘formale’, arte sapiente e ‘raffinata’ di operare nella complessità grammaticale. Eppure come è elegante il Kirie della “Messe des pauvres” di Satie oppure questo:

  16. Tiziano said

    Esemplare:

  17. da said

    Vabbè avete ragione, ma in fondo la musica è l’unica arte che è ancora percepita popolarmente, che si parli dell’opera,della pop,classica,tradizionale,rock etc. Giusta l’osservazione di Marco sulla musica come linguaggio strutturato,non poteva essere altrimenti, ma l’esperienza della musica è comunque prelinguistica, ed è per quello che è ancora aperta a tutti gli strati sociali,culturali,linguistici(quanta musica ascoltiamo di cui non capiamo le parole, e ci piace lo stesso). Con i miei commenti sopra non volevo giungere ad esprimere una preferenza per la musica di più impatto emotivo rispetto a quella più pensata a tavolino. Trovo anzi che chi riesce ad esprimersi in un ambito formale più ristretto rispetto ad un altro a volte riesce più a cogliere nel segno. Cioè: la differenza è tra grandi artisti e artisti mediocri, non fra ambiti più o meno formali.

    @ tiziano

    la traduzione di a-letheia che ho ereditato è dis-velamento. Nel dis-velamento viene serbato il doppio e reciproco movimento del trarre dall’indistinto e del custodire nel velamento (oblio), tramite cui si esprime la cura (l’estetica). Tradurla con verità, oggi,dopo duemila anni di dialettica, può dare luogo a fraintendimenti, anche se dis-velamento è proprio verità.

    @ Marco

    Il riferimento al talento (daimon, demone) era proprio da leggere come al demone che abita l’arte (e, solo secondariamente, l’artista). Poichè uno dei problemi principali che hanno le arti odierne (forse proprio solo la musica ne soffre meno)- quel senso di accessorio, di decorativo,di collaterale, di cui soffrono in particolare le arti visive- è espresso in questi artisti moderni che si antepongono alla propria arte, alla propria opera, concettualizzandola da se stessi, e non lasciando altri (i senza talento) il compito di scomporla e analizzarla.

    Comunque sono d’accordo con entrambi che Alan Parsons è sciapo

  18. marcolenzi said

    assolutamente d’accordo, da! non vorrei che venisse frainteso quello che volevo dire. opponendo l’impatto emozionale al controllo della scrittura non volevo assolutamente intendere che il secondo non può dar esito al primo (altrimenti tutta la musica colta sarebbe fredda e fiacca – il che, per fortuna, non è assolutamente vero). volevo solo dire che bisognerebbe ribaltare il rapporto tra musica scritta, ‘colta’, e musica non scritta: è la prima che sta dentro alla seconda e NON viceversa. per quanti capolavori la musica colta possa aver prodotto nel corso della sua storia millenaria, essi se sono tali è perché sono riusciti a mantenere, NONOSTANTE la mediazione concettuale della scrittura, un forte impatto emozionale. cioè non è la ‘padronanza della scrittura’ che fa grande un musicista ma l’aura, l’incanto, la magia che egli riesce a trasmettere con i suoni. certo, con la padronanza della scrittura si può scrivere un tipo di musica che è impossibile scrivere se questa padronanza non la si ha, ma tale esclusività non garantisce per sé la bontà del risultato: è un limite del tutto accidentale. aldo clementi scrive tutto a tavolino, eppure tante delle sue composizioni sono per me quanto di più incantevole sia stato scritto! in feldman invece non vi è nota scritta che non sia per così dire ‘impronta’ di una performance, di un atto esecutivo: a lui la scrittura è servita unicamente per perpetuare la sua musica (cage diceva – cogliendo perfettamente nel segno – che la sua musica scritta non è altro che la sua musica aleatoria interpretata da lui medesimo!), non ha un valore autonomo.

