Musica ed emozioni

13 febbraio 2009


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Se c’è una cosa che mi ha sempre infastidito sono le emozioni ‘preconfezionate’, quelle che pare tutti debbano provare di fronte a determinati standard e clichés visivi (il micio paffuto, i due innamorati che si baciano al tramonto, ecc.) o uditivi (determinate soluzioni melodiche o armoniche, p. es. quelle che nelle canzoni coincidono col cosiddetto hook, il momento in cui la canzone “si apre” – l’hook di All by myself, per capirci, è nel momento in cui la canzone pronuncia appunto le parole “All by myself”, esattamente come quello di High di James Blunt è nel momento in cui s’invola il perturbante falsetto che canta le parole “I’m high”, anche se non è detto che l’hook debba per forza coincidere con le parole del titolo o con il ritornello, e men che mai che il suo godimento sia appannaggio esclusivo dei clienti Vodafone). Si finisce così per convincersi che una canzone, per suscitare emozioni, debba avere un hook. Per lo stesso motivo, un film in cui non vi sia una tresca appare noioso. Ma Moon in June dei Soft Machine non ha un hook eppure è una bellissima canzone. E nei film, bellissimi, di Bresson non vi sono tresche amorose. Perché mai non si potrebbero, mi chiedo, provare forti emozioni nel fissare un quadro tutto blu, nello stare a guardare la polvere accumulata sotto un armadio o nell’ascoltare il ronzio di un frigorifero o una successione di accordi dissonanti? La forza persuasiva della retorica, al di là della sua evidente funzione comunicativa e dei trucchetti del mestiere di cui fanno tesoro gli ‘addetti ai lavori’, ha portato con sé una censura estetica e psicologica che vieta al pubblico di provare emozioni in altri luoghi o per motivi diversi da quelli prestabiliti. Da qui deriva, p. es., la tipica espressione “questa musica non comunica niente” che la sconsolata massaia (o il folto gruppo di suoi surrogati) pronuncia di fronte a una musica insolita o mai ascoltata prima.

Insomma, sembra vi siano delle condizioni per emozionarsi. Ma, mi chiedo, provare emozioni è una cosa che si impara? Sono anch’esse parte di un gioco linguistico, per usare un’espressione cara a Wittgenstein? Chi ci insegna a emozionarci, come si impara a provare emozioni? È l’esito di un processo evolutivo che coinvolge tutte le nostre facoltà? O non è piuttosto il sigillo, il marchio, l’impronta della nostra fondamentale apertura al mondo? Non sono forse, le emozioni, declinazioni successive e progressivamente differenziate di un unico, originario stupore di fronte all’esistenza del mondo? Vibrazioni empatiche restituite all’ininterrotto flusso dell’esistenza che non cessa mai di penetrarci?

Ora, la musica è il luogo privilegiato dell’emozione, la forma d’arte che più di ogni altra riesce a suscitarla direttamente, prima di ogni mediazione linguistica. Questa sua straordinaria capacità risiede nel fatto che il suono di per sé possiede un carattere magico e fascinatorio che agisce direttamente sull’anima dell’ascoltatore. Leopardi colse e descrisse perfettamente questo carattere in un passo dello Zibaldone, laddove afferma:

Distinguete suono […] e armonia. Il suono è la materia della musica, come i colori della pittura, i marmi della scultura ec. L’effetto naturale e generico della musica in noi, non deriva dall’armonia, ma dal suono, il quale ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono. Questo è quello che la musica ha di spe­ciale sopra le altre arti, sebbene anche un color bello e vivo ci fa effetto, ma molto minore.

Il suono “ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono”: ma non è questo uno straordinario, stupefacente presentimento del moderno? E non è forse tutto il Novecento un tentativo di restituire la musica al suono, di superare i secolari vincoli retorici e dialettici della musica per liberare la forza arcana del suono nel suo puro e semplice manifestarsi come emozione? Perché allora, mi chiedo ancora e per finire, è così faticoso accettare tutto questo da parte del pubblico? Perché proprio questa emozione, l’emozione originaria che racchiude in sé tutte le altre e dalla quale tutte le altre derivano e si dipartono, è la più rara e la più difficile da provare?

