Il Mozart del 2000 (non è Allevi)

19 luglio 2009

Ecco, se c’è qualcuno che merita di essere definito ‘il Mozart del 2000’ è Richard D. James, meglio noto come Aphex Twin. Sono appena uscito da uno straordinario dj set di un’ora e mezzo che il musicista inglese ha tenuto a Livorno, per l’Italia Wave Love Festival, performance che non solo ha tenuto testa, ma addirittura ha quasi fatto passare in secondo piano quella dei musicisti che lo hanno preceduto (nientemeno che i Kraftwerk!…). Un evento davvero incredibile: due delle tre o quattro massime espressioni dell’elettronica mondiale (gli altri sarebbero, a mio avviso, gli Autechre e i Daft Punk) che si ritrovano a dividere il palco in una piccola città come Livorno nella stessa serata… erano esattamente vent’anni, cioè dal concerto dei Pink Floyd, che la città del Vernacoliere non ospitava musicisti di primissimo piano (anche se i Pink Floyd, ovviamente, allora erano già l’ombra di sé stessi da un bel po’ di tempo…).

Genio multiforme e visionario, James  ha ‘intrattenuto’ il suo pubblico (circa cinquemila persone) con uno show immaginifico e di fortissimo impatto emotivo che ha evidenziato le sue innegabili e straordinarie doti di musicista tout court: una fantasia inesauribile, una estrema raffinatezza nella scelta dei timbri, ricca e varia quanto altre mai, e una sbalorditiva abilità nella loro sapientissima combinazione in strutture ritmiche complesse e continuamente cangianti. Pur privilegiando la componente più estrema e caustica della sua poetica (l’ossessione per l’incessante e perversa deformazione del proprio volto e la predilezione per temi violenti e profondamente angoscianti), Aphex Twin ha scritto anche pagine di grande dolcezza (Nannou su tutte, un tenerissimo carillon che sgrana sonorità eteree disciolte in disegni ritmici irregolari e di grande fascino), che testimoniano del suo approccio fondamentalmente eclettico e onnivoro al fenomeno sonoro. Perfetta, ovviamente, anche la simbiosi audiovisiva, che ha toccato vertici di intensa poesia nella collaborazione con Chris Cunningham  per i video di Come to daddy e di Windowlicker, e che ieri sera, verso la fine della performance, si è incarnata in un tour de force senza respiro proprio sul tema della metamorfosi facciale.

Che dire? Mah, di solito, ogni volta che ho avuto occasione di esprimermi sul presente e sul futuro della musica, ho tenuto un atteggiamento di riserbo piuttosto pessimistico, talora addirittura apocalittico; ma certo, la presenza e la vitalità di artisti come Aphex Twin fa ben sperare… che sia un nuovo faro capace di illuminare nuovi orizzonti? Se è così, allora ben tornato, carissimo Wolfgang!

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31 Risposte to “Il Mozart del 2000 (non è Allevi)”

  1. Fabrizio said

    Aphex Twin, Autechre e Daft Punk (???!!!) “massime espressioni dell’elettronica mondiale”? Forse intendevi dire “pop elettronico”… 😉

  2. marcolenzi said

    No, intendevo dire proprio elettronica mondiale… citami una composizione importante di un compositore ‘colto’ degli ultimi vent’anni… 😉

  3. Fabrizio said

    Io intendo ‘pop’ come genere musicale, non in opposizione con ‘colto’. Per esempio: il free jazz, l’ambient di Brian Eno e l’industrial non sono né ‘colti’ né ‘pop’.
    I nomi? Vabbè, tanto alla fine tutto si riduce a una questione di gusti. E poi chi sono io per fare la lezione a Marco Lenzi?! 😀