    @ tiziano
    sì, è quella certa eleganza che anche gli stracci possono avere (mi riferisco a satie, ovviamente). dell’eleganza dei kraftwerk non c’è niente da dire: è autoevidente (per quanto siano tedeschi!!!). l’eleganza deve sempre possedere, a mio avviso, qualcosa di perturbante, di sfuggente, dev’essere calda, non fredda e legata soltanto a certi equilibri geometrici. si torna, come vedi, al tema della fascinazione…

  19. Tiziano said

    @ da

    E’ esistito un momento della storia umana in cui si è creata una bivalenza i cui termini sono ‘vero’ e ‘falso’ e in cui, conseguentemente, la verità (aletheia) come dis-velamento ha lasciato il posto alla ‘verità’ nell’ambito di un paradigma sintattico che costringe il linguaggio a rappresentare. Così facendo la verità si è legata alla conoscenza e ha abbandonato il mito nel quale era dispersa.

  20. marcolenzi said

    …boia, bimbi, io ‘omunque volevo fa un blogghe sulla musi’a, eh…

  21. Tiziano said

    Ma du’ parole sul Livorno che oggi si gioa la testa della classifica cor Piacenza, no? ‘Un si pole propio?
    Boia dé, che palle!

  22. da said

    Si ragionava..Abbiamo però stabilito senza ombra di dubbio che Time è ‘na sola.

  23. marcolenzi said

    ecco, abbiamo aggiustato il tiro: ora potete tornare a parla’ di alèteia…

  24. da said

    ciò da fà, sennò la moglie mi spacca la testa

  25. Tiziano said

    Ora? Vado ma a vede’ A come Andromeda terza puntata presa in edicola… chè. Bona!

    Bona?

  26. sonic77 said

    Ciao a tutti,
    vorrei contribuire -in ritardo!- alla discussione con una premessa e due domande:
    La premessa consiste nella confessione della mia immensa ignoranza ‘tecnica’ in campo musicale; spero che questa non costituisca un limite troppo pesante per porre domande
    la prima: dire che il valore intrinseco emotivo di ‘heart and soul’ consiste nell’ esprimere un senso di ‘angoscia e desolazione’ non e’ un po riduttivo ?
    Credo che la ‘comunicativita’ di un opera sia irriducibile ad un significato univoco, ma risieda piuttosto nella sua possibilita’ di aprire campi di significazione (consapevoli E non) ‘zone di senso nebulose e vaghe’ come giustamente le definisci tu.
    (Personalmente lo considero uno dei pezzi piu’ ‘sensuali’ o dolcemente sospesi dei Joy Division, sopratutto per certe movenze ‘doorsiane’…)

    la seconda: per quale ragione secondo voi la riduzione della complessita’ formale e’ un fenomeno ormai ampiamente accettato nelle arti visive contemporanee, tanto dai fruitori ‘colti’ quanto da quelli piu’ ‘occasionali’, mentre nella musica no?
    Mi sembra di capire che secondo Marco -correggimi se sbaglio- dipenderebbe da un eccesso di peso delle ‘pulsioni grammaticali’ (mediazione concettuale della scrittura) di teorici e accademici, ma non mi sembra che questa possa essere una spiegazione esaustiva dal momento che queste istanze ‘pesanti’ sono -purtoppo- presenti anche altrove
    (e poi credevo che anche la cd. ‘musica colta’ si fosse, almeno in parte, emancipata dalla un eccesso di peso della ‘partitura’)

    spero che la brevita’ eccessiva delle domande rispetto alla complessita’ degli argomenti non sembri arrogante
    ma e’ tardi 🙂
    se ci sembra interessante possiamo continuare…

  27. np (non pervenuto) said

    per non aggiungere troppi spunti a questo già ricco colloquio, voglio solo dire questo:

    il concetto di pop, se inteso in senso largo e dunque non solo in musica, ma anche in musica, pone un problema per me molto importante, sul quale cerco di riflettere con costanza:

    il riconoscimento, la comprensione, la “cattura” della qualita “intrinseca” di un’opera. Intrinseca significa, credo, trasversale, trans-categoriale; quindi, oltre le distinzioni di genere, di stile, di canone, di ideologia.
    A me pare che il problema sia tutto lì: come riconoscere, comprendere tale qualità, in altri termini il bello, il buono (in senso morale, o in altri sensi, se si vuole)?