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12 Risposte to “Musica ed emozioni”

  1. rino said

    siamo disabituati alla scelta. abbiamo dimenticato come si sceglie. l’altro giorno c’era un chitarrista che parlava col suo fonico e diceva: “ma io non so che suono voglio” e il fonico, uno in grado di ridurre ogni complessità alla semplicità gli fa: “tu ti metti davanti all’amplificatore, suoni, se ti piace si registra, se non ti piace no”.

    ora qualcuno chiamato dietrologo potrebbe dire che c’è un disegno dietro questo dimenticare: high posters.

    qualche anno fa gli af suonarono in concerto in un paesino sperduto sul cocuzzolo di una punta del matese. per capirci, semplifichiamo dicendo che gli af mediano tra il pop e i sonic youth.
    dopo il nostro concerto si esibì un gruppo di donne in costume folkroristico cantando canzoni tradizionali molisane.
    quando finirono vennero da noi e una disse: “io la musica che fate non la capisco, però secondo me siete bravi”.
    ecco, quello è il complimento più bello che ci abbiano fatto.

    comunque ganzo il leopardi…

  2. rino said

    -folkloristico, ok

  3. np said

    Caro Marco,
    grazie della nuova riflessione. Intanto mi viene da dirti che sono in parte d’accordo con te, ma solo in parte: credo che le emozioni estetiche non siano solo il frutto di cultura (apprendimento), ma anche di qualcosa di naturale (scusami, preferisco questo lessico a quello dell’ “originario” e dell’ “autentico”); e credo che alcune cose emozionino per natura (un paesaggio montano, un bambino che ride camminando carponi), altre per cultura e apprendimento (il quadro tutto blu, o squarciato).
    Sono volutamente banale. Non si tratta di gerarchizzare; non penso che le emozioni per dir cosi “naturali” stiano in alto o viceversa. Pero’, se questa ipotesi (su cui come su tutto e’ stato scritto tanto) non fosse giusta, non mi spiegherei perche’ alcuni topoi dell´estetico siano quasi eterni e altri invece molto momentanei.
    Nella fisiologia dei sensi e del piacere gustativo c´’e’ qualcosa di analogo: ai neonati piace il dolce e non piace l’amaro. L’amaro e’ un sapore sociale, di apprendimento; il dolce non pare esserlo.

    (scusate questa tastiera non e’ per la lingua italiana).

  4. dario said

    la musica, prima o poi, finisce.E’ la sua forza. In questo si accorda meglio con l’emozione che ,come la musica, è di natura intermittente (presente/assente, un pò come dio). L’emozione originaria di cui parli è veicolata anche dalla canzonetta di consumo.

  5. Tiziano said

    Vorrei sottolineare questa frase di Marco:

    “E non è forse tutto il Novecento un tentativo di restituire la musica al suono, di SUPERARE I SECOLARI VINCOLI RETORICI E DIALETTICI della musica per liberare la forza arcana del suono nel suo puro e semplice manifestarsi come emozione”?

    In realtà credo che il tentativo di cui parli, benché si sia fatto più sistematico nel Novecento, stia alla base di qualsiasi esperienza artistica da sempre. Per capirci, è ciò che definisco mezzo espressivo. Tanto per fare alcuni esempi:

    – la frantumazione metrica del canto piano
    – l’espressività tetracordale nella tortura ritmica del tempo in Antonio de Cabézon
    – la tortura panarmonica del modalismo in Gesualdo
    – le ‘durezze et ligature’ di Frescobaldi
    – la settima di sensibile in Beethoven
    – la ‘massa sonora’ di Varèse

    Ma anche tetracordo, modalismo e tonalismo in sé sono stati mezzi espressivi prima di esibire la loro grammatica, i loro vincoli retorici e dialettici. Prima che l’esperienza estetica, per liberare i suoni, dovesse farsi corpo altrove nel suono.

