Morton Feldman e l’Espressionismo Astratto

26 aprile 2009

 

 

Cosa può imparare un artista da altri artisti, da forme d’arte diverse dalla propria? Per esempio un musicista da un pittore, al di là della generica condivisione di un orientamento estetico? È possibile imparare qualcosa, far tesoro di tecniche e linguaggi diversi per rinvigorire, se non addirittura rifondare la propria tecnica e il proprio linguaggio?

Generalmente, quando si colgono delle assonanze, delle analogie tra due forme d’arte diverse o tra artisti diversi, si parla di influenza; si dice, per esempio, che Modigliani è stato influenzato dall’arte negra o che Pollock è stato influenzato dalla pittura di sabbia degli Indiani d’America, così come si dice che Bach ha influenzato Hindemith o che Wagner ha esercitato un’enorme influenza sulla generazione di musicisti a lui successiva. Ma che cosa vuol dire esattamente ‘influenzare’ qualcuno, ‘esercitare un’influenza’? Vuol dire tracciare un percorso di continuità, riconoscere le fonti a cui si ispira e da cui prende vita un’opera d’arte; in senso lato, non significa altro che inaugurare o consolidare una tradizione. Ora, gli elementi di continuità che attestano la presenza di un’influenza in genere si leggono sul piano più ‘superficiale’ (nel senso di ‘evidente’) della tecnica e dello stile di un autore; più difficile è riconoscere le tracce dell’esercizio di un’influenza a un livello più profondo, quello del modo in cui si pensa l’opera d’arte e quello delle funzioni e del ruolo  che gli aspetti tecnici e stilistici assolvono in un dominio estetico.

In questo senso appare esemplare l’opera di Morton Feldman (1926-1987), compositore americano tra i maggiori della sua generazione, per il quale la pittura dell’Espressionismo Astratto degli anni Cinquanta (Pollock, De Kooning, Kline, Rothko) è stata determinante non solo per l’influenza che ha esercitato sul piano dello stile e del linguaggio, ma soprattutto per l’attitudine complessiva verso il fenomeno estetico manifestata dai suoi esponenti (in particolare Philip Guston e Mark Rothko), attitudine che Feldman sentiva affine alla propria e che lo portò a rifondare ex novo la sua stessa concezione del fenomeno sonoro e della dialettica che esso instaura con la sua dimensione più propria, quella della temporalità.

Nella musica di Feldman la tradizionale struttura gerarchica dei parametri sonori, che pone al primo posto per importanza l’altezza e la durata e che relega a un ruolo secondario l’intensità e il timbro, viene ribaltata: in essa non ha importanza quale nota debba essere suonata (se un do o un fa diesis piuttosto che un si bemolle) né quanto questa nota debba durare (se sia cioè breve o lunga o in un qualsiasi rapporto temporale con un’altra nota); ad avere importanza è invece il suo aspetto timbrico (cioè da quale strumento debba essere articolata), la sua collocazione registrica (cioè se debba essere acuta, media o grave) e soprattutto il suo attacco (che dev’essere per così dire ‘privo di origine’) e la sua dinamica (sempre minima, ai limiti dell’udibilità). Già questo di per sé segna una svolta epocale e costituisce una rivoluzione estetica di straordinaria portata. Si tratta in sostanza di concepire la composizione musicale secondo una logica ‘macroscopica’ che sacrifica il dettaglio a una visione d’insieme e le singole articolazioni melodiche a grandi gesti che somigliano più a processi naturali che a processi compositivi veri e propri. Non sono più le componenti elementari del linguaggio musicale (note, intervalli, incisi, motivi, frasi) a costruire attraverso il loro sviluppo e la loro concatenazione l’immagine complessiva del brano: Feldman parte invece da quest’ultima, dall’immagine sonora globale intesa come respiro originario del suono piuttosto che come prodotto di un processo di sviluppo, articolandola al suo interno secondo movimenti che hanno il compito non di segmentarla o di differenziarla, ma di lasciarla il più possibile intatta. Per questo nella musica del compositore americano, tranne in rari casi, non si trovano contrasti vistosi ed è spesso difficilissimo, se non impossibile, segmentarla secondo criteri chiari e univoci.

In che modo la pittura dell’Espressionismo Astratto ha contribuito alla fondazione di questo nuovo mondo sonoro? Innanzitutto nel metodo: pittori come Kline o De Kooning intendevano la pittura come performance – in questo senso va intesa l’espressione action painting che molti critici hanno spesso usato come sinonimo di abstract expressionism, storicamente forse più corretta ma più vaga e generica rispetto appunto all’approccio performativo, tattile e temporale alla tela propria dei ‘pittori d’azione’. Il rapporto diretto con il piano pittorico, la mancanza di ogni dimensione progettuale portò così Feldman al superamento del ‘lavoro a tavolino’, tipico dei compositori seriali e non solo, e alla rinuncia del momento ideativo del processo compositivo per restituire la musica all’hic et nunc dell’esecuzione, al rapporto diretto col suono. “Per me non esiste alcuna realtà compositiva, l’unica realtà con cui ho a che fare è quella acustica”, disse il compositore newyorkese in un’intervista. E ancora: “So di aver bisogno di otto o dieci minuti come un pittore ha bisogno di una tela di cinque metri”. Nessuna strutturazione preordinata, dunque, ma un lavoro guidato dall’intuizione che si concentra sull’istante, un lavoro che esercita il proprio controllo più sull’esperienza di ascolto che sulle possibilità combinatorie del materiale.

