Che cosa significa avere competenze musicali?

21 luglio 2009

Quello della competenza musicale è un argomento che mi interessa moltissimo da lungo tempo e che, forse perché tocca questioni che vanno anche al di là dello specifico musicale, stimola sempre in me nuovi motivi di riflessione. Esso può essere così sintetizzato: che cosa può significare avere delle competenze musicali? E che rapporto c’è tra queste competenze e la musica stessa?

Cominciamo subito con l’esempio di due artisti diversissimi tra loro ma entrambi legati alla musica pur non essendo musicisti: Stanley Kubrick e Carmelo Bene. Ecco, io penso che essi siano stati artisti musicalmente dotatissimi pur non avendo mai acquisito nella loro vita specifiche ‘competenze’ musicali. L’incredibile, straordinaria capacità di Kubrick di individuare la musica giusta per accompagnare le immagini dei suoi film e l’altrettanto incredibile, straordinaria capacità di Bene di modulare la propria voce secondo criteri ‘musicali’ (prosodici, timbrici, dinamici, agogici in senso lato) sono doti che nessun ‘vero’ musicista ha mai posseduto al loro livello. Intendo dire con ciò che nessun musicista, per quanto bravo e preparato, avrebbe potuto scegliere musiche migliori per Kubrick o consigliare migliori alternative a Bene in fatto di modulazione vocale.

Ora, ci potremmo chiedere come hanno fatto Kubrick e Bene ad acquisire queste competenze, competenze non facilmente definibili ma indubbiamente musicali. Non so come le abbiano acquisite, ma sicuramente hanno saputo svilupparle, accrescerle, affinarle, in una parola migliorarle nel tempo. Ciò significa che le loro sono comunque competenze, e che non tutti le possiedono al loro livello. Vi sono cioè differenti livelli di competenza musicale anche in questo caso, esattamente come vi sono nel saper suonare uno strumento musicale: l’unica distinzione tra questi due tipi diversi di competenza è che le differenze nel secondo tipo le vedono quasi tutti, mentre quelle nel primo sfuggono a molti. Ma ciò non significa che quella del primo tipo non sia una competenza musicale.

C’è invece un pregiudizio ancora purtroppo assai diffuso, specialmente presso i musicisti, per il quale nella musica, più che in qualsiasi altra forma d’arte, non si può assolutamente prescindere dalla cognizione completa della sua teoria e della sua tecnica per raggiungere un livello qualitativo dignitoso, o meglio per il quale il livello di competenza raggiunto dai musicisti e dagli ascoltatori nelle cognizioni tecniche e teoriche si riflette direttamente sul valore delle opere dai primi prodotte e dai secondi apprezzate. Ciò significa, in altre parole, che mentre si riconosce che un regista o un pittore possano essere grandi registi o grandi pittori anche se, per così dire, non hanno frequentato la Scuola di Cinematografia o l’Accademia di Belle Arti, cioè anche se non conoscono la teoria del cinema e della pittura, generalmente non si accorda al musicista lo stesso diritto, ragion per cui al jazzista o al musicista pop non sarebbe consentito scrivere ‘capolavori immortali’ ma soltanto opere che sono tutt’al più fedele espressione di un contesto storico contingente. C’è insomma presso tanti musicisti (guarda caso quasi tutti di formazione classica) una sovrastima dell’elemento teorico che è ancora dura a morire.

Eppure Bach non si è ‘diplomato in composizione’, non ha imparato a comporre studiando i trattati di contrappunto ma ascoltando e studiando nel vivo della loro esperienza esecutiva le opere di Vivaldi e di Buxtehude, che all’epoca costituivano, insieme a quelle di pochi altri compositori, l’unico referente possibile per formare il proprio gusto e per acquisire competenze musicali. Oggi, soprattutto grazie alla tecnologia (si pensi per esempio alla figura del Dee Jay e all’incredibile evoluzione che essa ha avuto negli ultimi anni), ma anche all’enorme quantità di stimoli estetici che provengono dalle fonti più diverse e disparate, tale spettro di referenze si è ampliato a dismisura e l’approccio teorico costituisce soltanto uno (e non necessariamente il migliore) tra i tanti approcci possibili alla musica. E non solo per ciò che riguarda la produzione, ma anche nell’ambito della fruizione della musica si sono sviluppate competenze molto differenziate, che prescindono totalmente dalle cognizioni tecniche. Il mio amico Nicola Perullo, per esempio, che non ha mai studiato musica, ha un gusto molto più raffinato di tanti musicisti professionisti che conosco (non pochi dei quali non saprebbero riconoscere la qualità musicale dei Velvet Underground o dei Joy Division ma apprezzano gente come Ron o Amedeo Minghi). È un gusto, il suo come quello di tanti altri attenti e raffinati ascoltatori, che si è formato fuori dai libri e dalle scuole di musica, che ha beneficiato di contributi culturali esterni ad essa che però non gli hanno impedito di apprezzare sfumature qualitative anche interne alla musica, sfumature che se egli non sarebbe in grado di definire in termini tecnici pure sa descriverle con espressioni verbali che non solo non travisano o non impoveriscono ma che anzi arricchiscono il valore della musica in sé.

