Il tempo delle mele

16 febbraio 2009

il-tempo-delle-mele

Il film fondamentale della mia vita, senza ombra di dubbio.  Fu solo dopo aver visto Il tempo delle mele che cominciai a capire qualcosa, a ‘prendere coscienza’, come allora dicevano le femministe. 1981: quattordici anni, fine delle scuole medie. Nonostante già da un anno avessi intrapreso gli studi musicali, i Kiss e i Rockets ancora oscuravano Sor e Tarrega. La pratica del judo costituiva allora, insieme ai Kiss e alla chitarra, il mio interesse principale. Anche le ragazze, certamente, mi interessavano moltissimo; ma tra me e loro vi era, oltre che l’aria ovviamente, lo scomodo filtro della mia timidezza (e l’imbarazzante assenza di un motorino che mi avrebbe sicuramente facilitato le cose). Ricordo ancora benissimo quel pomeriggio di una fredda domenica d’inverno, una delle tante e uguali, in cui con mio cugino Luca e qualche suo amico aspettammo mezz’ora in fila prima di riuscire a prendere il biglietto in un affollatissimo cinema Odeon. Del film si parlava già da qualche tempo come di un evento sensazionale: era il nostro (nostro?) film, il film degli (e sugli) adolescenti degli anni Ottanta; come avremmo potuto mancare? Il tempo delle mele: doveva essere un film, così ricordo che pensai, sulle feste da ballo nelle case, sui primi amori, sui brufoli e sulle seghe, sulle ritrose e sugli assorbenti, sui motorini e sulle vespe (non sulle moto), sulle ascelle sudate e sui profumi dolciastri e appiccicosi da milleduecento lire a boccetta (che inspiravi dal collo di quella che in fila ti stava davanti a tredici centimetri di distanza e che ti rimanevano nel naso fino a prima di cena, quando fattosi buio rientravi a casa con l’autobus semivuoto e aperta la porta tiravi dritto verso la camerina cercando di ignorare la luce della cucina accesa e gli ultimi secondi della sigla di 90° minuto, riuscendo solo con fatica a pensare che dovevi ancora finire la lezione per il giorno dopo – in genere quelle tre o quattro espressioni matematiche che non tornavano mai oppure il riassunto di quelle sette pagine lette in classe sul problema dell’emigrazione meridionale di cui non ti fregava assolutamente un cazzo nulla oppure ancora gli istogrammi sui prodotti agricoli e industriali del Molise che non potevano e non potranno mai essere studiati separatamente da quelli degli Abruzzi – e quindi in ultima analisi riuscendo solo a pensare al fatto che avresti voluto ucciderti, anche se poi chissà come e perché sapevi benissimo che avresti finito sempre per sopportare, con uno sforzo che ora non riuscirei più neanche a concepire, tutta la nausea e il tedio per un mondo così noioso e prevedibile).

Così insomma entrai e mi vidi tutto il film nel mezzo di una platea strapiena. Provai un’emozione stranissima, che non avevo mai provato prima e che non sarei poi mai stato in grado di descrivere in modo persuasivo: era come se fossi uscito fuori di me e fossi riuscito a guardarmi – un senso di estraniamento totale. Uscito dal cinema perseverai in questa sorta di ottundimento solipsistico mentre, come d’abitudine, io, il mio cugino Luca e i suoi amici facevamo le vasche tra Via Ricasoli e Via Grande per poi infine raggiungere Torricelli, bersi la cioccolata calda con panna e tornarsene a casa ciascuno per conto proprio. E mentre perseveravo in questo stato di cachessia mentale, mentre cercavo inutilmente di lanciare sguardi ammalianti alla ragazza che mi stava venendo incontro e che faceva delle enormi bolle con i sei Big Babol alla fragola che aveva in bocca, in testa cominciarono a insinuarsi e a sovrapporsi al tema del film cantato da Richard Sanderson domande come queste: “Ma che cazzo sto facendo? Cosa cazzo ci faccio qui? Perché mi sono messo queste orrende scarpe a punta?”. Insomma mi posi per la prima volta nella mia vita la domanda metafisica fondamentale, che poi è quella che mi ha fatto uscire dal cerchio magico e terribile dell’adolescenza e che non somiglia per nulla alla domanda metafisica fondamentale che il filosofo tedesco Martin Heidegger invece pone all’inizio dell’Introduzione alla metafisica e che chiede perché in generale vi è l’essente e non il nulla, mentre la mia molto più ambiziosamente chiedeva perché cazzo continuavo a fare le vasche in Via Ricasoli come un imbecille quando era più che evidente che Sophie Marceau non l’avrei beccata MAI.

