Che cos’è un do?

17 marzo 2009

 

 

Che cos’è un do? Boh, non lo so. Ho quarantadue anni, studio musica da trenta e ancora non so rispondere a questa domanda, presumibilmente una delle domande fondamentali e più elementari che si possano porre a un musicista… Eppure, se si chiedesse a un matematico quanto fa 1+1, a un pittore di indicarci un campione di colore rosso o a un poeta di leggere la parola ‘mamma’ non credo che questi signori si troverebbero nelle mie stesse difficoltà. Ma forse queste difficoltà sono appunto soltanto mie, e quindi torno a formulare nuovamente la domanda rivolgendomi ai (tanti) musicisti più preparati di me: “Che cos’è un do?”.

 

“Ma prof., il do è una nota, e precisamente la prima nota”, afferma stupito uno studente. “È questo il do, senta”, dice un altro suonando un tasto del pianoforte. “Guarda, è inutile che tu mi suoni il do; non ho l’orecchio assoluto, non mi resta in mente…”, replico io sconsolato. “E poi cosa vuol dire che il do è una nota? Cos’è una nota?”. E qui le cose, invece di chiarirsi, si complicano ulteriormente. “La nota è un segno grafico che sta per un suono”. “No, la nota è semplicemente il nome di un suono”. “No, la nota è la particella unitaria e indivisibile della melodia”, etc. etc.

Ecco: mi fa già male la testa. Proviamo a mettere un po’ d’ordine. Dunque: sì, è vero che il do è una nota, la prima di una successione scalare di sette ordinate dalla più grave alla più acuta. Così almeno ho letto trent’anni fa sul metodo Bona, così mi hanno insegnato. Ma, appunto, che cos’è una nota? Dice bene, così mi sembra, Mauro, il primo studente: la nota è un segno, una figura, un pallino ovale pieno o vuoto che posto in un determinato luogo (p. es. messo sul primo taglio addizionale sotto il pentagramma in chiave di violino) prende il nome di ‘do’. Bravo Mauro. Però a pensarci bene è vero anche quello che dice il secondo studente, Carlo, e cioè che il monosillabo ‘do’ è un nome, e precisamente il nome di un suono. “Quale suono?”, incalzo io. “Ma allora lei prof. è un po’ durino, gliel’ho suonato prima… questo!”, e vedo Carlo un po’ stizzito che ribatte ostinatamente per cinque o sei volte lo stesso tasto del pianoforte. “Ho capito, ma che suono è questo che stai suonando?”. Facce stralunate. “Voglio dire: come lo riconosco se non ho l’orecchio assoluto?”. Sentite la risposta: “Il do è quel suono che si ottiene prendendo un qualsiasi corpo elastico e facendolo vibrare 261,6 volte al secondo, almeno rispetto alla convenzione stabilita dal sistema temperato che fissa il la centrale a 440 hertz”. Eh, però… come punto di partenza del sapere musicale non c’è male… Ma insomma, alla fine ho capito, o almeno credo di aver capito; certamente so come devo rispondere per passare l’esame di Teoria e Solfeggio, così come lo passò uno che alla domanda “che cos’è la tonalità?” rispose che è un sistema costituito da tono e modo… Manca però ancora un dato fondamentale, che è quello su cui si costruisce ogni sapere, e cioè la pietra di paragone, il dato reale, l’esperienza vissuta a cui un concetto dovrebbe riferirsi e da cui dovrebbe derivare per poter essere assimilato e compreso. “Cinque come le dita di una mano”, si dice al bambino per insegnargli i numeri; “Rosso come il sangue, bianco come la neve, nero come l’inchiostro, azzurro come il cielo”, per insegnargli i colori; “’m’ come ‘mamma’, ‘a’ come ‘ape’, ‘l’ come ‘laringotracheite’”, per insegnargli a leggere; “‘do’ come…[?], ‘re’ come…[?], ‘si’ come…[?]” – ‘do’ come cosa? Come il citofono della zia Wanda?! ‘si’ come il clacson della Smart di nonno Frido?! ‘fa’ come l’urlo di Sergio quando gli strizzi le palle?! Come si fa a insegnare ai bambini la musica? A cosa la paragono? A cosa mi aggancio? Al cinguettio degli uccelli, al rumore del vento? Mah, mi sembra ci sia molta più somiglianza tra un vaso vero e uno dipinto che fra un minuetto di Bach e una folata di libeccio…