  4. marcolenzi said

    ci mancherebbe altro, caro fabrizio… ne sai sicuramente più di me di musica elettronica… volevo solo dire che io davvero non conosco capolavori ‘colti’ della musica elettronica che non siano ancora oggi quelli pionieristici degli anni ’50/’60 (da stockhausen a cage, da ligeti a xenakis a nono). p. es. sono trentacinque anni che esiste l’ircam: ci saranno passati sì e no duemila compositori – ecco, qualcuno vuol dirmi quali capolavori sono stati composti lì dentro se si escludono un paio di cose del solito boulez? non è una domanda retorica, proprio NON LO SO (anche se, senza voler essere arrogante, visto che comunque sono interessato alla musica contemporanea da più di vent’anni, per il fatto che non mi siano giunti all’orecchio da nessuna parte posso permettermi di avere almeno il sospetto che ci sia qualcosa di strano, no?… e lo stesso vale per la computer music della stanford university… pareva, negli anni ’70, che queste due istituzioni avrebbero rivoluzionato la storia della musica… mah…)
    per me comunque il ‘pop’ non è più un genere (cfr. se vuoi il mio post ‘che cos’è il pop?’ del 5 febbraio) e le cose che citi tu (eno, free jazz, etc.) appartengono comunque a un periodo precedente ai vent’anni fa. un abbraccio

  5. Tiziano said

    La mia conoscenza di Aphex Twin è superficiale. L’ho ascoltato la prima volta molto tempo fa ma non mi è mai venuta voglia di approfondirne la conoscenza, scoraggiato dai set percussivi troppo ‘dance’ di alcuni pezzi che avevo ascoltato (tra cui proprio ‘Window-licker’, che non mi piace). Ma come si fa a non mettersi su youtube a scaricare tutto Aphex Twin quando Marco ti dice: “Tiziano vai a comprare il biglietto che il 18 vengono a Livorno i Kraftwerk e Aphex Twin” e quando parla di Aphex Twin si illumina di un’aura iridescente? Purtroppo ieri ho saltato il concerto ob torto collo )e con grande rammarico dato l’amore che nutro dall’età di otto anni verso i Kraftwerk), concerto che mi avrebbe potuto autorizzare a offrire un parere più meditato. Per farla breve: di Aphex Twin mi piacciono i brani meno dance, quali “Nannou”, appunto, oppure “Girl/Boy Song”; è interessante la poetica della trasfigurazione dell’immagine e anche lo scivolamento dei piani sonori tra loro, che in qualche modo la sostengono. Aphex Twin mi ricorda Beethoven più che Mozart, per l’emergere in un tessuto fluido dominato dalla logica techno-dace (in Beethoven a dominare era la fluidità della forma sonata e del virtuosismo strumentale) di isole espressive che sembrano concrezioni minerali su una scura parete rocciosa. Mi piace meno il ricorso a ritmi essenzialmente viscerali e psicagogici, da tenda de umbanda, tipo quelli di “White Blur” – solo per fare un esempio.
    Tuttavia, pur essendo un po’ prigioniera del genere, quella di Aphex Twin mi pare una personalità di tutto rilievo che dovrebbe effettivamente entrare nella cultura di ogni musicista.

  6. Lopo said

    In effetti quello che mi ha colpito della performance di ieri è come fossero sottilmente ‘sbagliati’ il luogo e la circostanza. Ad averlo ascoltato da seduto, senza i crampi alle gambe dopo 4 ore che stavo in piedi, avrei potuto donare fino in fondo la mia attenzione ad un artista così cerebrale. Avrei voluto gustarmelo nel luogo e nella circostanza in cui ho assistito (ma poco “vissuto”) il set dei 2manydjs al Palazzetto, seduto sugli spalti, in piena onda sonora.

    Interessante anche lo spiazzamento della gente, che si è ritrovata a ballare molto più coi “veci” Kraftwerk (persino frivoli, nella loro maschera di austerità) che col giovinotto ma severissimo James.

    A fianco dei nomi che hai citato, fra coloro che meritano/meriterebbero l’attenzione di orecchie più colte (della media e delle mie) aggiungo un mio vecchio pallino: Amon Tobin. Tecnica del tutto diversa, composizioni quasi unicamente di campionamenti, orecchiabilità mediamente alta, ma con una complessità di strati e di costruzione davvero notevole.