Ecco: in un momento, in un attimo crollò tutto quel mondo che TV Sorrisi e Canzoni aveva costruito intorno a noi adolescenti dei primi anni Ottanta e mi ritrovai solo, solo come un cane. Così entrai in coma e risuscitai un paio d’anni dopo con in mano la Lettera del Veggente di Rimbaud e le canzoni di Syd Barrett in cuffia mentre suonavo alla porta di casa della mia amica Catia dove sarei entrato dopo pochi secondi e dove avrei trovato, del tutto inaspettatamente, il mio amico Simone Lenzi, che ancora era per me un semplice conoscente piuttosto che un vero e proprio amico ma che di lì a pochissimo sarebbe diventato un mio grande amico e che in quella primissima occasione mi disse pressappoco: “Non mi rompere i coglioni: tieniti pure il judo e la chitarra ma lasciami i poeti maledetti”. E non era soltanto una questione di […]

***

Recentemente ho ritrovato in un cassetto una foto dell’epoca che mi ritrae insieme alla mia amica Veronica [bella, Veronica… dove sei ora?] con la chitarra in braccio e le orrende scarpe a punta di cui parlo nel post. Eccola:

maggio-81

Nota per i chitarristi: nel preciso momento in cui fu scattata la foto stavo suonando l’accordo di la maggiore che si trova nella quarta battuta del Capricho Arabe di Francisco Tarrega (cfr. F. TARREGA, Opere per chitarra. Vol. 3° – composizioni originali, Ancona, Bèrben, 1973, p. 12, primo rigo).

***

Insomma, alla fine lasciai Sophie Marceau a questo strafìo qui sotto (com’era giusto che fosse – come avrei potuto competere con lui su quel terreno?), salutai gli amici e partii per la terra del mio cuore, dove avrei potuto ridurre il Sanderson a un diblasto e dove avrei finalmente beccato la cugina pazza della Marceau, anche lei, come me, fuggita attraverso una porticina secondaria dal baccano della festa.

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26 Risposte to “Il tempo delle mele”

  1. gadilu said

    Ach.

    Bravo Marco. Bravo.

    (È inevitabile quello che segue)