    Mica pizza e fichi. E’ un lavorone, come dicono a Pisa.

  28. marcolenzi said

    @ sonic77
    innanzitutto grazie per la tua gradita partecipazione al blog. e non preoccuparti, la tua ignoranza tecnica non è affatto un problema.
    quanto alla prima domanda: certo, un pezzo di musica possiede, come ogni opera d’arte, un’apertura che lascia spazio a tante diverse interpretazioni e diversi approcci; con quei due termini io volevo solo evidenziare quelle che per me sono le caratteristiche essenziali del brano.
    rispondere alla seconda domanda è un po’ più complicato, richiederebbe lunghe digressioni. posso solo dire qui che il diverso approccio alla complessità nei due domini delle arti visive e della musica dipende da vari fattori: il primo e più importante consiste nel fatto che un’opera d’arte visiva viene colta in un istante mentre la musica, svolgendosi nel tempo, ha bisogno di (spesso) lunghe attese prima di esaurire il suo contenuto – da qui deriva la cronica ‘paura’ di annoiare propria dei compositori (quel senso di colpa rispetto agli ascoltatori, tenuti ad aspettare che il pezzo finisca, che gli artisti visivi non hanno – se a qualcuno non piace un quadro può distogliere immediatamente lo sguardo da esso per rivolgerlo altrove). e questo riguarda l’aspetto percettivo e psicologico. poi ci sarebbe quello della mediazione della scrittura, che non esiste nelle arti visive. il pittore dipinge il quadro direttamente sulla tela – è LUI che lo fa. invece il compositore scrive una partitura che ALTRI suoneranno, non ha il privilegio di realizzare lui stesso ciò che scrive (a parte ovviamente i casi in cui è compositore ed esecutore insieme). è un po’ come il drammaturgo, anche se le commedie o le tragedie possono sussistere come opere letterarie, mentre sono pochissimi quelli in grado di leggere con gli occhi una partitura e sentire con l’orecchio interiore tutto quel che vi accade… quindi insomma nei compositori si sarebbe sviluppata una comprensibile ‘mania’ della scrittura che li ha portati verso una sorta di ‘complesso di superiorità’ rispetto alla musica non scritta. questo complesso ha spesso assunto l’aspetto di un conflitto tra complessità e semplicità (mentre un quadro di mondrian è accettato ormai, si fa ancora fatica ad accettare satie o certo minimalismo nella musica colta – a parte quello di steve reich, che guarda caso tra i minimalisti è il più ‘complesso’…)

    @ np
    impossibile, credo, rispondere a quella che si pone come una delle domande fondamentali dell’estetica, e cioè appunto quella che concerne il riconoscimento del bello in un’opera d’arte. e che ne richiama altre altrettanto fondamentali, p. es.: questa facoltà di saper riconoscere, a sua volta, è innata o si può acquisire attraverso mediazioni culturali? ecc. ecc. io p. es. tendo a credere che sia in buona parte innata: la cultura ti permette di trasformare ed evolvere i tuoi gusti, per cui non rimani attaccato a ciò che ti piace quando hai 15 anni ma affini per così dire i tuoi gusti nel tempo sulla base di approfondimenti stilistici successivi. tuttavia ciò che apprezzi a 15 anni, o meglio il MOTIVO per cui apprezzi quel che apprezzi a 15 anni, non può essere a mio avviso mai interamente sostituito o sconfessato da esperienze estetiche posteriori (p. es. se io mi metto ora ad ascoltare i kiss trovo assolutamente insopportabili, per così dire, ‘i testi e i contesti’ che li riguardano, ma il suono delle chitarre e certi riff mi piacciono ancora).
    più di questo, almeno in questa sede, non saprei che dire…