In genere quando ci si trova in queste difficoltà, quando si pongono tali questioni, gli insegnanti di musica si spazientiscono e ci dicono: “Guarda, lascia perdere, è troppo difficile; lo capirai fra un po’ quando sarai più grande; per ora memorizza queste nozioni senza farti troppe domande”… Infatti, ora che sono grande so molte più cose sul do, per esempio non so più soltanto che è una nota – e che una nota è “il segno che sta per un suono” – ma so anche che il ‘do’ è una nota che assume funzioni diverse a seconda del contesto in cui si trova. Aaaaaaahhh, meraviglia… Ora infatti so che il ‘do’ è, tra le altre cose – sentite ganzo – la tonica della tonalità di do maggiore e di do minore, la dominante di fa maggiore e di fa minore, la sottodominante di sol maggiore e di sol minore, la sensibile di re bemolle maggiore, la mediante di la minore e di la bemolle maggiore, la sopratonica di si bemolle maggiore e di si bemolle minore, la sopradominante di mi bemolle maggiore e di mi minore, per non dire la dominante abbassata di fa diesis maggiore e di fa diesis minore, la sensibile abbassata di re maggiore e la sottotonica di re minore, la sopratonica abbassata di si maggiore e di si minore, la sopradominante abbassata di mi maggiore, e poi [mi dimeno mentre cercano di tapparmi la bocca gridando “per cortesia, basta!”] so anche che ‘do’ è l’unisono giusto e l’ottava giusta di do, l’unisono aumentato e l’ottava aumentata di do bemolle, l’unisono diminuito e l’ottava diminuita di do diesis, la seconda minore di si, la seconda diminuita di si diesis, la seconda aumentata di si doppio bemolle, la terza diminuita di la diesis, la terza aumentata di la doppio bemolle, la terza minore di la, la terza maggiore di la bemolle, la quarta diminuita di sol diesis, la quarta giusta di sol, la quarta aumentata di sol bemolle, la quinta giusta di fa, la quinta diminuita di fa diesis, la quinta aumentata di fa bemolle, la sesta minore di mi, la sesta maggiore di mi bemolle, la sesta diminuita di mi diesis, la sesta aumentata di mi doppio bemolle, la settima minore di re, la settima maggiore di re bemolle, la settima diminuita di re diesis e la settima aumentata di re doppio bemolle.

 

Ecco, tutto questo e molto altro ancora è il do. “Bene. Hai capito ora, Sergio?”. Il piccolo Sergio mi fa cenno di sì con la testa. Io gli infilo la giacca e gli sistemo il cappello, ché l’ora di musica è finita e la mamma lo sta aspettando giù. “Ci vediamo martedì alla solita ora, va bene Sergio?”. “Sì, maestro, va bene”. “Studia, mi raccomando!”. “Sì, maestro”. “La prossima volta facciamo il re“, gli dico mentre socchiudo la porta; ma non so se mi ha sentito, stava già trotterellando per le scale.

marzo-1968-2

Annunci

12 Risposte to “Che cos’è un do?”

  1. protociccius said

    possibili risposte e interpretazioni:

    dò: voce del verbo dare. Gli accademici della Crusca raccomandano l’uso controverso dell’accento per distinguerlo dall’omografo do (primo dei sette suoni etc.).

    do-di-petto: espressione da usare con cautela in ambienti musicali che hanno subìto l’influenza della scuola di Vienna. Imprescindibile, invece, l’utilizzo di questa formula nella buona società – specie parlando del compianto Pavarotti, o immediatamente dopo l’esibizione di un tenore in carriera, all’uscita di un concerto parrocchiale (a meno che l’interlocutore non sia Paolo Isotta).

    do ut des: “Un giorno capirai, piccolo Sergio, il senso pieno di questa frase latina, anche se non farai il liceo classico…”.