    Anch’io ho visto “Il tempo delle Mele” in quei giorni. Ovviamente. Mi pare lo dessero alla Gran Guardia (o dio: si scrive così?). E anch’io l’ho visto con mio cugino! Andrea Nota. Ma a questo punto cominciano lievissime differenze. Tanto per incominciare mio cugino (Andrea Nota) ERA un co-protagonista del film. O meglio: era uno di quelli dei quali il film in un certo senso parlava, ne era, per così dire, DIRETTAMENTE INTERESSATO. Aveva la ragazza, insomma. Io no. Lui aveva questa ragazza, che si chiamava Ylenia (O Ilenya) con la quale condivideva la sicuramente eroticissima atmosfera degli amori parrocchiali. Io invece avevo già rotto con la Chiesa, avevo rotto con gli amici del cortile, non avevo legato con quelli del liceo (a parti un paio di rarissime eccezioni) e dunque brancolavo nel buio di una solitudine piuttosto atroce. Unici sprazzi di socialità: le mie visite settimanali allo studio di Ferruccio Mataresi, a ricopiare stampe antiche con la matita sanguigna. Caso curioso. Il padre di mio cugino (Andrea Nota) aveva una bibliotechina letteraria più fornita di quella di casa mia (anche se mio zio, che era medico, era comunque di un’ignoranza straordinaria). Tra i libri, un’edizione orribile delle poesie di Rimbaud. Mi ricordo di averlo sfogliato, a quel tempo, interrompendo una partita a Subbuteo o qualche altro gioco da ex-bambino. Sfogliavo e capivo che mi sarebbe piaciuto capire. Senza capire ovviamente una parola di quello che leggevo e perché mi sarebbe così piaciuto capire. Delle ragazze nemmeno l’ombra. Mi piacevano “a distanza”, ma pure ero terrorizzato dall’evenienza di trovarmi a dover intraprendere qualsiasi cosa per ridurre questa distanza. Per questo motivo il film non mi fece un grande effetto. Lo riposi immediatamente in un cassetto mentale con su scritto: roba per altri. Dopo l’incomprensibile Rimbaud, la mia ancora di salvezza fu Kafka. Il Processo di Kafka. Lo lessi perché su “Repubblica” (che sfogliavo la sera, quando mio padre lo portava a casa da Firenze) c’era un paginone centrale che si concludeva con le parole: “chi ha letto Kafka SA che cos’è la letteratura moderna”. Mi pareva dunque un’occasione estremamente rapida ed economica per capire forse quello che volevo capire quando sfogliavo Rimbaud senza capire. Il libro, un Oscar Mondadori con in copertina un quadro di Feininger, lo prelevai da uno di quegli stand che stanno sulla soglia dei negozi che tenevano i libri. Da “Santini”, per l’esattezza. In via Marradi. Ho detto lo “prelevai”, ma aggiungo che lo PAGAI (le ruberie da “Santini” e da altre librerei con merce incautamente esposta sarebbero cominciate di lì a poco). Ecco, quel libro per me fu una vera e propria bomba. Ma non perché lo CAPII. No. Perché semplicemente mi PIACQUE come mai nulla prima mi era piaciuto. Anche se non sapevo comunque ancora dire perché (e ancora oggi farei abbastanza fatica).

    (Inevitabile anche questo)

    Io e Marco Lenzi ci siamo guardati a lungo, sulla linea 20 dell’autobus, a quei tempi. E non ci siamo mai detti nulla.

    P.S. Quella copia de “Il Processo” di Kafka la regalai qualche anno dopo a mio cugino (Andrea Nota), il quale nel frattempo si era lasciato con Ylenia (o Ilenya) e aveva iniziato un periodo di digiuno erotico durato credo almeno dieci anni. Il libro ce l’ha sempre lui. O forse l’avrà buttato via, chissà. Negli anni ne ho ricomprate diverse edizioni, compresa quella in lingua originale (che lessi a Brema, l’anno che ci passai).

    Accidenti a te, Marco. Ma cosa cazzo t’è venuto in mente di dare la stura ai nostri ricordi?

  2. gadilu said

    Mi cospargo il capo di cenere. Non era alla Gran Guardia, il film. Ma all’ODEON!

    E… orrore… ho visto adesso che l’hanno demolito, l’ODEON. Ma ci sono ancora le macerie? E cosa ci fanno al su’ posto? L’acquario?

  3. sim said

    A questo punto, Marco caro, penso tu non possa esimerti dal raccontare ai nostri 20 lettori, quale fu l’evento che saldò definitivamente la nostra amicizia (che come molte amicizie maschili nasce in quella fase della fenomenologia dello spiritello in cui ti pare che tutto il mondo infame ce l’abbia con te perché sei ancora vergine).

    (da allora) tuo amico per sempre S.