  7. marcolenzi said

    @ tiziano
    carissimo, grazie per il tuo contributo, interessante come sempre. sono peraltro d’accordo con te sulla forse eccessiva percentuale della componente ‘dance’ che graverebbe sulla musica di aphex twin; sì, anche per me potrebbe essere il suo (unico) difetto (a questo punto però come faccio a chiamarlo mozart se gli riconosco anche un solo difetto? 🙂 )…
    d’altra parte, credo che l’approccio ‘dance’ sia un residuo della propria formazione culturale (di cui nessuno, nemmeno mozart, potrà mai liberarsi del tutto). abbracci e baci (cazzo, cazzo, cazzo però… tiziano!!!!!! cosa ti sei perso!!!!!!! 😉 )

    @ lopo
    grazie per la segnalazione enrico! cercherò roba di questo tobin, che non conosco.

  8. marcolenzi said

    …piuttosto, pensavo a una cosa che sentivo affiorare alla coscienza ma che non avevo ancora ben focalizzato… il vero problema è che per la prima volta nella mia vita ho un idolo più giovane di me!… ahi ahi, che rivelazione sconvolgente! e ora, come si fa? cosa succede? è possibile, mi chiedo, in generale, avere idoli che siano più giovani di noi stessi? mah, che sensazione strana, davvero… 🙂

  9. Luigi del Duca said

    anch’io c’ero…
    pero’, sinceramente, oramai
    questa roba di/alla aphex ha un po’ stufato, oramai
    e’ troppo anni 90!!!
    e poi troppo fine a se stessa, l’approccio alla fine
    non e’ diverso (cambia solo il linguaggio) dai barocchismi del progressive anni 70.

    paradossalmente invece ho notato che, i kraftwerk con le loro canzoncine sintetiche,
    dopo 35 anni (!) funzionano ancora….

  10. marcolenzi said

    be’, può darsi… ma io sono vecchio ormai, e ritengo già un privilegio che le cose nuove mi arrivino con dieci anni di ritardo 🙂 (c’è gente della mia età che non riesce ancora a liberarsi e ad andare oltre quelli che tu giustamente chiami i ‘barocchismi’ degli anni ’70…). comunque, ovviamente, non mi interessa essere ‘aggiornato’ solo per essere aggiornato, stare per forza al passo coi tempi e seguire le mode; mi interessa di più ciò che presumo resterà, e sono convinto che la musica di aphex twin resisterà al tempo, a differenza di tante cosine degli anni 2000 che non conosco ma di cui probabilmente non resterà traccia.
    grazie per il contibuto, luigi, e benvenuto nel mio blog

    ps nulla da eccepire sui kraftwerk, che sono già dei ‘classici’ ormai, anche se ne è rimasto uno solo…

  11. Luigi del Duca said

    >ps nulla da eccepire sui kraftwerk, che sono già dei >classici’ ormai, anche se ne è rimasto uno solo…

    e gia’, c’e’ ne solo 1 e 62nne! 🙂
    comunque probabilmente funzionano ancora perche’, tutto sommato,
    la forma “canzone” funziona ancora…
    poi il loro immaginario futurista (in senso classico, il treno, il calcolatore, il telefono etc.)
    ancora passa facilmente.
    forse invece ad aphex manca (e’ mancato) un po’ di spessore concettuale e un po’ di riferimenti extra-musicali.

    beh, poi te dici sei vecchio ma magari sei piu’ giovane di me! 🙂

  12. Luigi del Duca said

    …eh si, visto ora, sei piu’ giovane di me!

