1909-2009: cent’anni di musica ‘nuova’

4 luglio 2009

Cent’anni fa Schönberg componeva i Drei Kalvierstücke op. 11, com’è noto la prima composizione che sancisca il definitivo superamento della tonalità, fino ad allora (ma in fondo ancora oggi, se la si intende in un senso più generale e generico che comprenda anche il recupero della modalità) la ‘lingua musicale universale’, la lingua cioè con cui di solito si parlava e si continua a parlare quando vogliamo esprimerci attraverso la musica. Mi fa un po’ effetto pensare che sia passato addirittura un secolo da allora, e ciò non può non indurmi a fare una qualche riflessione al riguardo, a pensare a una sorta di ‘consuntivo’ storico.

La prima cosa che mi viene in mente quando penso ai cent’anni della musica atonale è che ancora oggi gran parte del pubblico musicale non la capisce e perciò la rifiuta; ciò in un certo senso è positivo, se non altro perché rende quella musica sotto molti aspetti ancora nuova e fresca. Ma in un altro senso, per quel che riguarda cioè gli stili e i metodi comunicativi di cui si è fatta carico la musica moderna, è sintomo che qualcosa dev’essere andato storto; non è facile capire cosa, ma qualcosa è andato storto nella storia della ricezione delle cosiddette ‘avanguardie’.

Ci sono cretini come Allevi (anche se non è solo, anzi è in buona compagnia) che pensano che Schönberg abbia semplicemente ‘sbagliato’, che tutta l’avanguardia sia stata una sorta di ‘equivoco’ artistico e culturale o tutt’al più una curiosa ‘parentesi’ storica che fortunatamente è stata chiusa per lasciare nuovamente spazio a “quello che vuole veramente la gente”. Non commento simili dichiarazioni: mi limito a constatare che la sperimentazione e la ricerca sono una categoria dello spirito universale delle arti e che perciò è sempre esistita e sempre esisterà un’arte ‘radicale’ (da Timoteo di Mileto a John Cage passando per Philippe de Vitry, Ockeghem, Gesualdo, Frescobaldi, Liszt, Debussy e – appunto – Schönberg) che rifiuta i linguaggi convenzionali per introdurre nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuove forme espressive. Punto. Qualcun altro invece, pure accettando la ‘legittimità’ storica delle avanguardie, pensa che il Novecento si sia spinto un po’ troppo oltre rispetto ai secoli precedenti, che esso abbia in un certo senso travalicato i limiti ‘naturali’ che regolano la produzione e la ricezione delle opere d’arte per trasformare l’arte in un non luogo, in un ‘altrove’, in pura utopia. Staremo a vedere; Christian Wolff una volta osservò, molto acutamente, che “tutto finisce per diventare melodico” – e forse, quindi, un giorno ci sarà qualcuno che fischietterà sotto la doccia il Marteau sans maître di Boulez o Fontana mix di John Cage.

Quello che invece mi sento di dire, a proposito di quel “qualcosa di andato storto” cui accennavo sopra, è che ai compositori sembra sia sfuggita l’occasione di partecipare in prima persona ai processi di trasformazione culturale della modernità; non hanno saputo cogliere questa occasione e, soprattutto, non hanno saputo riconoscere quei processi. È per questo che il giovane intellettuale, il giovane ‘colto’ di oggi va a vedere la mostra di Rothko, conosce i film di Greenaway, legge le poesie di Celan ma non ha neanche un disco di Stockhausen o di Nono: quei dischi sono sostituiti da quelli di Björk o dei Radiohead, ai quali invece dovrebbero stare accanto. Ma non è solo per una questione di ‘linguaggio’, come vorrebbe Baricco, con la cui posizione (particolarmente quella espressa nel libello L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin) sembrerei qui in sintonia: il problema non è che i compositori abbiano preferito l’emancipazione della dissonanza alle strade (secondo Baricco ‘alternative’) seguite da Mahler o Puccini: non è questo che ha negato loro il riconoscimento del pubblico. Il problema è che i compositori, tranne poche eccezioni, sono sempre stati tra tutti gli artisti quelli più interessati alle questioni tecniche, interne al linguaggio, a come, per dirla in breve, un’opera d’arte è fatta, piuttosto che a che cosa essa sia e a che cosa serva; essi sono sempre stati più interessati al come piuttosto che al cosa e al perché, tanto da finire per rimanere irrimediabilmente invischiati nell’ossessione per la coerenza della scrittura e perdere completamente di vista il senso per cui si fanno le cose. Il compositore si accontenta di fare una cosa ‘riuscita’, e per lui una cosa è ‘riuscita’ quando, per usare una tipica espressione del compositore ‘colto’, “sono state portate a termine le possibilità costruttive ed espressive del materiale”.  Il mercato discografico da un lato (con tutto il giornalismo musicale analfabeta annesso) e dall’altro la presenza ingombrante e opprimente di una madre – la musica classica – che invece di emancipare il proprio pargoletto lo ha tenuto tra le sue gonne impedendogli di liberarsi della forma mentis tipica del conservatorio, hanno poi fatto il resto.