  29. np (non pervenuto) said

    Certo, Marco, certo.
    Ma mi pare che se non si tenta di rispondere alla domanda, la diatriba tra “accademici” e “pop” resterà sempre allo stesso punto. Perché, appunto, ciò che tu volevi porre era il valore INTRINSECO di anim’e core, la sua capacità di suscitare corde del bello, dell’alto, del grande. Indipendentemente, appunto, dai testi o dai contesti, dal fatto che il cantante fosse un cazzone (oddio! ho spergiurato?) ecc. ecc.

    grazie, come sempre

  30. marcolenzi said

    eh, la questione (anche questa fondamentale) è: si può comunicare con chi non ha condiviso almeno in parte le proprie esperienze? p. es. chi scopre il pop tardi (un po’ come chi scopre tardi il sesso) perde qualcosa che è essenziale: non tanto lo spirito ‘giovanilista’, quanto quel tipo di energia che solo i giovani riescono a veicolare e a capire pienamente. per questo sono ridicoli i cinquantenni che suonano (male) il basso elettrico, mentre un violoncellista può essere tranquillamente ottuagenario. c’è qualcosa, che pur si porta sempre dentro di noi e che proprio per questo si continua a capire anche in età adulta, di cui si è per così dire FATTO TESORO in un determinato periodo della nostra vita e che a questo periodo è indissolubilmente legato… ecco, forse ad alcuni ‘accademici’ sono mancate queste fasi, è mancato questo momento di tesaurizzazione del ‘vissuto’; penso a certi figli di musicisti classici ai quali è stato interdetto l’ascolto del rock (prima succedeva davvero, oggi per fortuna succede un po’ meno) e che quindi, crescendo in una sorta di museo, hanno perso la possibilità di stabilire contatti significativi col mondo (sono poi quelli che diventano da adulti figure patetiche, quelli che battono il ritmo maldestramente o fanno finta di divertirsi quando ascoltano la musica pop, magari anche con un certo autocompiacimento). ecco, a queste persone io non saprei proprio cosa dire riguardo ad ‘heart and soul’, le considererei perdute per sempre. certo, non si può sapere tutto: anche a me è sicuramente sfuggito qualcosa di essenziale del jazz (il genere musicale che ho più trascurato fino a oggi) ma credo che l’aver comunque approfondito il novecento (anche se l’altro novecento…) potrà aiutarmi a comprendere meglio questa musica straordinaria il giorno in cui volessi approfondirla (non si può mai dire…). insomma: l’accademico che è sempre vissuto DENTRO un ambiente accademico credo sia irrecuperabile al dialogo e alla mediazione necessaria di cui parli, quella che ci consente di trovare il bello e i temi alti anche in una canzonetta da strapazzo. penso invece che il contrario, avvicinare cioè chi apprezza il pop alla musica colta, sia più facile, proprio perché l’esperienza della musica colta non è più – non può più essere – un’esperienza originaria ma solo un’esperienza mediata culturalmente.
    non so, forse però questi miei pensieri, gettati qui alla rinfusa, rendono la questione ancora più confusa invece di chiarirla…

  31. np (non pervenuto) said

    No, è perfetto, noi nel caos stiamo proprio a nostro agio, carissimo.
    Anche per questo sappiamo ascoltare con piacere sia Gesualdo che Eno che Cohen che….

    Siamo post-pop, che non so cosa vuol dire ma qualcuno l’avrà teorizzato di sicuro.

  32. Tiziano said

    Nel condividere quanto detto negli ultimi post vorrei aggiungere una chiosa extra-musicale ma non tanto. Chi è stato educato ad avere la puzza sotto il naso (un certo tipo di educazione ‘borghese’) e chi è stato educato dogmaticamente (mi riferisco in particolare alle persone che si abbandonano a una religione e a tutti coloro che investono in una verità assoluta per nulla o scarsamente negoziabile), è portato ad avere una gran paura di perdere ciò in cui crede o ciò che costituisce l’unico cemento per la propria identità. Il dialogo con costoro è difficilissimo, direi impossibile.