  13. np (non pervenuto) said

    Carissimo,
    indicheresti, oltre al Mozart del 2000, anche il Bach e il Beethoven 2.0?
    🙂
    grazie

  14. marcolenzi said

    eh eh he, caro luigi, sì, devo ammettere di essere un po’ ossessionato dall’età anagrafica… non per la ‘paura di invecchiare’, che non ho affatto, ma perché i miei ‘idoli’ (da rimbaud a syd barrett) sono sempre stati – con le dovute eccezioni – artisti che hanno detto tutto quello che dovevano dire in giovane età. 🙂

  15. marcolenzi said

    @ np
    ok, caro, fammici pensare un attimo… con mozart è più facile perché basta individuare (se c’è, beninteso) chi si pensa che incarni un ideale di perfezione e sia una sorta di ‘re mida’ ad ampio raggio (che sia cioè versatile e faccia bene tutto quello che fa) come lo fu lo stronzetto salisburghese… 🙂
    le qualità più perspicue degli altri due (la forza d’impatto in beethoven e la forza della concezione in bach) sono forse un pochino più difficili da individuare oggi… ma se mi viene in mente qualcosa di carino te lo farò sicuramente sapere (sono bene accetti anche contributi di altri, eh?). un abbraccione

  16. Luigi del Duca said

    Marco,
    scusa, ma te mica sei parente (o conosci) di un Lenzi di livorno, fagotto orchestrale, che fece la tesi qui da noi al CNR di Pisa?

  17. marcolenzi said

    caro luigi,
    a livorno ‘lenzi’ è il quarto cognome: ciò significa che ci sono più di 1000 persone che lo portano… ci sono ben 13 ‘marco lenzi’, p. es.!!!
    cmq, pur non essendo parenti, credo di conoscere il tizio cui ti riferisci: michele lenzi, ca. quarantenne, magro, moro, eravamo insieme nella classe di armonia del ‘mascagni’ negli anni ’86-’88. non lo vedo però praticamente da allora (se è lui, ovviamente). non so però se abbia fatto la tesi da voi (e ora che ci penso non mi pare neanche che fosse di livorno ma delle zone limitrofe… boh). quello che ho conosciuto io era un bravo ragazzo (in tutti i sensi).

  18. Immagino che la questione su cosa sia “avanti” o meno sia quantomeno pleonastica. Per quello che è il mio background ho notato che Aphex Twin ha sicuramente numeri da Gran Mogol dell’elettronica, l’ultima parte poi è stata torrenziale e me la sono eroticamente goduta da buon reduce della prima stagione industriale (anche se l’impatto e la violenza dei Missing Foundation è comunque irraggiungibile, a quanto pare). Epperò. Wolf eyes, Black Dice, Nautical almanac, Masonna, Prurient; ecco, se dai un’orecchiata a questi qua forse capirai perchè Aphex twin è stato bello, sì, ma già metabolizzato. Il che non è necessariamente un male.

  19. marcolenzi said

    ok, mi cercherò un po’ di materiale. grazie per la segnalazione, sassicaia.

  20. protociccius said

    Anche io ho sempre avuto una conoscenza molto vaga del fenomeno Aphex Twin, probabilmente perché mi sono sempre imbattuto nella sua componente ‘dance’ che mi ha colpevolmente precluso ogni approfondimento. Certo, se quella sera fossi stato livornese sarei stato richiamato soprattutto dal nome ormai storico-leggendario dei Kraftwerk. Qualche notte fa, però, contagiato dal tuo entusiasmo, mi sono scaricato Nannou e l’ho ascoltato con attenzione per la prima volta. L’ho trovato un pezzo molto ‘lirico’, oltre che suggestivo e – manco a dirlo – ipnotico. Molto bello. Non mi soprende che ti piaccia in modo particolare. (E’ un po’ la stessa impressione che ho avuto quando – per altri versi e per altre frequenze -, ascoltando per la prima Ave di Franco Donatoni, ho pensato: questa è la tipica cifra che piacerà molto a Marco Lenzi. Non chiedermi il perché.)