Ci sarà insomma da lavorare molto per recuperare la musica radicale alla modernità, per portarla alla ‘gente’, per fare capire, insomma, come dietro la musica di Schönberg non ci fosse soltanto un desiderio formale e ‘costruttivo’ ma soprattutto – come dietro qualsiasi altra musica d’arte – una profonda esperienza esistenziale che individuava nell’angoscia, nell’ansia, nel dolore e nel conflitto alcuni dei tratti essenziali della vita dello spirito; lo spirito di un’epoca, quella di  Schönberg, che, nonostante il sorriso idiota di Berlusconi voglia indurci a pensare il contrario, sembrerebbe non ancora del tutto finita.

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7 Risposte to “1909-2009: cent’anni di musica ‘nuova’”

  1. zapruder said

    Io non voglio assolutamente interferire -non ho i ‘tituli’ per farlo- con tua argomentazione che imputa ai compositori un’ eccessiva ed autoreferenziale ricerca ‘tecnica’, con conseguente perdita di ‘senso’.
    (sbaglio o avavamo gia affrontato l’argomento? boh…)
    Pero’, per proseguire il parallelo con le arti figurative che hai fatto tu, non credo che ad es. un Burri un Pollock o -qui vedo che va forte- un Rotchko agisse tanto diversamente dai compositori di cui parli: tentavano cioe’ anche loro di “esaurire le possibilita’ comunicative del materiale”
    Eppure oggi ‘il pubblico’ non trasale (non trascende) non si annoia
    Anzi.

    E questo IMHO perche’, come dice un mio amico, “alle inaugurazioni ci si dondola”.

    E con questo non voglio assolutamente dire che un quadro di Enzo Cucchi non trasmetta significati o che
    un opera di Candice Breitz non apra un campo di domande interessante; dico che ci puoi passare davanti e guardarlo come si guarda la vetrina del tabaccaio.

    E’ facilmente verificabile da chiunque che puo essere esperenza decisamente ‘amena’ il passeggiare in una galleria d’arte, possibilmente con un martini in mano, spostando con accorti movimenti lo sguardo dai dentacci di un insignificante squalo in formaldeide (o da un meraviglioso Bacon) al culo della giovane post-punk accanto passando per le tette della gallerista
    “attenti alla curatrice che e’ quasi sempre lesbica” (Cfr: Zapruder, “Io e le mostre”, Sonzogo-o-sondesto, 1997, p.3)
    E se gli affari vanno bene qualsiasi broker semianalfabeta e rimbambito di dowjones puo anche mettersi un Baselitz in salotto, detestarlo nel profondo, ma sopportarne tranquillamente la vista anche senza l’uso di sostanze.

    In altri termini: se l’oggetto del contendere qui e’ il riconoscimento del pubblico si puo’ dire che una visione distratta e’ sempre possibile, mentre l’ascolto e’ sempre attentivo, sopratutto con la ‘musica contemporanea colta’ (e’ passabile come termine?)