Un altro aspetto di fondamentale importanza che Feldman mutuò dai pittori è il trattamento del colore: la sua musica può essere considerata come uno sviluppo di quella Klangfarbenmelodie (melodia di timbri) alla quale Schoenberg già dagli anni Dieci del secolo scorso aveva affidato il futuro della musica: così come nella pittura di Guston e di Rothko il colore regna sovrano a scapito del disegno, nella musica di Feldman il timbro predomina sugli altri paramentri sonori; la scelta dell’organico strumentale, originale e raffinato quanto altri mai, la riduzione dinamica ai minimi livelli d’intensità e l’annullamento dell’attacco del suono sono finalizzati a una percezione pura del colore musicale, non disturbata dalla dialettica dei contrasti o dal gesto strumentale convenzionale.

Tali sono le caratteristiche principali dell’opera di Feldman, un’opera che si appresta a divenire un ‘classico’ e ad occupare un posto di primo piano nella storia della musica accanto a quella di Bach, di Mozart, di Debussy, di Stravinskij.

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14 Risposte to “Morton Feldman e l’Espressionismo Astratto”

  1. zapruder said

    Io davanti a quadri di Rotchko ‘sento’ la musica di Ligeti; ma solo con gli originali -con le riproduzioni non funziona- e non e’tanto facile trovarsene davanti uno (l’ultima volta e’ stato a Zurigo)
    Feldmann mi sembra piu’legato ad una forma di espressione soggettiva, pero’…

    Ora, lo so: qui dovrei linkare a Lux Aeterna,(qualcuno lo avra’ senz’altro uppato su YT) ma oggi non ne ho tanta voglia.

    Pardon.

  2. Tiziano said

    Ho avuto la fortuna di levitare per qualche ora davanti a molte tele di Rotchko a una temporanea al Pompidou qualche anno fa. Posso dire questo: niente è più lontano da Rotchko della musica di Boulez. Esiste altra musica più o meno lontana, ma Boulez rappresenta i suoi antipodi.
    Di Feldman vorrei dire una cosa forse marginale: è sublime come i suoi pezzi non ti facciano MAI pensare agli strumenti musicali usati. Ho ascoltato tre volte in tre giorni Triadic Memories e non ho mai ‘visto’ o ‘sentito’ il pianoforte. Ascolto adesso Cello and Orchestra e non riesco minimamente a immaginare un violoncello che lo suona.

  3. lorenzo saini said

    “…Io non suono con precisione-chiunque può suonare con precisione-ma suono con un’espressione meravigliosa.Per quanto riguarda il piano, il mio forte è il sentimento la scienza la riservo alla vita.”…chissà se lesse mai queste poche righe…!Comunque,a mio parere,rispecchiano la volontà del compositore di focalizzare l’attenzione sui timbri.
    Tutto ciò è molto interessante prof.,se non avessi mai ascoltato Feldman lo cercherei su internet ma conoscendolo già mi viene tantissima voglia di comporre con il suo stesso metodo!

  4. marcolenzi said

    carissimo lorenzo,
    che piacere! benvenuto nel mio blog!
    vai, componi, scrivi, senza timori, senza preconcetti, senza inibizioni o censure di sorta… è l’unico modo vero, giusto di far musica, l’unico che dia vera gioia: le regole lasciale agli accademici, trovati piuttosto le tue!
    diceva Varèse: “la tecnica è ciò che mi manca per essere me stesso”… buona fortuna, caro lorenzo!

  5. Fabrizio said

    Ciao. L’action painting mi ha sempre ricordato l’improvvisazione radicale, con i suoi atti arbitrari e il suo linguaggio disarticolato, aperto a tutti i venti del delirio. Ornette Coleman scelse Pollock per la cover di “Free Jazz”.

    Lux Aeterna di Ligeti, più che dai paesaggi lunari di Kubrick, mi è sempre sembrata scaturire da un dipinto di Hieronymus Bosch.

    Boulez trovava la sua musica affine alla pittura di Klee.

    Come sfuggire alla soggettività delle associazioni?