    Al di là delle questioni di gusto e empatia, però, la domanda che vorrei timidamente sollevare è un’altra. Se effettivamente si stentano a trovare oggi “capolavori ‘colti’ della musica elettronica che non siano ancora oggi quelli pionieristici degli anni ‘50/’60 (da stockhausen a cage, da ligeti a xenakis a nono)”, mi chiedo se la funzione storica della musica elettronica di provenienza ‘colta’ non sia da tempo in fase di esaurimento. Quasi tutti gli autori che citi, se non sbaglio, hanno scritto opere elettroniche prevalentemente in un periodo circoscritto – quello appunto degli anni ’50/’60 – per poi (tornare a) dedicarsi alla composizione di musica strumentale, vocale etc. Per funzione storica intendo, molto banalmente, la possibilità di esplorare nuove sonorità oltre i limiti della dimensione acustica…

  21. protociccius said

    P.S. ovviamente il verbo ‘sollevare’ in genere solleva più questioni che domande (ma quando il linguaggio mette a nudo le sue improprietà significa che l’ora è tarda e l’afa non dà tregua…)

  22. marcolenzi said

    caro proto,
    innanzitutto lascia che ti ringrazi della tua assidua partecipazione, che rende sicuramente più interessante questo blog. poni sempre questioni molto puntuali e pungenti e i tuoi interventi sono sempre interessanti: grazie.
    sull’argomento che sollevi qui intendo già da tempo scrivere un post e non è escluso che lo faccia molto presto. per sintetizzarti la mia posizione al riguardo, posso riassumerla nei seguenti punti (ognuno dei quali andrebbe però, ovviamente, sviluppato):
    1) la tradizione ‘colta’ (musica contemporanea sperimentale e d’avanguardia) versa da trent’anni circa in una condizione comatosa.
    2) il pop è invece ancora vivo e vegeto (così come una parte del jazz)
    3) la situazione di cui al punto 1 non impedisce che vi siano ancora all’interno della tradizione ‘colta’ alcuni compositori molto interessanti e meritevoli di essere conosciuti da un pubblico più ampio di quello (pressoché inesistente, ormai) che ancora frequenta i festival e i concerti del genere.
    4) la situazione di stallo potrebbe venir sbloccata soltanto dall’azione concertata di compositori e figure mediatrici (insegnanti, musicologi, critici musicali, direttori artistici) che siano in grado di ‘far capire’ al pubblico del pop (o perlomeno a parte di esso, quella più sensibile allo spirito di ricerca) l’importanza di quella tradizione (chi ascolta aphex twin o autechre perché non dovrebbe ascoltare anche ligeti, cage o stockhausen – e i loro ‘nipotini’ più interessanti?)
    5) il progetto di cui al punto 4 è molto ambizioso e soprattutto lungimirante. occorre partire dalla scuola, fin dalla primaria, e proporre ascolti di ogni tipo e ben differenziati, di modo che in seguito i giovani non abbiano più censure di sorta ma possano scegliere liberamente l’oggetto della loro predilezione sulla base di un’ampia possibilità di scelta (e ciò significherebbe, fra l’altro, che se non amano la musica sperimentale non è perché non la conoscono…).

    ecco, in estrema sintesi, la mia posizione. un abbraccio

  23. protociccius said

    (…naturalmente sono io, invece, che ti ringrazio, Marco, per le parole di apprezzamento e per queste preziose occasioni di dialogo e di confronto ;-))

    In generale, è difficile non condividere la tua visione tendenzialmente ‘apocalittica’. Non sarei così sicuro, comunque, che il pop – sia pure nell’accezione che tu indichi e discuti nel post del 5 febbraio – sia “vivo e vegeto”. A me sembrano vive e vegete soltanto una certa musica commerciale e alcune lobby che, sul versante ‘colto’, animano la scena grazie ai loro replicanti (spesso con la compiacenza delle consorterie accademiche e dei finanziamenti pubblici).