    Lascio volentieri proseguire qualcun’altro con un bagagliaio culturale piu’ capiente e piu’ pinzo del mio.
    L’ importante ora era cambiare argomento:
    gia’ da qualche notte avevo l’incubo che Anthony Reynolds mi svegliava con un arrangiamento per quartetto d’archi di “pretty vacant”….
    😉

  2. protociccius said

    Mi sembra che anche stavolta la tua analisi sia lucidissima e puntuale. Probabilmente la ricezione della musica cosiddetta contemporanea (sia quella storicamente ‘nuova’ che quella ‘novissima’ dei vari Berio etc.) è avvenuta soltanto attraverso canali settoriali, sostanzialmente alternativi ai canonici percorsi di formazione scolastica. Ecco perché il giovane mediamente colto conosce (o presume di conoscere) le avanguardie storiche del Novecento letterario e artistico, ma sa pochissimo o nulla di quelle musicali. Anche se questo è solo un aspetto della questione. E’ verissimo, infatti, che la maggior parte dei compositori contemporanei (come i poeti, almeno in Italia) si sono mossi solo all’interno del loro recinto programmatico e specialistico, muovendosi come alieni sul terreno del sentimento popolare e codificando come lingua morta o comunque straniera ogni tentazione emotiva. Qualche tempo fa ho fatto un piccolo esperimento per così dire sociologico: ho chiesto a un venditore di cianfrusaglie di nazionalità polacca se conosceva Penderecki, e quello mi ha risposto compiaciuto – sorridendomi per la prima volta – che era un grande musicista della sua terra. (Ho ritentato con Wislawa Szymborska – premio Nobel per la poesia nel 1996 – e la risposta non si è fatta attendere…).

    PS Mi stupisco che tu ritenga un “cretino” come Allevi depositario di un’opinione. Lui incarna la deriva irrazional-popolare, esattamente la conseguenza e l’altra faccia della degenerazione elitaria.

  3. da said

    collego questo post all’estratto da Gargani: non è che a fare “critica” del proprio linguaggio artistico si è perso per strada qualcosa d’importante? E ci piglia Zapruder dicendo che se una visione distratta è sempre possibile, sorretti da una sovrastima metafisica dello sguardo, la faccenda dell’ascolto è ben più delicata, la resistenza arcaica forse più forte. Sono due cose buttate lì. Ciao devo scappare.

  4. Fabrizio said

    Ciao. L’immagine è, psicologicamente parlando, meno molesta. Un Bacon può tranquillamente svolgere il suo effetto decorativo in qualsiasi salotto borghese, si può osservare tra il vasellame pregiato senza inorridire, magari ascoltando un bel disco di cool jazz. Carmelo Bene ha detto che l’immagine è sempre volgare, non so se “volgare” sia la parola giusta, comunque c’è sicuramente qualcosa di facilmente assimilabile, mentre chi non ama la musica d’avanguardia può apprezzarla solo al cinema, associata alla narrazione per immagini, diversamente fugge dalla stanza.

    “L’arte appartiene all’inconscio! Bisogna esprimere se stessi! Esprimersi con immediatezza! Non si deve però esprimere il proprio gusto, la propria educazione, la propria intelligenza, il proprio sapere o la propria abilità. Nessuna di queste qualità acquisite, bensì quelle innate, istintive. […] Solo la creazione inconscia, che si traduce nell’equazione: ‘forma-manifestazione’, crea forme vere; soltanto questa produce quei modelli che le persone prive di originalità imitano poi, trasformandole in ‘formule’” (Arnold Schönberg).

  5. zapruder said

    Ma, insomma!

    Noi qui sudiamo 7 T-shirts per intervenire sulle questioni che TU sollevi.

    Ci sforziamo di considerare precipuo il perspicuo.

    Ci inerpichiamo come nani sulle spalle di giganti
    -o di altri nani- per trovare argomenti

    E tu che fai?
    Ci cai sull’uscio per intrattenerti a parlare del Bobo su altri Blog?