Insomma, credo che i percorsi da seguire per arrivare al cuore della musica siano tanti e diversi, così come le tipologie e i livelli di competenza che possono essere acquisiti lungo questi affascinanti cammini; sta a noi (ai musicisti in primis) riconoscerli e apprezzarli come contributi essenziali a un nuovo e più articolato complesso di saperi musicali che metta a disposizione di tutti, non solo delle scimmiette che suonano Chopin a sette anni, una delle cose più belle e straordinarie che l’umanità abbia mai prodotto.

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17 Risposte to “Che cosa significa avere competenze musicali?”

  1. Tiziano said

    Mi capita di amare pezzi sulla carta, ancor prima di sentirli, per la loro architettura o altri, ascoltandoli, per i loro aspetti topologici (ma potrei anche dire fisici, geologici, retorici, gastronomici, ecc.)indipendentemente da come suonano. A volta gli aspetti cosiddetti musicali della musica sono del tutto secondari.

  2. np (non pervenuto) said

    grazie della gentile citazione, caro Marco.
    Un post così meritava maggior successo, comunque. Ma siamo tutti attirati dal “marcio”, come hai visto… 🙂

  3. marcolenzi said

    eh eh eh, è vero caro nicola… però visto che hai commentato anche qui, vorrei cogliere l’occasione per chiederti quello che ne pensi (del contenuto del post) non tanto in quanto persona dotata di competenze musicali ‘altre’ ma in quanto studioso di estetica. il mio timore nel sostenere questa posizione, come immaginanerai, è quello di ricadere nel vecchio equivoco romantico di un’estetica generale che stia ‘sopra’ le arti specifiche e di cui anzi le arti non siano che particolari declinazioni. una posizione che anch’io ovviamente non posso condividere e che considero ‘superata’ alla luce degli ultimi sviluppi dell’estetica ma che, forse proprio per l’insoddisfazione che continuo a provare per gli approcci opposti, semiotici o ermeneutici che siano, vorrei riprendere in considerazione e riformulare diversamente. non credo cioè che l’estetica sia del tutto vincolata (come vorrebbero p. es. fiedler e hanslick) alla tecnica e al linguaggio specifico di una forma d’arte, ma aperta a influssi esterni (v. l’influenza della pittura su feldman che ho tematizzato nel mio libro, ecc.)… che ne pensi, insomma?

  4. np (non pervenuto) said

    caro Marco,
    è complicato e non da blog, forse. Ma in sintesi direi questo:

    il tema delle competenze va visto sui due lati, che tu nel tuo post hai messo insieme, ma che non necessariamente vanno insieme (cioè, è un problema ulteriore): il lato della produzione, o “creazione” artistica, e quello della fruizione.
    In entrambi i casi, il tema di cosa sia l’ESSENZIALE della competenza (quella che oggi si chiama skill, o expertise, o habitus, o insomma come cazzo vogliamo chiamarla) è un topic.
    In generale, oggi, nonostante tutta la discussione sulle proprietà estetiche (= quanto l’apprezzamento di un’opera d’arte dipende dalle sue proprietà estetiche e quanto invece da altro (leggi: contesto, interpretaz. ecc.)?), che si è sviluppata nel XX secolo, riprendendo temi dell’estetica settecentesca, c’è sempre una biforcazione: chi pensa che esista un’esperienza estetica – nell’apprezzamento di un’opera, intendo – e chi pensa che invece non esista un’esperienza estetica specifica, e l’apprezzamento dipenda da altri fattori.
    Tutto questo è riportabile, grossomodo, alla distinzione tra nozioni come il “non so che” o la “grazia” e l’ideale educativo/formativo. C’è chi pensa che prevalga l’uno e chi l’altro.
    Sotto certi aspetti, il discorso vale anche per l’ambito della produzione (cosa fa essere un artista un grande artista?, e domande consimili).