  6. marcolenzi said

    caro fabrizio,
    certo, in questi casi la biunivocità delle relazioni è impensabile: sono mille le possibili evocazioni, le possibili corrispondenze e i possibili richiami. si possono però fare alcune distinzioni, nella ricostruzione storico-culturale di un ambiente, tra le affinità elettive per così dire ‘superficiali’ e le compenetrazioni reciproche di domini estetici diversi vissute con profonda consapevolezza: in questo senso, feldman è stato indubbiamente il musicista più vicino allo spirito dell’espressionismo astratto’, specialmente quello più spirituale di rothko o quello più critico e sofferto di philip guston.
    ma certo non è il solo. qui da noi sono note le profonde affinità tra musicisti come clementi e nono e pittori come dorazio e vedova.
    ho sempre creduto e continuo a credere che musica e pittura abbiano molto da imparare l’una dall’altra, molto da dirsi e da condividere.

  7. protociccius said

    Bellissimo post. Io, forse per mia personale (de)formazione, in nome di quelle “affinità elettive per così dire ‘superficiali'”, tutte le (poche) volte che ho ascoltato Feldman ho pensato a Beckett. (Il mio approccio con la musica di Feldman non è stato comunque – lo confesso – dei più felici.) Soltanto qualche tempo dopo questa mia libera associazione di ascoltatore ‘ingenuo’, ho scoperto dell’esistenza di Neither nel catalogo delle opere di questo compositore…
    Mentre scrivo queste righe, grazie alle tue sollecitazioni, sto riascoltando Principal Sound: l’immagine associativa che mi viene in mente è quella di un teatro gestuale estremamente spoglio, ridotto all’essenziale, ma a suo modo ‘barocco’. Come in certe ‘partiture’ beckettiane.
    Che ne pensa, maestro Lenzi?

  8. marcolenzi said

    caro protociccius,
    hai un ‘fiuto’ estetico incredibile, complimenti! dopo i pittori e i tappeti, beckett è quello che ha esercitato l’influenza più profonda sull’opera di feldman, testimoniata non solo in ‘neither’, ma anche in altri lavori che recano il segno della presenza del mondo di beckett: ‘elemental procedures’, ‘words and music’ (il radiodramma del 1962 per il quale feldman riscrisse le musiche nel 1987, poco prima di morire) e l’ultimo, splendido lavoro orchestrale di feldman intitolato appunto ‘for samuel beckett’… io devo dire che non ho approfondito moltissimo la questione, mi sono occupato più dei rapporti con i pittori, ma è un argomento che potrebbe essere studiato proficuamente. ‘principal sound’, l’unico pezzo organistico di feldman, non lo ritengo tra le sue cose migliori, ma certo quelle associazioni di cui parli sono molto calzanti (il buio, il silenzio, tutto quel mondo chiuso e autoreferenziale comune ai due artisti…). grazie per il contributo.

  9. anonimo said

    prossimo leone d’oro alla carriera Biennale Musica 2009 sarà G. Kurtag

  10. marcolenzi said

    ho capito frank, l’avevi già scritto in un tuo commento a un altro post cinque giorni fa al quale ho già risposto, perché lo ripéti?

  11. Paolo said

    Questo è mascherato bene, ma credo sia sempre spam.

    Non so se c’è l’opzione disponibile tra i settaggi del blog, ma per bloccare lo spam in maniera definitiva si può usare il captcha (questo, per capirsi —> http://www.html.it/articoli/2276/captcha.png). In pratica ogni utente che risponde al forum prima di inserire il messaggio è obbligato a digitare la parolina che fa da filtro. Così questi messaggi, inviati automaticamente, di chi ti viene a scrivere “ciao ,tante belle cose, guarda il mio sito” non ci saranno più. 😉

    —-
    Mettendo da parte questa robaccia, ne approfitto per una piccola richiesta, un paio di domande. Sono colpevolmente digiuno di musica contemporanea, mi sono giusto introdotto al minimalismo (‘glassworks’ e sopratutto ‘music for 18 musicians’ mi hanno abbastanza “esaltato”), da quali ascolti fondamentali posso partire? E, visto che era stato accennato in un altro post, dove stiamo andando con la musica oggi?

  12. marcolenzi said

    @ paolo
    molte grazie, cercherò di modificare le opzioni d’ingresso.
    per ampliare il tuo repertorio contemporaneo mi permetto di consigliarti l’ascolto dei seguenti cinque capolavori:

    1. m. feldman – three voices
    2. g. ligeti – requiem
    3. k. stockhausen – gesang der junglinge
    4. l. nono – guai ai gelidi mostri
    5. j. cage – 4′ 33”

    poi: con la musica oggi stiamo andando a savarna, in provincia di ravenna. 😉
    (a parte gli scherzi, non so dove stiamo andando, so soltanto che in questo momento siamo in mezzo alla melma).

    @ christian spam
    la rotta ‘n culo di tu’ madre [engl. fuck your broken-ass mummy]

  13. Paolo said

    Ringraziamenti infiniti e buon recupero di forma! 😀

  14. Reblogged this on .

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