  6. dario said

    il paradiso l’abbiamo perduto già una volta. L’attributo della naturalità applicata al campo umano mi viene difficile da seguire. La cultura è “la seconda possibilità” di accesso al meraviglioso.Se poi noi tendiamo a fare della cultura (la terra coltivata) una sovrastruttura (un panorama) è che per considerare le cose le dobbiamo rendere tanto piccole quanto la nostra in-capacità di rac-coglierle insieme

  7. marcolenzi said

    @ np
    ehm, carissimo np, sapevo che mi avresti spinto sulla soglia di cose che non vorrei mai dire per paura di venir frainteso, ma visto che ci siamo andiamo avanti fino in fondo.
    allora, vediamo se riesco a esprimere bene quello che vorrei dire anche se non so bene come: quella che io chiamo emozione ‘originaria’ (‘originaria’, non ‘autentica’ – ‘autentica’ non piace nemmeno a me, anche se effettivamente riconosco che non mi è facile distinguere le due cose) è tale in quanto emozione INDISSOLUBILMENTE legata all’infanzia, anzi alla PRIMA infanzia, ai primi anni di vita. dico subito, per non rischiare di cadere nelle maglie di un’arbitraria gerarchia di valori o, peggio, nella retorica dell’innocenza del ‘fanciullino’, che è UN TIPO di emozione, un tipo di emozione che non saprei descrivere altrimenti che con parole vaghe, allusive: l’ho chiamata, qui, “apertura al mondo”, “stupore di fronte all’esistenza del mondo”. è un po’, credo, come sai molto meglio di me, quello che wittgenstein definisce nel tractatus ‘mistico’ e che riprende tra l’altro nella stupefacente conferenza sull’etica. indipendentemente dal suo (presunto) valore conoscitivo – se mai appunto ne avesse uno – essa si mostra, o almeno si è mostrata a me (ma credo sia un’esperienza comune) come un’emozione di estrema INTENSITA’, un’emozione così forte da lasciare un’impronta indelebile e un’eco infinita. ecco, solo in questo senso, cioè nel senso del GRADO della sua forza e non del suo valore, mi viene da definirla ‘originaria’, ‘fondamentale’: è, di fatto, un’emozione che non ho MAI PIU’ provato da allora con la stessa intensità e che solo le opere d’arte (non necessariamente quelle più ‘alte’ ma anche, come giustamente osserva dario, le canzonette di consumo) riescono a trasmettere. ho sempre cioè trovato un forte legame tra l’arte e le esperienze infantili, che io ho vissuto e continuo a vivere nel ricordo come esperienze, se mi passi il termine, ‘puramente’ estetiche.
    so di aver aperto una voragine e di essermi esposto fino al ridicolo, ma questa è la testimonianza che posso portare al riguardo. non dico, né penso che l’infanzia sia banalmente un paradiso perduto e che TUTTE le esperienze vengano da lì. la ‘cultura’ mi ha dato moltissimo, ha affinato il mio gusto e ha senz’altro ARRICCHITO il mio repertorio di esperienze estetiche, che ovviamente comprende anche i mici paffuti e gli innamorati al sole. quello che non capisco è perché, ACCANTO a queste esperienze ‘culturali’ condivise, sia per molti così difficile riconoscere la ‘naturalità’ (l’originarietà) di quelle esperienze estetiche che molta arte contemporanea, dalla musica di ligeti alla pittura di rothko, ha portato ai massimi livelli espressivi.

    ps ora che ho rotto l’ova, non mi resta che aspettare il siluro di gabriele…

  8. dario said

    non vedo l’infanzia come stadio pre culturale, non mi riferivo a quello citando il paradiso perduto. Ha fatto bene Marco ad evitare il termine naturale. Possiamo parlare non di natura e naturalità, ma di innocenza (culturale) della prima volta, con quella assorta contemplazione,la percezione di continuum, che la “seconda volta” non ha. Possiamo dire che la genuinità, l’innocenza, può venire da una certa ignoranza, ma non da una mancanza di cultura (in qual caso ascolteremmo suoni disarticolati, non musica). Altrettanta genuinità la ritroviamo solo ad alti livelli culturali.Sta a noi che ciò che esprimiamo raccolga insieme piuttosto che disperda, anche se il disperdere ha la sua verità, tutta da capire. L’innocenza, la sua espressione, è ciò che anima tanta arte moderna: tentativo di restituire percorsi emotivi a partire dal moderno includendo l’arcaico. Mi spiace che l’aspetto “estemporaeo” della musica, quel darsi sottraendosi, ben rapportato all’emozione, non sia stato da voi ripreso.

  9. dario said

    un’ultima annotazione, prima di chiudere: natura e origine, naturale e originario, non sono a voler vedere sinonimi: natura parla di nascita che si contrappone ad una morte; origine include in sè tutto lo sviluppo della cosa, dell’ente, fino al suo compiersi ultimo, cioè è nell’ultimo atto che si compie l’origine.