    La mia opinione è, come sai, molto simile alla tua, a quello che esprimi nel post.
    Forse, però, non arriverei a sostenere cose come

    “L’incredibile, straordinaria capacità di Kubrick di individuare la musica giusta per accompagnare le immagini dei suoi film e l’altrettanto incredibile, straordinaria capacità di Bene di modulare la propria voce secondo criteri ‘musicali’ (prosodici, timbrici, dinamici, agogici in senso lato) sono doti che nessun ‘vero’ musicista ha mai posseduto al loro livello ”

    perché qui, secondo me, diventi ultraromantico: assolutizzi quello che alla fine giustamente chiami

    “un percorso da seguire per arrivare al cuore della musica”

    facendolo diventare qualcosa che gerarchicamente sta sopra il percorso che può fare un musicista “professionale”. Allo stesso modo, potrei dirti allora che ci sono oggi musicisti che hanno trovato immagini ben superiori a quelle di qualunque regista ecc… Questo è un discorso che teoricamente non regge, perché assume per vero quello che invece dovrebbe essere dimostrato (cosa fa qualcosa o qualcuno “superiore” a qualcos’altro, le competenze tecniche o quel non so che, la sensibilità innata o acquisita ecc.??)

    Penso di aver fatto una gran confusione, ma scrivere queste cose nel post non mi riesce.

  5. marcolenzi said

    grazie per la tua risposta, nicola, come sempre stimolante. anch’io trovo un po’ debole quella mia affermazione, per quanto volessi intenzionalmente caricarla di un po’ di retorica. i miei pensieri su quest’argomento, talvolta confusi e tutt’altro che sistematici, sono nati e si sono sviluppati sempre nell’ambito del vissuto personale, dalla mia frequente esposizione alla musica e dai miei diversi contatti con i musicisti, e quindi dall’analisi delle loro abitudini e dei loro comportamenti. da queste esperienze vissute ho spesso tratto riflessioni che mi hanno naturalmente portato a mettere in discussione l’essenza della musica, o meglio della ‘musicalità’, perché scaturite da evidenti conflitti e paradossi. in particolare l’idea che, per così dire, ‘la musica si impari dalla musica’ (l’art pour l’art, ecc., un ‘topic’, insomma), che la musica significhi se stessa, che sia un linguaggio autoreferenziale, come sostiene la maggior parte dei musicisti professionisti, mi ha sempre lasciato più che perplesso. l’oscurità delle sue origini, le difficoltà di apprendimento del suo presunto ‘linguaggio’ (enormi, se pensi che pochissimi, anche tra i musicisti, sono quelli che riescono a pensare e a ‘parlare’ – cioè a improvvisare – in termini musicali con la stessa fluidità con cui si pensa e si parla con le parole) e la grande distanza che sembra separare i produttori dai fruitori, ben superiore che in ogni altra forma d’arte, così come tutte le ambiguità insite nella sua didattica, sono temi che negli anni mi hanno portato lontano e che vorrei prima o poi riuscire ad argomentare con un minimo di rigore. anche per questo il confronto con persone come te è per me imprescindibile. ne riparleremo con calma.

  6. biollante said

    ma va a cagare

  7. marcolenzi said

    su ‘va’ ci va l’apostrofo, ignorante.
    (e poi firmati, stronzolo).

  8. albina said

    Cosa significa(in un cantante)avere una voce molto musicale?

  9. marcolenzi said

    cara albina,
    significa semplicemente essere dotati di una bella voce e di un istinto musicale sicuro. c’è una predisposizione musicale innata in ciascun individuo, ovviamente in misura differente. sono competenze che non si acquisiscono. poi ci sono quelle che invece si acquisiscono con lo studio, la riflessione e l’applicazione quotidiana. un caro saluto,
    marco

  10. Paolo said

    Si impara la metrica ma non ad essere poeti. Bravo marco

  11. marcolenzi said

    grazie paolo, buon anno!

  12. Secondo me stai sovrapponendo piani che non corrispondono, generando un po’ di confusione: una cosa è il gusto e il senso musicale (le qualità che hanno permesso a Kubrick e Bene di essere così eccellenti nelle loro scelte), un’altra cosa è conoscere e padroneggiare il materiale sonoro/musicale (che è una condizione necessaria per creare musica); una cosa è il conservatorio (o chi per esso) e un’ altra cosa è studiare/imparare.

