Che cosa dire del progressive Rock? Ho sempre avuto un rapporto ambiguo con questo sottogenere del Pop. Da un lato ad esso mi lega un sentimento d’affetto, essendo stato parte integrante della mia formazione musicale (c’è stato un momento, attorno ai quindici anni, in cui ascoltavo ore e ore di King Crimson, Yes ed Emerson, Lake & Palmer); dall’altro non posso nascondere una certa repulsione verso alcuni aspetti di questa musica, in particolare per lo sfoggio di virtuosismo (stupido e inutile perché tale solo se paragonato alla media dei musicisti rock, ma ridicolo se confrontato con quello dei musicisti classici – voglio dire, pianisti come Emerson o Wakeman hanno avuto sicuramente dita più sciolte di un qualsiasi altro tastierista pop, ma fanno la figura dei bradipi rispetto a un qualsiasi grande interprete classico, da Claudio Arrau a Radu Lupu). Queste ambiguità si riflettono anche sul piano più strettamente compositivo, che alterna momenti di intenso lirismo e fresca invenzione a cadute nel più squallido kitsch. Ritengo comunque che il prog abbia avuto una grande importanza nella storia della musica pop, della quale ha contribuito ad ampliare referenti e confini. Insieme alla Psichedelia, sua diretta antecedente nella seconda metà degli anni Sessanta, il Progressive ha introdotto nel Pop tecniche, stili e più in generale modi di pensare propri della tradizione colta: la prima guardando soprattutto alle avanguardie degli anni Cinquanta e Sessanta (soprattutto alla musica improvvisata e alla musica concreta ed elettronica), il secondo strizzando l’occhio a un certo Jazz e alla musica classica (in particolare alla tradizione barocca da Vivaldi a Bach, alla scuola nazionale russa e a maestri del primo Novecento come Bartok o Stravinskij).

Le novità da esso apportate riguardano molti aspetti del fenomeno musicale: 1) l’ampliamento dell’organico (alla chitarra, al basso e alla batteria vanno di volta in volta ad aggiungersi le tastiere – dal pianoforte all’organo, dalla celesta al clavicembalo, dal mellotron al sintetizzatore – tutta la famiglia dei fiati e quella degli archi, nonché un nutrito strumentario esotico, dalle più strane percussioni al sitar); 2) il superamento della forma-canzone attraverso il recupero di forme più ampie e articolate come la suite, tipica forma barocca che viene adattata alla pop song trasformandosi in un lungo seguito di canzoni alternate a brani strumentali spesso contrastanti tra loro e senza soluzione di continuità; 3) il prog ha inoltre introdotto l’uso di modi e di strutture armoniche inconsuete e di tecniche strumentali sofisticate. Tutto ciò caratterizza la produzione di innumerevoli gruppi anglosassoni della prima metà degli anni Settanta, tra i quali spiccano Genesis, Van Der Graf Generator, Gentle Giant oltre ai già citati King Crimson, Yes e EL&P, gruppi che hanno esercitato una certa influenza sulla scena europea e in particolare su quella italiana (Orme, Banco e PFM su tutti).

La mia predilezione in questo ambito va ai King Crimson e alla poliedrica personalità del loro fondatore Robert Fripp; se fu lui infatti a inaugurare l’intero movimento ponendosi la domanda “Come avrebbe suonato Hendrix la musica di Bartok?”, alla quale rispose con quel capolavoro che è In the court of the Crimson King, primo album del gruppo, e ancor più con Larks’ tongues in aspic, che contiene un calco del Quarto Quartetto per archi del compositore ungherese, fu ancora lui quello che più di ogni altro nel settore seppe aprire il genere, per vocazione piuttosto chiuso, a istanze avanguardistiche ambient e minimal (su tutte la collaborazione con Brian Eno e le Frippertronics). Fripp è stato anche uno dei pochi musicisti progressive ad aver saputo cogliere i profondi mutamenti culturali in atto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, rinnovando incessantemente lo stile dei Crimson fino alla loro straordinaria ultima incarnazione con Belew, Levin e Bruford, a mio avviso unica formazione prog capace di distinguersi nel nuovo scenario New Wave, tutto imbevuto di istanze punk ed elettroniche decisamente in controtendenza rispetto al genere.