    SEI UNA ZIA GIGOLO’!
    😉

  6. marcolenzi said

    😀
    hey zappy che ti prende?
    torno or ora da una breve vacanza in montagna, durante la quale – per mia fortuna – non ho potuto avere alcun accesso al web…
    subito dopo aver scritto il post ho spento tutto e son (s)par(t)ito; volevo lasciarvi nella meditazione perpetua e cosa trovo al mio ritorno? insulti… 🙂
    vabbe’… procediamo con ordine.

    @ zap (1)
    non ricordo se ne avevamo già parlato (quando? e dove? dico anch’io “boh”). i pittori hanno un tale vantaggio sui compositori (ciò che costituisce la base della profonda invidia di questi ultimi per i primi), pensa: il pittore quando ha finito un quadro ha finito il suo lavoro, mentre un compositore quando ha finito una composizione non solo non ha finito un bel nulla, ma in un certo senso non ha nemmeno cominciato (musica di carta, problemi di cattive interpretazioni e di cattive esecuzioni ecc. ecc., tanto che si può dire che – salvo in pochissimi casi – quando un compositore ha finito di scrivere un pezzo cominciano i suoi veri dolori, comincia il martirio). ecco, anche fosse solo per questo si capirebbe benissimo che i pittori si ‘liberano’ delle loro opere molto più facilmente dei compositori, i quali invece rimangono invischiati nell”idea’ che si fanno del loro pezzo di musica… ma poi, dài, è risaputo che i pittori sono temperamenti molto più intuitivi, istintivi e pratici dei compositori, che invece si fanno seghe su seghe di ogni tipo. questo volevo dire. d’altra parte è vero che l’arte visiva può ‘beneficiare’ anche di una visione distratta mentre una composizione richiede quasi sempre molta attenzione e molto tempo, ma qui si entrerebbe in un campo più vasto che richiederebbe fiumi di parole. ne riparleremo comunque, se ti va. 😉

    @ protociccius
    eh, caro mio, il retaggio culturale dell’est è, nonostante tutto, almeno a livello ‘popolare’, ben al di sopra del nostro!!! in urss i poeti – è noto – riempivano gli stadi, e a vede’ i film di tarkovskij, nonostante fossero osteggiati dal regime, ci andava un sacco di gente (diciamo pure ‘tutti’). un altro mondo… noi qui dobbiamo pupparci apicella…

    PS non è che ritenga allevi ‘depositario’ di un’opinione: gli ho semplicemente (ri)messo in bocca una sua stronzata, purtroppo condivisa da non pochi – ma, soprattutto, ho colto al volo l’occasione per dargli del cretino per l’ennesima volta 🙂

    @ da
    eh, sì, quello cui accenni è giustissimo, ed è precisamente quello che stavo dicendo a zap. quello che chiami ‘momento critico’ è da circa due secoli un ‘must’ per ogni artista (baudelaire docet: “dentro ogni poeta c’è sempre un critico”); non riesco a immaginare un artista che non faccia autocritica del proprio operato… il problema del compositore è che ne fa troppa, anzi, peggio: il suo problema è che non riesce più a distinguere i due momenti, quello creativo da quello critico, ed è proprio per questo che così tante opere di ‘musica colta contemporanea’ sono di una noia mortale, perché non sono altro che la rappresentazione, l’immagine sonora delle seghe mentali del compositore. il metodo compositivo che le ha poste in essere è talmente complicato che finisce per oscurare completamente l’intento espressivo originario (ammesso che ve ne fosse uno).

    @ fabrizio
    idem sopra. stesso discorso, che condivido pienamente (anche nella curvatura beniana). difficile trovare una musica che abbia l’impatto di un bacon, al di là della volgarità dell’immagine in sé… ma è precisamente questo che il compositore dovrebbe sempre perseguire, e non correr dietro a quelle tre o quattro formule del cazzo, alla ricerca dell’algoritmo perduto. dobbiamo imparare ad ASCOLTARE ciò che si scrive con la stessa intensità con cui si guarda un dipinto di bacon. questa sarebbe una strada proficua (che, per quanto mi riguarda, feldman, p. es., ha tracciato perfettamente).

    @ zap (2)
    confronta le date, caàta! 😉 di bobo ho parlato prima di partire… baci e abbracci e grazie per i sempre ottimi contributi!

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