    Io tuttavia ponevo l’accento su una questione più ‘tecnica’. Tra i miei libri, conservo gelosamente un vecchio saggio einaudi, credo esaurito, “Musica ex machina” (1963), che ho letto ormai parecchi secoli fa. L’autore è un critico musicale berlinese che parte da una prospettiva storica sul rapporto tra musica e macchina (dagli esperimenti futuristi ai ‘giovani’ Maderna, Boulez, Berio e Stockhausen, passando per la musica concreta etc. etc.) per poi teorizzare con entusiasmo e spirito avventuroso una vera e propria palingenesi del linguaggio musicale, grazie all’avvento dell’elettronica in senso lato… Mi chiedo: cos’è rimasto di quell’ottimismo, di quello sguardo proteso verso il futuro, di quell’aspirazione a “sfondare le porte misteriose dell’impossibile” (cit.)? A distanza di quasi cinquant’anni si ha la sensazione che la musica elettronica di derivazione ‘colta’ sia, appunto, solo patrimonio storico, e allo stesso tempo che la nozione di elettronica sopravviva ancora soltanto in quelle che, successivamente a quel periodo, sarebbero state le (più o meno credibili) declinazioni e contaminazioni ‘pop’. Quando non una ‘maniera’. O forse un genere a sé stante, con autori di riferimento che vivono di vita propria, hanno un loro ‘gergo’ specifico e un loro pubblico di cultori affezionati (che non sempre coincide con quello di Stockhausen). E in quet’ultimo caso penso proprio a Aphex Twin.

    P.S. Sono stato all’Ircam da visitatore: la sensazione è di trovarsi, appunto, all’interno di una struttura museale: un’istituzione atta più a ‘conservare’ che a ‘produrre’ ricerca musicale…
    Un po’ come quando – al Museo della musica di Milano – ho visto sottovetro un esemplare di onde Martenot e quel che rimane dell’armamentario del Centro di Fonologia: un’esperienza mistica per il mio feticismo. Allo stesso modo di chi, spostandosi in un’altra stanza, rimane affascinato da un arpeggione o da un organetto del Settecento.

    (chiedo venia, comunque, per la lunghezza e l’eventuale prolissità del mio commento)

  24. marcolenzi said

    eh, caro mio, questo è ancora un mistero… quello cioè relativo alla valutazione dell’effettiva carica rivoluzionaria che ha avuto il suono elettronico sulla storia della musica. lo si saprà solo fra qualche secolo, credo. certo l’impatto c’è stato ed è stato forte. ma altrettanto evidente è stato il progressivo calo di entusiasmo che ha fatto sì che oggi l’elettronica conviva con l’etnico, il jazz e il suono acustico più ‘classico’. una cosa mi sento di dire: allo stato attuale, il suono di sintesi in sé fa ancora SCHIFO. punto. le composizioni di elettronica pura sono per me nella maggior parte dei casi inascoltabili (ed è per questo che apprezzo molto di più l’uso che dell’elettronica fanno i musicisti pop, integrandola in scenari ambient o dance); è un suono orribile, nemmeno lontanamente paragonabile alla bellezza del suono di uno steinway o di uno stradivari o, ancor meno, della voce di joan la barbara o di meredith monk. e infatti le cose più interessanti ancora oggi sono per me quelle concrete (cioè di provenienza acustica) piuttosto che quelle elettroniche pure, quelle in cui vi è un’elaborazione e un filtraggio di suoni di provenienza naturale oppure quelle in cui l’elettronica è usata per ‘gestire’ il suono acustico (come nel live electronics e in particolare in quello dell’ultimo nono). certo, agli inizi sembrava che il suono elettronico avrebbe col tempo sostituito quello acustico, invece oggi convivono tranquillamente. comunque è difficile fare pronostici.
    non so se ti ho risposto, però… fa troppo caldo. 🙂 un abbraccio

  25. Tiziano said

    Ciò che ha detto Varèse sul suono elettronico varrà fino alla fine dei tempi: l’elettronica può servire solo a ‘liberare’ il suono e a rendere più libero il compositore. Ma già Varèse, riferendosi in particolare a Babbit – ma non solo – faceva notare che spesso i compositori usano l’elettronica in modo sbagliato, non finalizzandola alla liberazione del suono. Da Gordon Mumma in poi non credo che la lezione di Varèse, o quella solitaria e inascoltata della Beyer, sia stata capita o quanto meno ascoltata.
    La domanda, che giro a Marco e a Protociccius (interessantissimi i suoi interventi) potrebbe essere: in che modo il dj set di Aphex Twin ‘libera’ il suono?(nel senso che Varèse dava a questo verbo).