  33. rino said

    credo che la grammatica e la semantica seguano l’atto, nel senso che dato l’atto si tenta di spiegarlo (cade una mela e newton si fa male).
    forse soltanto per questo motivo in ogni grammatica esistono eccezioni. la regola non può coprire tutto il possibile.
    nell’ambito della musica cosiddetta extracolta, tempo fa mi venne in mente che ogni musicista è definito dalle sue mancanze, non dalle sue capacità: la perfezione in quel caso crea un turnista, non un artista.
    in maniera simile si potrebbe pensare che l’esistenza dell'”eccezione” in un’opera sia indizio del fatto di non essere stata concepita al tavolino, cosa che per esempio pare evidente in ‘time’.

    mi ricordo dai miei studi di informatica che esiste (almeno) uno strumento per verificare la correttezza formale di un algoritmo. ma ovviamente lo strumento non ti può dire se l’algoritmo fa quello che deve fare e non ti può assicurare che il risultato sia giusto.
    quanta musica (colta ed) extracolta, o meglio pop, è formalmente corretta? quella che passa in radio o su emtivvì direi proprio tutta. io so ma non ho le prove che esiste un metodo preciso per confezionare un hit.

    c’è un legame tra il numero di ascoltatori e la qualità dell’opera? se la possibilità di riconoscere il bello è in massima parte innata, allora non siamo messi benissimo 🙂

    è soltanto questione di tempo? forse i nostri strumenti di analisi sono ancora troppo rozzi e tra 1500 anni esisterà un’analisi critica tale da poter individuare senza fallo il buono, il brutto e il cattivo? e se è così, noi che facciamo nel frattempo?

  34. marcolenzi said

    la capacità (innata) di riconoscere il bello ha la sua controparte nella capacità (altrettanto innata?) di riconoscere se un pezzo di musica è stato ‘pensato al tavolino’, come si suol dire. come si fa a capire, a SENTIRE, che un pezzo è stato pensato al tavolino? nello stesso modo in cui vediamo una faccia ben disegnata, perfetta, che non esprime un cazzo nulla… come vediamo una donna bellissima che non trasmette alcuna emozione, che non ha alcun fascino. certo, i confini qui sono spesso molto sfumati, per cui la componente soggettiva ha comunque buon gioco. sono temi, questi, veramente difficili da trattare, eppure non si può non avvertire tutta la loro importanza, non sono temi ‘oziosi’… proviamo allora ad andare avanti su questa strada (vorrei dedicare presto un post a questo tema – musica ed emozioni) e vediamo che succede.

    ps per ‘innata’ non intendo che ce l’hanno tutti, anzi intendo proprio il contrario e cioè che ce l’hai o non ce l’hai. certo, se ce l’hai puoi sempre affinarla, se non ce l’hai è un lavorone…

    ah, già, dimenticavo: e nel frattempo?
    nel frattempo fumiamoci una canna.

  35. np (non pervenuto) said

    é un lavorone.

  36. np (non pervenuto) said

    è un lavorone, scusate ma gli accenti non si possono sbagliare, la musica è anche questione di accenti.

  37. rino said

    vai, io rollo, tu intanto cancella il blog 😉

    riguardo all’innato, l’avevo inteso come lo intendi tu; esprimevo soltanto una visione (molto) pessimistica del pianeta.

  38. marcolenzi said

    ho capito. grazie rino, baci e abbracci.

  39. dario said

    Vedo che anche dalle vostre parti è la tromba lo strumento che va per la maggiore quand’è notte. Bhe si sa che tromba, città e notte stimolano il musicista, ci vogliono bei polmoni.Adesso suono un po’ poi ci si risente

  40. Tiziano said

    L’aggettivo giusto per “Time” è PATINATO

  41. marcolenzi said

    sì, e anche PETTINATO

  42. np (non pervenuto) said

    anche un po’ IMPOTTINATO

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