    Kubrick poteva anche permettersi di non conoscere la “teoria”, ma non si può dire altrettanto di Bach, Schubert e Chopin!
    Per rovesciare il discorso, io posso avere un gusto cinematografico eccelso, ma non conoscendo le regole del mestiere di regista, potrei solo produrre delle cagate.

    Tu dici che Bach non si è “diplomato in composizione”, ma conosceva sicuramente tutti i trattati dell’epoca, ha studiato per migliaia di ore, il che unitamente al suo grande genio musicale, gli ha permesso di fare quello che ha fatto.

    Insomma, per concludere: secondo me avere “competenza” musicale significa possedere entrambi i “lati della luna”: da una parte il gusto e un rapporto vitale con la musica (quello che aveva Carmelo Bene), dall’altro la padronanza delle regole, della grammatica che solo uno studio approfondito (al conservatorio o da autodidatta non importa) può darti.

    Saluti!

  13. marcolenzi said

    ciao francesco!
    innanzitutto benvenuto nel blog.
    dunque: certo che riconosco la diversità di ognuno degli approcci alla musica di cui parli. mica ho detto che conoscere la teoria musicale e mettere la musica giusta in un film siano la stessa cosa… ma appunto, sono entrambe COMPETENZE.
    anche sulla ‘teoria’ forse non ci intendiamo: certo che bach e chopin la conoscevano, ma mica perché l’avevano studiata sui ‘trattati’… era, il loro, un sapere acquisito soprattutto attraverso la pratica esecutiva e l’ascolto di musiche altrui, secondo le consuetudini del tempo. la ‘teoria’ riguardava soltanto l’apprendimento della scrittura musicale intesa in senso stretto (semiotica).
    avere ‘competenze musicali’ può voler dire insomma molte cose diverse (non è affatto necessario averle tutte insieme, tanto è vero che uno può essere un grandissimo interprete, ad esempio, ed essere incapace di mettere insieme due note).

  14. c.p. said

    Innanzitutto buongiorno Marco e complimenti per il blog molto interessante.
    Tuttavia in questo specifico caso sulla competenza musicale sono abbastanza d’accordo con i rilievi fatti da np, e mi permetto di fare alcune osservazioni a corollario: prendo spunto dalla Treccani voce Competenza: “l’essere competente; idoneità e autorità di trattare, giudicare, risolvere determinate questioni.”
    E per estensione, “capacità, per cultura o esperienza, di parlare, discutere, esprimere giudizî su determinati argomenti”.
    Dunque secondo me la tua “tirata” è un po’ troppo romantica e ambigua.
    Sottolineo la locuzione “risolvere determinate questioni”, che evidentemente si riferisce alla risoluzione all’interno della disciplina stessa, non al suo uso in altri campi.
    Attenzione anche nell’estensione: dopo discutere c’è esprimere giudizi; che evidentemente di là quelli soggettivi, hanno in questo caso solo senso quelli oggettivi, pertanto devono presupporre capacità analitiche e di sintesi della musica in oggetto.
    Mettere la musica “giusta” in un film non è di fatto una competenza perché nessuno può stabilire oggettivamente se è e quanto è giusta quella magari al posto di un’altra.
    E scusami se aggiungo che alla domanda di Albina cosa significa avere una voce molto musicale” la risposta è un po’ vaga e laconica in effetti quanto la domanda che si compone in sostanza di 2 aggettivi.
    Nell’ultima risposta a Francesco quando intendi dell’interprete di nuovo rientri nel campo specifico musicale (pertanto Kubrick e Bene non c’entrano nulla). Il grande interprete possiede evidentemente delle competenze musicali che gli consentono di suonare quella musica con una tecnica sopraffina che è frutto di lunghi studi, evidentemente più pratici che teorici ma sempre studi specifici musicali/strumentali.
    Ne consegue il fatto che il non sapere essere creativo compositamente (incapace di mettere 2 note insieme) non toglie a quel musicista la sua competenza di essere un idoneo esecutore-interprete nella disciplina stessa. Scusa se mi sono dilungato. Ciao.

  15. marcolenzi said

    sì, sì, avete tutti ragione. ho semplicemente confuso talento e competenza… questo post andrebbe riscritto. grazie per i preziosi contributi.

  16. io mi chiedo e vi chiedo: in tre righe definire cosa distingue competenza da conformismo.

  17. marcolenzi said

    bravo giuseppe. è un tema difficile, ma sempre affascinante. almeno per me.

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