    P.S. mentre scrivo questo commento sto ascoltando Al-do Clementi…

  2. marcolenzi said

    sì, manca ‘dò-di-corpo’, in genere per me diretta conseguenza dei ‘do-di-petto’.
    😉

  3. protociccius said

    Cazzeggiamenti a parte, caro Marco, il tuo post merita un commento ‘serio’ (aggettivo sempre molto imbarazzante anche se usato tra apici o virgolette). Intanto direi che tu possiedi – tra le altre – una dote rara: sai cosa significa scrivere. E’ un piacere leggere la tua prosa, ed è una ragione già di per sé sufficiente per frequentare il tuo blog. Baudelaire pensava che tutte le arti aspirassero alla musica, “la più spirituale tra le arti”. Da questo punto di vista, in quanto linguaggio asemantico, didatticamente poco ‘analogico’, la musica è probabilmente una disciplina più difficile da insegnare ai bambini – anche se poi i bambini spesso si rivelano molto più intuitivi dei maestri, perché magari sanno riconoscere un ‘do’ senza saperlo definire come tale. La pietra di paragone potrebbe provvisoriamente provenire – credo – dall’aritmetica.
    Forse esiste davvero una sorta di innatismo musicale (penso a Schopenhauer) cui solo tecnica e nozione riescono a conferire statuto mondano…

  4. marcolenzi said

    “La pietra di paragone potrebbe provvisoriamente provenire – credo – dall’aritmetica.”

    …e dalla danza. ho sempre pensato, ogni volta che sono andato in cerca del fondamento da cui la musica trae la sua ragion d’essere, che la danza, il movimento del corpo, abbia avuto un ruolo importante in questo senso. la musica sarebbe così una sorta di stilizzazione dei movimenti del corpo (delle mani, delle gambe, di tutto il corpo), una ‘trasposizione uditiva’ (per quello che questa strana espressione può significare) di un dato visivo. è l’unico ‘aggancio’ che mi appaia persuasivo. ma, al di là di queste vaghe intuizioni, rimane il mistero fondamentale di questa forma d’arte… tanto da supporre davvero che il suo linguaggio possa essere compreso soltanto da quei talenti innati cosiddetti ‘musicali’. ma quando penso a questo qualcosa in me si ribella: la musica, dunque, non deriverebbe da nient’altro che da altra musica? com’è possibile? no, è troppo bella, troppo importante la musica per essere lasciata soltanto ai suoi ‘talenti’. no, ci dev’essere qualche altra strada per arrivarci. alcuni (da berlioz a cage) l’hanno percorsa.
    grazie per le tue belle parole.

  5. Antonio said

    Il DO è una nota. Una nota non è un suono o un timbro. Una nota connota uno specifico suono in una mappa in cui posso riconoscere tutti i suoni udibili della natura. Posso riprodurre quella nota attraverso una infinita varietà di tipi di suoni. Per questo la frequenza è necessaria, perchè esprime l’identità di una vibrazione. I nomi e l’entità numerica delle frequenze sono solo convenzioni. La nota è assoluta. Non ha lingua, non ha dimensione, ha un corpo etereo ed oscillante e certamente ha un’anima.