  4. NZBX said

    Marco: anche con il motorino non si beccava una sega!
    Forse perchè avevo un misero Ciao, ma forse -e di sicuro- non ero CUGI e non avevo la Vespa con lo stereocassepoggiaschienapeneriallasella e le cassette del Cioni a tutto volume, come richiesto a quel tempo dalle fie…pazienza!
    Mi sbombolavo dalle seghe con i Kraftwerk e i Pink Floyd…ah, bei teNpi!

    p.s.
    ‘un sarete mìà andati a puttane ‘nsieme eh?!
    ò sudici!!!

  5. marcolenzi said

    @ gadilu
    già, la linea 20. che bellezza… in un cartello pubblicitario appeso dietro la cabina di guida ci lessi per una decina d’anni “profumerie armònie” invece di “profumerie armonìe” (forse perché inconsciamente rifiutavo in casi come questi la rima, o forse più semplicemente perché ero un po’ dislessico, visto che anche “indice analitico” l’ho letto per diversi anni “indice atlantico” – ero piccolo, eh, non fraintendiamo… poi questa dislessia è sparita).
    Al posto dell’Odeon ci hanno messo un parcheggio (che credo sia ancora in costruzione).

    @ sim
    la nostra comune amica katia era – come potrei definirla? – un ‘maschiaccio’ diciottenne indomabile e irriducibile, la personificazione dello spirito ribelle e ‘alternativo al sistema’ (in realtà già a partire dall’85, se ti ricordi, subì una certa involuzione verso l’indolenza e financo l’accidia che la portò a passare intere giornate sul divano di sala con un plaid addosso a guardare videomusic).
    ebbene, questa patti smith di colline un giorno, nello stordimento del post-joint ci disse, ispirata da manitù e dopo aver delineato un maldestro paragone fra jim morrison e dante (o baudelaire, non ricordo): “boia, bimbi, quando si spenge ‘r joint si spenge lo spirito…”. ci guardammo inebetiti e purtroppo non riuscimmo a trattenere le risa, tanto che fummo presi entrambi per la collottola e cacciati letteralmente di casa a pedate nel culo. usciti dalla porta a ruzzoloni e capriole, ci facemmo una corsetta defaticante intorno alle palazzine e diventammo amici per sempre. andò più o meno così, no sim?

    @ NZBX
    comunque s’era tutti binbini e binbine per bene…

  6. NZBX said

    lo so, lo so…il tono era scherzoso…spero che si sia capito…ciao ciao

  7. marcolenzi said

    certo che l’avevo capito! ciao bello
    😉

  8. Marta said

    Non so se sia dislessia, ma anch’io ho letto per anni “maniglione antipatico” invece di “maniglione antipanico”… 😀
    Quando sarò uscita definitamente dall’adolescenza forse scriverò anch’io un intervento come questo, chissà! Per ora (anche se in ritardo) ci sto dentro fino al collo!
    ‘notte