  10. np (non pervenuto) said

    Amico Marco carissimo, la direi così:
    ci sono cose che emozionavano i greci e che non emozionerebbero noi, anzi ci farebbero ridere o schifo; del pari, ci sono cose che emozionano noi e che un greco utilizzerebbe come trampolino, o pannolino (una tela di Fontana, una scultura di Brancusi); ci sono cose che emozionano ugualmente il greco del V a. C. e noi (l’apemaia, il bambino che ruzzola, il sole sul lungomare d’inverno, ecc., ma forse anche certi timbri, certi toni, certe espressioni: basti pensare al solito Omero, eccetera).
    Il rapporto tra varianti e costanti è articolato, di volta in volta determinato, sempre in ridefinizione, certo, ma c’è. Ora, questo non toglie nulla della difficoltà dell’analisi e della complessità della cosa, anzi.

    Non mi piace usare il termine “originario” così come non amo il termine “origine” per tanti motivi, che qui non mette conto di riassumere, sarebbe troppo lungo. Diciamo che la preferenza per il concetto di “natura” è in me altrettanto strategica, determinata storicamente: infatti, nel Novecento la parola “natura” è stata molto negletta, sa di ingenuità e di non accortezza, al contrario di “origine”.
    Ma oggi, oggi, un rinnovato concetto di “natura” si sta imponendo, e molti dei più importanti studiosi (filosofi, antropologi, sociologi) hanno evidenziato la necessità di riutilizzarla, in una nuova luce. Anche qui, sarebbe troppo lungo.
    Il post del blog (…) deve essere rapido, veloce, accattivante, comunicativo, no? 🙂

  11. marcolenzi said

    @ tiziano
    sì, ma prima del novecento la forza eteronomica nell’arte (cioè i vincoli a cui la sottoponevano la politica e soprattutto la religione) era grandissima; è solo nel novecento che l’arte si libera (anche se mai del tutto, a mio avviso) di quei vincoli e il suono può cominciare a parlare ‘da sé’.

    @ dario
    sono d’accordo con te. l’estemporaneità è effettivamente molto importante, dipende però molto o in toto da chi la fa. bisogna insomma ‘saperla fare’, come quando si improvvisa. ci sono improvvisatori che mi emozionano moltissimo e altri che mi annoiano mortalmente (ma sto dicendo delle ovvietà, non credo in questo modo di aver risposto al tuo bel commento…). su ‘natura’, ‘origine’ ecc., anche riferendomi a quello che dice np, ho timore che si cada in dispute nominalistiche, meglio forse evitare del tutto questi termini (ma allora con cosa li sostituiamo?).

    @ nicola
    sì, stiamo andando ‘fuori formato’… questioni troppo vaste e importanti per un post. chiedo scusa, cercherò per i prossimi di ‘limitare’ il taglio (non parlare dei rapporti tra ‘musica e dio’, per intenderci, ma al limite tra musica e san sebastiano o tra musica e parrocchia – vedremo). e comunque anch’io riconosco ovviamente la relatività delle esperienze estetiche, la presenza di costanti e di varianti nella storia della/e cultura/e.
    ma parlavo di altro, di un’esperienza del sacro (scusami non so proprio come chiamarla) che dovrebbe rappresentare appunto una costante e non una variante (essendo il sublime evocato in un quadro di rothko o nella musica dell’ultimo nono molto simile a quello evocato dalla visione di stonehenge o dall’ascolto di un vento impetuoso).
    per me questa esperienza è legata all’infanzia, forse per altri è invece legata all’adolescenza o all’età adulta – in ogni caso è di QUESTO TIPO di esperienza che volevo parlare e del fatto che non capisco perché per tanto pubblico sia così difficile riconoscerla.

  12. Tiziano said

    Ha ragione Marco. Durante l’infanzia l’uomo ha soprattutto esperienze astratte, ovvero esperienze sacre, di affabulazione mitologica o puramente estetiche. E proprio perché non ha ancora acquisito la possibilità di praticare un pensiero davvero analitico e razionale non può avere né un vero pensiero religioso (la religione è la cosa più distante dal sacro che esista tra gli uomini), né una vera esperienza scientifica o logica. La bivalenza è un frutto tardo dell’uomo.

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