  26. marcolenzi said

    nel modo più perentorio: liberandolo dai tecnicismi e restituendolo alla cultura. quando ascolto aphex twin ascolto una musica che E’ nel presente, che PARLA al presente e DIALOGA col presente, come negli anni cinquanta e sessanta facevano varèse, cage, nono e stockhausen. ciò non significa che è una musica che accoglie in sé le suonerie dei telefonini o che è fatta ‘a immagine e somiglianza’ del presente, che lo RAPPRESENTA sic et simpliciter, ma che ne coglie i tratti più essenziali e profondi, laddove molti esperimenti elettronici colti sono rimasti appunto dentro i laboratori e non sono altro che semplici sedimentazioni dei processi algoritmici che li hanno posti in essere. alla base dela musica di aphex twin c’è una percezione del presente storico e culturale, alla base di quella di tanti compositori ‘colti’ la volontà di ‘risolvere un problema compositivo’. questa è la differenza (e non mi sembra poca).

  27. Tiziano said

    @ Marco (e non solo)
    Se non sbaglio ti ho già parlato altre volte di Simon Kirby, che aveva già realizzato un software di simulazione dell’evoluzione dei riff melodici. Kirby e i suoi compari hanno completato a Edimburgo la realizzazione del Cybraphon.
    Per ascoltare il primo brano realizzato dal Cybraphon:

    Per saperne di più sul Cybraphon:
    http://cybraphon.com/

  28. protociccius said

    La domanda che Tiziano gira (anche) a me richiederebbe, da parte mia, una conoscenza molto meno superficiale di quella che ho della musica di Aphex Twin, e forse un maggiore possesso di quelle famigerate competenze musicali di cui parla Marco nell’apposito e interessantissimo post (che io non ho ancora commentato per ragioni che si renderanno presto note…). Se comunque ‘liberare’ un suono significa renderlo ‘vitale’, contingente, emotivamente palpabile, po(i)etico, svincolato dalla grettezza del rapporto causa-effetto dei tecnicismi, sicuramente l’interpretazione di Marco è ancora una volta quella giusta.

  29. marcolenzi said

    grazie tiziano, che bella sorpresa! molto carino questo cybraphon… davvero, ganzi questi aggeggi! mi ricordano un po’ i vari esperimenti analoghi fatti nel ‘700 da alcuni pazzi sperimentatori, come la tastiera colorata di padre castel o tutti i più bizzarri carillon (fra l’altro questo cybraphon è un vero e proprio carillon… starebbe benissimo negli angoli di qualche piazza di una città dalla vocazione ‘modernista’ tipo tokio o, che ne so, berlino)… sono una specie di golem sonori, rudimentali ma molto carini. grazie.

  30. Paolo said

    Mi permetto di riportare su questo vecchissimo post per una segnalazione, anche se forse non ce n’è bisogno ma non si sa mai…

    Sono noti i Boards Of Canada?

    Personalmente tendo ad apprezzarli più di Aphex Twin* per via di una potenza evocativa che su di me ha effetti strepitosi (quasi stupefacenti direi), anche se in qualche occasione hanno mostrato di sapersi districare a fatica oltre i 3 o 4 minuti.

    *del buon James stimo tantissimo il lato “ambient”, sono un po’ meno felice quando mi tocca raccattare il cervello col cucchiaino.

  31. marcolenzi said

    ti ringrazio paolo, non conoscevo questi boards of canada. carini.

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