  9. zapruder said

    Look Back in Anger

    E invece io no: non ho mai visto Il tempo delle mele.
    Ma le inquietanti analogie biografico-esistenziali che ho riscontarato tra la mia vita e i post qui sopra mi esortano a scrivere.
    Una prima adolescenza galleggiante in acque solitarie, venate di inadeguatezza, da cui affiorano relitti infantili tipo Kiss e arti marziali; l’assenza del binomio inscindibile ragazza-motorino aggravata dalla presenza di un cugino che gode -immeritatamente!- delle magiche proprieta del binomio; tutto tratteggia un quadro che ben conosco e che incide gli animi piu sensibili come un coltello nel burro.
    Oltretutto non avevo il piacere di conoscre Ferruccio Mataresi.
    E non prendevo mai neanche l’autobus no.20
    (figuratevi come stavo…)
    Quindi mi basto’ il trailer per archiviare l’ameno film francese sotto ‘roba per altri’.
    Pero’, quasi con la stessa rapidita’, elessi nella categoria ‘roba per me’ un altro film:
    Christiana F. – noi i ragazzi dello zoo di Berlino.
    Niente paura (?): Fortuna volle che, con imprevedibile saggezza e notevole anticipo sul ministero della sanita’, aggiungessi mentalmente al perfido alcaloide la dicitura “nuoce gravem. alla salute”; il che mi permise negli anni seguenti di mantenere a debita distanza di sicurezza -appena sufficiente- ‘lamarissimo che famalissimo’.
    Ora, se all’ origine della mia elezione fu senz’altro una morbosita’ ancora tutta infantile ed una prevedibile identificazione con un’ altra adolescenza inquieta, solitaria, buia e retrospettivamente idiota nella sua trasgressivita’, bisogna dire che a compiere l’alchimia fu -guarda caso- la musica.
    Stay, Warszawa, Heroes, (helden), V-2 Schneider, Station to Station.
    Avevo finalmente trovato la dignita’ simbolica che i miei stati d’animo attendevano da tempo e che avrebbe reso incolmabile il fossato tra me e:
    ‘le canzonette’, i cantautori, la guida TV, domenica-in, le vasche in via Grande la domenica, le docce in casa mia la domenica, la domenica, sanremo, gli stivaletti, i bigbabol, gli amici-di-scuola, bruce lee e, ovviamernte, il cugino. Ole’! Con un colpo degno di un samurai avevo reciso i traballanti ponti cha ancora mi legavano all’infanzia e su cui si dondolavano le mie piu’ subdole incertezze.
    Su quelle note vibranti, sospese, dense, proiettavo la mia anima sbarba verso orizzonti che, ai miei occhi cisposi e miopi, si aprivano sconfinati e forieri di profondita’ inaudite.
    Seguirono, come da manuale, letture disordinate e sbilenche, equivoci e passioni, cantonate e delusioni, esperimenti, deragliamenti, ripensamenti ed un torrente di eccetera che vi risparmio volentieri.
    Era incominciato.
    Non so cosa, ma era incominciato.

    PS
    Anche se non avevo ancora nasato i benefici afrori della passera, di li a poco si sarebbe aggiunta anche questa voce alla mia biografia, ma questo e’ un altro capitolo.

  10. marcolenzi said

    @ zapruder
    ding! bene, vedo che questo post ha avuto qualche risonanza! e complimenti per il tuo taglio, riuscisti a liberarti di tutto ciò con un doppio salto mortale (film + musica)…
    io, per me, dopo l’illuminazione sulla via di damasco (leggi: sulla strada che portava dalla sala giochi di piazza cavour al bar torricelli di via grande) ebbi a seguire fasi più progressive e differenziate, per cui l’apparentemente brusco passaggio dai kiss a rimbaud fu in realtà mediato da passaggi intermedi – la chitarra classica, il progressive, primi balbettii letterari e filosofici, i pink floyd, roger waters, quindi, deflagrante e risolutivo, syd barrett – che sono i passaggi che ho seguito nei due anni (81-83) che ho definito ‘comatosi’. ma christiane f. – anzi tutta la controcultura tedesca, così diversa dalla patinatura adolescenziale parigina – mi mancò…
    grazie per il tuo contributo.

    ps ora che ci penso: com’è strano il silenzio di tiziano su questo post… mi sa che dovrò indagare.

  11. marcolenzi said

    …quello di np invece non mi meraviglia: lui a quattordici anni ascoltava già steve reich.
    🙂

  12. michael said

    sono affari suoi

  13. marcolenzi said

    😀
    o che commento è questo qui?
    certo che sono affari miei…
    (nella blogis mies ci saranno pur anche affary mièe, nun le pare signurino? ciau)

  14. np (non pervenuto) said

    🙂

    Ho avuto una strana adolescenza, in effetti. Trovavo non so come questi dischi – Steve Reich, il Philip Glass di “The Photographer” e di “Glassworks” – e li ascoltavo centinaia di volte. In quegli anni giocavo anche a basket, e cominciai ad avere alcuni problemi.
    Mi ricordo di una discussione a quattordici anni, in cui sostenevo che il concerto n. 2 per piano e orchestra di Rachmaninov era molto più bello di “I like Chopin” di Gazebo.

  15. marcolenzi said

    🙂

  16. Tiziano said

    “ps ora che ci penso: com’è strano il silenzio di tiziano su questo post… mi sa che dovrò indagare”.

    Scriverò domani. Ho bisogno di un lungo post. Al momento sono steso dal quinto giorno di febbre a 39 di Jana con relatie nottate, riesco appena a mettere assieme tre o quattro righe.
    A domani!

  17. Tiziano said

    Dunque, nel 1981 avevo tredici anni ed ero in seconda media. Brutto periodo. A quei tempi dimostravo al massimo dieci anni (pesavo meno di trenta chili). Vi lascio immaginare. Tra l’altro “Il tempo delle mele” non andai a vederlo perché “al cinema da solo ci vai un altr’anno in terza media”.
    Ero perfettamente consapevole di non essere credibile come tredicenne, ragione per cui facevo poca vita di gruppo benché coltivassi diverse amicizie e, tutto sommato, stessi bene nelle relazioni.
    Il 1981 era l’anno in cui i Rockets fecero uscire “Pi Greco = 3,14”, album per il quale, ricordo, provai un po’ di delusione. Anni prima avevo preteso da mio padre l’acquisto del primo LP dei Rockets (che conservo sempre), nel quale ci sono brani come “Fils du ciel” o “Future woman”, sapientemente prodotti da Claude Lemoine. Ero interessato a tutto ciò che aveva a che fare con l’elettronica. Colpa di mio padre che fu uno dei primi a Livorno, nel 1956, ad aprire un negozio (anzi una bottega) di radio, televisioni e poi alta fedeltà. Letteralmente fissato con la fantascienza e la tecnologia (e anche un po’ pazzo), la sera mi leggeva i Romanzi di Urania e le cronache di avvistamenti di UFO. A dieci-undici anni cominciai a leggerli da solo gli Urania e ricordo ancora un po’ di titoli. Il più bello: “La morte azzurra” di Norvell Page, e poi ancora Vogt, Dick, Clarke, Vonnegut, Hubbard, Pohl. A scuola venivo guardato con profondo sospetto dagli insegnanti. Ovviamente nel 1978, oltre a “On the Road again” dei Rockets comprai anche “The Man Machine”, che mi scatenò l’interesse per i Kraftwerk spinto indietro nel tempo fino a “Radioactivity”. La mia rivolta cominciò proprio a tredici anni con l’abbandono dell’interesse monomaniaco per la fantascienza e per il pop elettronico. Che andava di pari passo con l’aumentare dell’interesse per l’altro sesso. La canzone “Poor Shirley” di Christopher Cross (da “Sailing”) rimarrà indissolubilmente legata per sempre a tale Elena, ovviamente irraggiunta e irraggiungibile. Il 1981 è anche l’anno del successo di Alberto Fortis con l’LP “La grande Grotta” tramite il quale, a ritroso, scoprii “Tra demonio e santità”, che imparai a memoria e che tutt’ora ricordo quasi tutta (dura un quarto d’ora).
    Non frequentavo lo studio di Mataresi come Gadilu, ma la bottega di mio padre era un luogo di ritrovo di pittori giovani e meno giovani. Ogni settimana si consumava il rito cenacolare, molto spesso a Santa Croce con artisti e cultori d’arte che ruotavano attorno all’ambiente del “Grande Vetro”. Forse proprio per questo motivo la pittura costituì l’altro termine della mia rivolta, la rifiutai e chiesi ai miei di andare a lezione di piano. Ovviamente il passo successivo fu scoprire la cosiddetta musica contemporanea. Le cose andarono più o meno così: il mio libro di testo di musica delle medie aveva un piccolo dizionario dei compositori. Notai che quelli morti più recentemente erano Varèse e Stravinsky. Mi chiesi com’era che non esistessero quasi compositori di musica classica nel novecento. Quando poi andai a leggere di Varèse scoprii che era “uno sperimentatore di musica elettronica” e che aveva scritto un brano intitolato “Poema elettronico”. Per poco non mi prendeva un collasso.
    Intanto stavo scoprendo anche la poesia, mi fissai con Tristan Corbière in particolare e più tardi con Dylan Thomas. Nel frattempo, a diciottanni, mi misi quasi in pari con la crescita ed una tipa di 25 anni, una certa Barbara, mi fece capire in modo piuttosto esplicito ed inequivocabile che l’altro sesso non era più su Andromeda.

  18. Tiziano said

    Questi versi di Dylan Thomas sono di certo per tutti noi.

    Being but men, we walked into the trees
    Afraid, letting our syllables be soft
    For fear of waking the rooks,
    For fear of coming
    Noiselessly into a world of wings and cries.
    If we were children we might climb,
    Catch the rooks sleeping, and break no twig,
    And, afert the soft ascent,
    Thrust out our heads above the branches
    To wonder at the unfailing stars.
    Out of confusion, as the way is,
    And the wonder, that man knows,
    Out of the chaos would come bliss.
    That, then, is loveliness, we said,
    Children in wonder watching the stars,
    Is the aim and the end.
    Being but men, we walked into the trees.

  19. marcolenzi said

    sublime, commovente: grande poeta. grazie tiziano.

  20. Lorenzo said

    Non ho mai visto il tempo delle mele e non ho mai portato scarpe a punta, però fino a prova contraria sono un lurido adolescente che come dio comanda si dedica a cose da adolescenti.
    Avevo promesso che sarei venuto a fare un salto qui (anche se un po’ in ritardo).
    Sono un po’ nella tua situazione di un po’ di tempo fa, poche fie (anzi peggio, sono il battisti de La canzone del sole in questo periodo), un cazzo da sfamare e un mascagni e una scuola stressanti (e che scuola!!!), nonchè il gruppo per cui scrivere testi improbabili (che nemmeno io riesco a capire, scritti troppo a getto xD) che tra l’altro devo anche cantare, cosa ancor più faticosa.
    Ma cosa ci si può fare? Ormai la mia filosofia (presa per contrapposizione al 70% delle persone che ho attorno e che si spacciano per migliori amiche e rivelazioni della mia vita) è di sbattermene e andare avanti facendo rock.

    Ho visto che il 7 maggio fa un concerto al Goldoni, spero assolutamente di esserci (sono chiaramente se non un fan di syd barrett sicuramente dei Pink Floyd)

    spero di rivederla al mascagni (o in qualsiasi altro posto) il prima possibile.

    Blog fantastico 😉

  21. marcolenzi said

    grazie per il tuo prezioso contributo, lorenzo! spero di vederti anch’io alla goldonetta il 7. in ogni caso ci vediamo prima.

  22. anna said

    anche io trovo che l’adolescenza sia una cosa fantastica.Il film che ha segnato più di tt il periodo è stato il tempo delle mele.Leggendo il tuo articolo mi sono venuti in mente tanti ricordi bellissimi della mia adolescenza!!!

  23. marcolenzi said

    ciao anna, mi fa piacere sapere di averti fatto tornare in mente tante cose della tua adolescenza con questo mio scritto, anche se per me non è stato un periodo così ‘fantastico’ come sembrerebbe sia stato per te. per me è stato anzi un periodo molto problematico, dal quale ritengo di essere fortunatamente (e fortunosamente) uscito piuttosto presto. 🙂
    benvenuta nel mio blog!

  24. zapruder said

    Ma infatti, giusto Anna !
    Io continuo ad avere 17 anni da circa una ventina…
    🙂

    [PS. ti interessa la fotografia ? Ti piace NewYork ?]
    😉

  25. […] Il tempo delle mele February 2009 25 comments 3 […]

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