[qui c’era un video dei King Crimson che mi è stato quasi subito tolto. Quindi ne ho messo un secondo e mi è stato tolto anche quello; poi un terzo, idem; infine un quarto e lo stesso. Vadano dunque affanculo i King Crimson e quelli che si occupano dei loro ‘diritti d’immagine’]
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Giovanna Marini

21 settembre 2009

Che lapsus…! Nel mio post dello scorso 29 agosto su donne e musica mi ero dimenticato di aggiungere una delle musiciste che più ammiro in assoluto: Giovanna Marini. Raffinata chitarrista (fu allieva di Segovia alla prestigiosa Accademia Chigiana di Siena), compositrice di notevolissimi lavori (dalla Cantata profana al Requiem), etnomusicologa rigorosa (fu tra i membri fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano nei primi anni Sessanta e ricercatrice presso l’Istituto Ernesto De Martino, per il quale ha portato avanti un importante lavoro di trascrizione di canti popolari di varia origine), fondatrice e direttrice del coro della celeberrima Scuola di Musica del Testaccio (presso la quale sono stato fortunato uditore, una quindicina d’anni fa, di alcune sue straordinarie lezioni). Insomma, uno degli orgogli della nostra cultura.

Reduce della storica partecipazione ai Ferienkurse di Darmstadt nell’estate del 1958, durante i quali con la sua musica aleatoria aveva mandato a gambero mondo l’universo compositivo coeso e coerente degli strutturalisti europei, John Cage trascorse l’autunno e parte dell’inverno successivi in Italia, a Milano, invitato da Luciano Berio a lavorare allo Studio di Fonologia della Rai. Lì il compositore americano produsse uno dei suoi pezzi più noti, Fontana mix per nastro magnetico, che realizzò andando in giro per la città lombarda a registrare rumori di ogni sorta che vennero poi rielaborati in studio secondo quel metodo di lavoro maniacale che aveva già caratterizzato gran parte della sua opera dalla Music of Changes (1951) in poi (un lavoro massacrante di ore, giorni e mesi che consisteva, in questo caso, nel ritagliare e incollare su porzioni di nastro vergine migliaia di piccolissimi pezzi di nastro, le cui caratteristiche – durata, collocazione, etc. –  erano rigorosamente determinate dal lancio delle monete dell’I Ching). Durante il soggiorno milanese Cage compose anche un’Aria per la stupefacente e versatile voce di Cathy Berberian, all’epoca moglie di Berio, e intraprese in compagnia del compositore ligure una serie di concerti in alcune città italiane. Ma se questi pezzi e questi concerti sono passati alla storia della musica moderna, la presenza di Cage in Italia è passata anche alla storia del costume per la sua partecipazione a Lascia o raddoppia, il quiz di Mike Bongiorno che non ha ovviamente bisogno di alcuna presentazione. La storia del come andarono le cose al riguardo è abbastanza buffa e ha dei curiosi retroscena, svelati per ovvie ragioni da poco tempo. Bisogna dunque sapere che a quel tempo Cage, nonostante fosse un compositore quarantaseienne già internazionalmente affermato, viveva praticamente in uno stato di semi-indigenza (fu solo a partire dal decennio successivo che cominciò ad avere qualche entrata che gli permettesse di vivere un po’ più dignitosamente, grazie soprattutto alla collaborazione con la compagnia di danza di Merce Cunningham); basti pensare che non aveva neanche un vestito con cui presentarsi in televisione (gli fu infatti prestato da Berio) e che la stessa Cathy Berberian dovette rammendargli in fretta e furia una manica scucita dieci minuti prima di entrare in trasmissione. Perciò a Berio e a Umberto Eco, che in quel periodo lavoravano alla Rai, venne l’idea di farlo partecipare al quiz per vedere se riusciva a vincere un po’ di denaro che gli permettesse almeno di tornare negli Stati Uniti  (e forse anche perché Berio si era un po’ rotto i coglioni di tenerselo in giro per casa). Ora, siccome Cage era un esperto di funghi (oltre che di scacchi, anche se a quale livello effettivo, in entrambi i campi, non l’ho mai capito) gli fu suggerito di presentarsi su quella materia, sulla quale in verità si mostrò abbastanza preparato da riuscire a passare le prime serate, durante le quali, tra l’altro, eseguì anche alcuni suoi pezzi aleatori come Water Walk e Sounds of Venice davanti a venticinque milioni di italiani e a un quantomeno perplesso Bongiorno. Giunto così in finale, a Berio e ad Eco venne probabilmente il terrore che Cage potesse cadere sulle domande più difficili, tanto che, senza farsi troppi scrupoli, pare (pare!) fossero riusciti chissà come a passargliele, facendogli vincere cinque milioni, una cifra ragguardevole per i tempi e con la quale sicuramente visse di rendita per una decina d’anni.*

La registrazione delle trasmissioni non l’ho mai vista e credo sia andata perduta o distrutta (anche perché altrimenti Ghezzi, immagino, l’avrebbe mandata in onda come tormentone per qualche centinaio di volte su Blob o su Fuori orario); esiste però una trascrizione integrale dell’audio dell’ultima serata che è stata pubblicata per la prima volta in un numero del 1975 della rivista “Gong” (v. post del 22 luglio 2012, su questo blog), quindi in un’antologia di scritti e di testimonianze sul compositore (Aa. Vv., John Cage. Dopo di me il silenzio, Emme Edizioni, Milano, 1978, pp. 51-55) e di cui vi riporto qui sotto le ultime, divertentissime parole:

M. B. Bravissimo, bravo bravo bravo bravo. Bravo bravissimo, bravo Cage. Be’, il signor Cage ci ha dimostrato indubbiamente che se ne intendeva di funghi, perché con le domande che gli abbiamo fatto questa sera c’era di che sudare. Quindi non è stato semplicemente un personaggio che è venuto su questo palcoscenico per fare delle esibizioni più o meno strambe di musica strambissima, quindi è veramente un personaggio preparato. Lo sapevo perché mi ricordo che il signor Cage ci aveva detto che abitava nei boschetti nelle vicinanze di New York e tutti i giorni andava a fare le sue passeggiate e a raccogliere funghi, ed ecco dove ha imparato la sua materia.
J. C. Un ringraziamento… a funghi, e ringraziamento alla Rai, e ringraziamento a tutti genti d’Italia…
M. B. A tutta la gente d’Italia. [applausi ] Bravo signor Cage, arrivederci e buon viaggio, torna in America adesso o resta qui? Do you go back to United States or you stay here? Ah! Ritorna di nuovo, ho capito.
J. C. …mia musica resta.
M. B. Ah! Lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio che la sua musica andasse via e lei restasse qui. [risate e applausi ] Arrivederci signor Cage, arrivederci e buona fortuna a tutti con Lascia o raddoppia.

* Tengo a precisare che si tratta solo e soltanto di un’ipotesi, non avendo a disposizione alcuna prova documentale. I nomi di Berio e di Eco li ho ‘dedotti’ da uno scritto di Alessandro Carrera (Parabola per chi crede nel caso, in: Aa. Vv., John Cage, Milano, Marcos y Marcos, 1998, pp. 34-40) nel quale si dice testualmente che un’impiegata della Rai “aveva sentito dire che un famoso compositore e un importante musicologo, che nel 1958 erano ancora giovani, lavoravano alla Rai e volevano che John Cage continuasse a collaborare con loro allo Studio di Fonologia, erano entrati di nascosto negli uffici di Lascia o raddoppia, avevano copiato le risposte delle domande sui funghi e le avevano passate a John Cage” (ivi, p. 39).

Ciao Mike, salutaci John

8 settembre 2009

 

Mike Bongiorno e John Cage a Lascia o raddoppia nel 1959: l’incontro del secolo.

uto

Come molti sanno, il celebre violinista Uto Ughi, in occasione del concerto che Giovanni Allevi tenne in Senato nel dicembre dello scorso anno, imbastì sulle pagine del quotidiano La Stampa una dura polemica nei confronti del pianista piceno volta a ridimensionarne drasticamente il presunto valore. La replica di Allevi non si fece attendere e fu infatti pubblicata sullo stesso quotidiano pochi giorni dopo. I termini della querelle sono facilmente immaginabili da chiunque segua un poco le vicende della musica nel nostro paese, e comunque possono essere sintetizzate in queste rispettive e apparentemente opposte posizioni: 1) Ughi sostiene che quello di Allevi sia un fenomeno abilmente costruito da strategie di marketing che nulla hanno a che fare con la musica, che egli sia in realtà un pianista e compositore men che mediocre e che dunque non meriterebbe tutto quel largo seguito che ha; 2) Allevi ribatte che Ughi è il rappresentante degli interessi di una casta, quella dei ‘musicisti classici’, ormai malata, chiusa, incapace di comprendere la portata rivoluzionaria del suo messaggio artistico e dunque volta unicamente a perpetuare se stessa. Ughi dichiarò inoltre, manifestando una certa acrimonia, che si sentiva tradito e ‘offeso’ – se non proprio personalmente almeno come rappresentante di una categoria di professionisti depositari di una musica di indiscutibile valore, quella della tradizione colta – del fatto che non solo il pubblico, ma le stesse istituzioni avessero accreditato tanta importanza ad Allevi, un’importanza inequivocabilmente suggellata dall’invito ad esibirsi in Senato, invito che fino ad allora era infatti sempre stato rivolto a prestigiosi esponenti del mondo italiano della musica classica. Da parte sua e in sua difesa, Allevi portò le entusiastiche e promiscue folle che si accalcano ai suoi concerti come testimonianza tangibile e inconfutabile del suo trovarsi, per così dire, ‘sulla strada giusta’.

Ora, quello che ad alcuni è sembrato un epico, per non dire epocale, ‘scontro tra due mondi’ a me è apparso come nient’altro che una semplice lite familiare. Più che il grido di un uomo di cultura indignato per la deriva culturale del suo paese, quello di Ughi mi è parso il grido risentito di un padre che rimbrotta il figlio degenere per avergli fatto fare una figura di merda, per aver infangato, per così dire, il ‘buon nome della famiglia’. Insomma, voglio dire: in Senato Allevi si sarà anche presentato con i riccioli di Marcella e le scarpe di Fonzie, ma dirigeva i Virtuosi Italiani, non un gruppo garage punk… E infatti Ughi  pesta un bel merdone quando cerca in tutti modi di sdoganarselo tentando di collocarlo fuori dai confini di quel mondo (il suo) che invece lo ha allevato amorevolmente come un delicato fiorellino di serra. Ha un bel dire, l’Uto nazionale, che Allevi “non sarebbe stato neanche ammesso in Conservatorio”: Allevi in Conservatorio ci ha passato vent’anni (la seconda metà dei quali, peraltro, non in un Conservatorio qualunque ma nel più prestigioso Conservatorio italiano). E infatti, a dispetto dell’immagine da bimbominkia che fa passare di sé, il pianista piceno ha in realtà compiuto una furbissima (e fruttuosissima) operazione di maquillage e di updating: ha preso Mozart, Chopin e Debussy e li ha trasformati in cartoni animati, aggiornando il loro linguaggio a quello degli sms dei giovani di oggi, come a voler dire: “Vedete, signori, questa è l’immagine che oggi la gente ha della musica classica: se vogliamo sopravvivere dobbiamo adattarci”. Va da sé che l’operazione sia riuscita, al contrario di altre simili più volte tentate negli ultimi quarant’anni (dai vari James Last, Stephen Schlacks e Richard Clayderman di turno), perché si è inserita in un vuoto culturale senza precedenti, un vuoto di cui certo non è responsabile la musica classica in sé, ma contro il quale i suoi depositari hanno fatto ben poco, al di là dello sdegnoso sventolamento della loro bandiera e dell’esibizione del loro luccicante blasone.

Allevi a ben vedere non ha fatto altro che rendere il peggior servizio a una madre arcigna e possessiva che si è ingenuamente risentita senza rendersi conto di essere in gran parte responsabile e dunque meritevole di un simile trattamento. Un servizio che poi, forse, non è neanche tutto quel cattivo servizio che si possa immaginare, se – come mi dicono diversi insegnanti – molti ragazzini oggi vogliono andare a studiare in Conservatorio per imparare a suonare i pezzi di Allevi (eh eh eh…).

Il fenomeno Allevi non è altro, insomma, che lo specchio della cattiva coscienza dei musicisti classici, quella falsa coscienza che non si mette mai in discussione, che non si confronta mai con il presente ma che anzi lo nega, la coscienza di chi si sente fuori della storia perché portatore di un messaggio eterno e universale, di un messaggio pronunciato ex cathedra che è sempre e solo unidirezionale, che non ammette alcun feedback di ritorno, che non vuol essere “infettato dalle mani sporche” degli ascoltatori ma che vuole ostinatamente lasciare intatta tutta la sua purezza in eterno. E allora, caro Ughi, scusami ma se le cose stanno così Allevi te lo meriti tutto.

***

Per chi volesse rileggere i due articoli, qui si trova l’intervista a Ughi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39479girata.asp

e qui la risposta di Allevi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39552girata.asp

il demente della settimana

 


Penso di essere stato un bambino fortunato per essere stato per così dire ‘iniziato’ alla musica pop e alla classica contemporaneamente attraverso due pezzi, nel 1973: avevo appena sei anni e fu un’esperienza determinante, totalizzante e indelebile che ha segnato profondamente la mia vita. I pezzi in questione furono Fox on the run, una canzone composta dal songwriter inglese Tony Hazzard per il complesso dei Manfred Mann nel 1969 e la celeberrima Ouverture del Guglielmo Tell (‘Guglielmo’, mi piace dirlo all’italiana) di Rossini: un incontro, avrebbe detto Lautréamont, “bello come l’incontro fortuito su un tavolo anatomico di una macchina da cucire con un ombrello”. Ma tant’è: sappiamo tutti che le esperienze più belle sono sempre frutto del caso. Nel mio ‘caso’, però, fu evento fortuito solo a metà. Se infatti Fox on the run mi piovve in casa per vie assolutamente traverse (mi fu letteralmente tirato, insieme a una altra dozzina di 45 giri senza copertina, da un amico di mio padre che doveva aggiornare la fornitura per il suo juke-box), Rossini era uno degli autori più amati da mio nonno, uomo appassionato di musica classica e possessore di una discreta collezione di dischi, ragion per cui prima o poi mi ci sarei sicuramente imbattuto.

Ma che cosa accadde esattamente? Accadde che, per la prima volta in modo così radicale, fui completamente rapito dal flusso della musica, dalla straordinaria forza del suo impatto emotivo, fino ad allora e da allora in poi mai più eguagliato da qualsiasi altra esperienza estetica. Fu l’estasi: una vera e propria unio mystica che è sempre difficile se non impossibile cercare di spiegare con le parole. Quella duplice (e paritetica) esperienza avrebbe finito per assumere nella mia vita un valore paradigmatico: non avrei infatti mai più raggiunto, in seguito, una tale intensità di ‘partecipazione’ emotiva, nessun ‘ascolto consapevole’ avrebbe mai più eguagliato il piacere, il pieno godimento dei sensi che mi aveva procurato quella precoce esperienza d’ascolto. Già: perché io penso, anzi credo fermamente, che l’essenza dell’esperienza estetica stia proprio nella fascinazione, nell’estasi, in quella sorta di ipereccitazione dei sensi, di godimento trascendentale che essa può procurare. I discorsi, le teorie, vengono sempre dopo: sono orpelli che noi appendiamo alla musica pensando di dargli più decoro e dignità o forse, più semplicemente, per poterne parlare e discutere, ma in realtà sono qualcosa che scivola sulla sua superficie, che non ne coglie l’essenza più intima. L’arte insomma per me è un’esperienza religiosa, è intimamente connessa col sacro, anche se questa religiosità, questa sacralità non hanno niente a che fare né con la musica ‘sacra’ propriamente detta, né tantomeno con le dottrine religiose. È un sacro sui generis, più vicino a un’espressione di energia vitale cieca e irriducibile che a una qualsiasi forma di divinità.

Ora, quello che è interessante, tornando all’esperienza di ascolto originaria, è che un bambino di sei anni riesca a mantenere intatta l’emozione in tutta la sua intensità non tanto nei classici tre, brucianti minuti della canzone pop, quanto nei lunghissimi, infiniti quindici minuti dell’Ouverture rossiniana. In effetti fino ad allora (e in verità per un bel po’ di tempo anche dopo, almeno fino ai dodici anni) della musica classica riuscivo ad ascoltare soltanto delle sintesi, le ‘icone’, i jingles, se vogliamo, dei suoi capolavori: volevo insomma ascoltare l’inizio della Quinta Sinfonia di Beethoven, l’inizio della K550 di Mozart, l’inizio della Toccata e fuga in re minore di Bach, e soltanto quelle piccole porzioni di musica. Passati quei pochi minuti iniziali cominciavo un po’ ad annoiarmi (mandando ovviamente su tutte le furie mio nonno…) e mi distraevo: non riuscivo a mantenere non dico l’emozione, ma neanche l’attenzione necessaria. (Su questo argomento, le difficoltà di ascolto che soprattutto oggi presenta la musica classica, questione interessantissima e per niente oziosa, ci scrissi un breve saggio una decina di anni fa, ed è un argomento che vorrei riprendere e approfondire ulteriormente in un prossimo futuro). Mi venne dunque in aiuto, per l’Ouverture di Rossini, il suo pronunciato carattere ‘descrittivo’ e programmatico e, soprattutto, la straordinaria capacità di mio nonno di tradurre i suoni musicali in un ‘racconto’ dalle immagini pregnanti e suadenti. Quello che viene aspramente criticato dai musicologi ‘seri’ come approccio ingenuo e limitativo – l’ascolto accompagnato da una traduzione visiva della musica – è infatti in realtà uno strumento straordinario per catturare l’attenzione e l’interesse dei bambini (e non solo dei bambini…) verso di essa, e in quanto tale non può essere sottovalutato. Gran parte della musica dell’ultimo secolo, del resto, ha una spiccata componente ‘visiva’ in quanto musica tendenzialmente statica e contemplativa (basti pensare a Farben di Schönberg, per esempio, o a tutto Debussy, a Varèse, Webern e molti altri compositori) e dunque il ‘farsi un’immagine’ del contenuto musicale non solo non è fuorviante, ma addirittura favorisce la sua comprensione.

…Ma che sto dicendo, ora che ci penso?! Abbandono mistico all’ascolto, favoreggiamento della sinestesia, parificazione di un capolavoro colto e una canzonetta pop: mi sembra ce ne sia abbastanza per un mandato di cattura della PMI (Polizia Musicologica Internazionale). Sarà meglio che m’imboschi. Se dovessero beccarmi, però, voglio sperare che qualcuno di voi venga presto a liberarmi dalle terribili prigioni di Fonolandia…