  6. marcolenzi said

    mmmm, dunque: sì, la nota può essere definita come un suono specifico che io seleziono e ‘ritaglio’ dal continuum frequenziale indistinto della natura. potremmo anche dire che la nota è un suono ‘utilizzabile in un contesto specifico’, per esempio nella nostra cosiddetta ‘musica d’arte’, ma il problema non è tanto e non è solo nella definizione di un concetto, quanto piuttosto nell’uso che ne faccio. per imparare ad usare un concetto devo farne esperienza, come diceva wittgenstein, nel contesto di una ‘forma di vita’, cioè devo avere un modello, un protocollo comportamentale da imitare. ora, quello che è curioso della musica rispetto ad altre forme d’arte come la pittura o la letteratura è che essa non sembra avere alcun modello ‘esterno’ plausibile (i suoni e i rumori della natura sono troppo distanti dalle forme anche più elementari di ciò che chiamiamo musica rispetto agli oggetti che stanno di fronte al pittore o alle parole da cui il poeta ‘prende le distanze’ per costruire il suo linguaggio specifico). sembra cioè che l’unico modello per la musica sia la musica stessa (per imparare a comporre un minuetto devo ascoltare un minuetto, mentre per imparare a dipingere un fiore posso anche non aver mai visto un fiore dipinto; analogamente, ‘sempre caro mi fu quest’ermo colle’ è una presa di distanza da ‘m’è sempre garbata questa collina qui davanti’, mentre non mi sembra così evidente che il canto gregoriano sia un’analoga presa di distanza dal cinguettio di un usignolo – nella musica si manifesta un vuoto, uno scarto ben più profondo tra la sua creazione estemporanea e l’apprendimento del suo linguaggio specifico). questo paradosso che la musica si porta con sé da sempre (e che si riflette nell’assoluta oscurità in cui sono avvolte le sue origini) mi ha sempre profondamente affascinato. intendiamoci, non sto dicendo niente di nuovo, ma mi sembra che tutto sommato non sia stata dedicata particolare attenzione alla questione, nonostante sia stata posta più volte nel corso della storia. cioè mi è sempre parso che l’atteggiamento tipico dei musicisti al riguardo sia stato quello di ignorarla bellamente. essi sembrano aver sposato inconsapevolmente la classica posizione della psicologia comportamentale secondo cui quello che succede nella ‘scatola nera’ (il cervello) che lo stimolo esterno percorre prima di trasformarsi in risposta non ci dovrebbe minimamente interessare (cioè, della serie: “ma che t’importa di sapere se esista e quale sia il modello della musica: hai bach, non ti basta?).

    grazie antonio

  7. anna said

    egregio signor marcolenzi paf… sono già innamorata di lei

  8. marcolenzi said

    oh my god, sono liquefatto. 🙂

    [non credo di meritarmi il suo amore per così poco, dolcissima anna, ma esso certo mi rende, alla volta, elefanteputtino leggiero e presto molto, allegrissimo colibrì frullante nel nevischio odoroso, campanellino tintinnante con graziosetto fiocco legato al picciol ciuffo di tenerissimo scoiattolo blu]

  9. marta said

    NON HO ANCORA CAPITO CHE COSA é UN DO DI PETTO
    MARTA

  10. angelo41 said

    Interessanti le tue teorie sull’origine della musica.
    Chissà, nella preistoria, il movimento casuale di un corpo, o provocato dai rumori della natura, ha generato una trasposizione uditiva che qualcuno magari si è preoccupato di trascivere, in qualche modo, per poterlo rivivere.
    Da approfondire, invece, le tesi del modello generativo della musica, che non ha bisogno di ascoltare un motivo o un rumore purchessia.
    Sappiamo che Beethoven era sordo, eppure ha composto
    le immortali sinfonie che conosciamo.
    Cosa gli frullava nel cervello?

  11. c.p. said

    Buongiorno a tutti, interessantissimo argomento, meno male che c’è Marco!
    1 + 1/2 + 1/3 + 1/4 + 1/5 + 1/6 + 1/7 + 1/8 ecc. Ciò per me è in sostanza una nota.

    Credo che la cosa particolare e affascinante sia quella che l’elementare nota in pratica non esiste in natura (fatte salve eccezioni), e la possiamo emettere solo noi con la voce o gli strumenti musicali.
    Quando questi corpi entrano in vibrazione producono insieme al suono fondamentale (quello distintivo di una nota) una serie infinita di altri suoni con frequenze rapportate (armoniche) a quella appunto del fondamentale.
    Quella elegantissima successione di numeri al principio rappresenta ciò che è una nota (dove 1 è la frequenza fondamentale distintiva), la legge fisica che ci spiega il prodigio del suono musicale.
    La nota pertanto è un suono complesso antitesi del rumore perché come super filtrato da una logica matematica. (Infatti in matematica è chiamata serie armonica. Forse è questo per così dire il primissimo modello generativo…)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: