Ascolto estatico vs ascolto ‘consapevole’

2 settembre 2009

 


Penso di essere stato un bambino fortunato per essere stato per così dire ‘iniziato’ alla musica pop e alla classica contemporaneamente attraverso due pezzi, nel 1973: avevo appena sei anni e fu un’esperienza determinante, totalizzante e indelebile che ha segnato profondamente la mia vita. I pezzi in questione furono Fox on the run, una canzone composta dal songwriter inglese Tony Hazzard per il complesso dei Manfred Mann nel 1969 e la celeberrima Ouverture del Guglielmo Tell (‘Guglielmo’, mi piace dirlo all’italiana) di Rossini: un incontro, avrebbe detto Lautréamont, “bello come l’incontro fortuito su un tavolo anatomico di una macchina da cucire con un ombrello”. Ma tant’è: sappiamo tutti che le esperienze più belle sono sempre frutto del caso. Nel mio ‘caso’, però, fu evento fortuito solo a metà. Se infatti Fox on the run mi piovve in casa per vie assolutamente traverse (mi fu letteralmente tirato, insieme a una altra dozzina di 45 giri senza copertina, da un amico di mio padre che doveva aggiornare la fornitura per il suo juke-box), Rossini era uno degli autori più amati da mio nonno, uomo appassionato di musica classica e possessore di una discreta collezione di dischi, ragion per cui prima o poi mi ci sarei sicuramente imbattuto.

Ma che cosa accadde esattamente? Accadde che, per la prima volta in modo così radicale, fui completamente rapito dal flusso della musica, dalla straordinaria forza del suo impatto emotivo, fino ad allora e da allora in poi mai più eguagliato da qualsiasi altra esperienza estetica. Fu l’estasi: una vera e propria unio mystica che è sempre difficile se non impossibile cercare di spiegare con le parole. Quella duplice (e paritetica) esperienza avrebbe finito per assumere nella mia vita un valore paradigmatico: non avrei infatti mai più raggiunto, in seguito, una tale intensità di ‘partecipazione’ emotiva, nessun ‘ascolto consapevole’ avrebbe mai più eguagliato il piacere, il pieno godimento dei sensi che mi aveva procurato quella precoce esperienza d’ascolto. Già: perché io penso, anzi credo fermamente, che l’essenza dell’esperienza estetica stia proprio nella fascinazione, nell’estasi, in quella sorta di ipereccitazione dei sensi, di godimento trascendentale che essa può procurare. I discorsi, le teorie, vengono sempre dopo: sono orpelli che noi appendiamo alla musica pensando di dargli più decoro e dignità o forse, più semplicemente, per poterne parlare e discutere, ma in realtà sono qualcosa che scivola sulla sua superficie, che non ne coglie l’essenza più intima. L’arte insomma per me è un’esperienza religiosa, è intimamente connessa col sacro, anche se questa religiosità, questa sacralità non hanno niente a che fare né con la musica ‘sacra’ propriamente detta, né tantomeno con le dottrine religiose. È un sacro sui generis, più vicino a un’espressione di energia vitale cieca e irriducibile che a una qualsiasi forma di divinità.

Ora, quello che è interessante, tornando all’esperienza di ascolto originaria, è che un bambino di sei anni riesca a mantenere intatta l’emozione in tutta la sua intensità non tanto nei classici tre, brucianti minuti della canzone pop, quanto nei lunghissimi, infiniti quindici minuti dell’Ouverture rossiniana. In effetti fino ad allora (e in verità per un bel po’ di tempo anche dopo, almeno fino ai dodici anni) della musica classica riuscivo ad ascoltare soltanto delle sintesi, le ‘icone’, i jingles, se vogliamo, dei suoi capolavori: volevo insomma ascoltare l’inizio della Quinta Sinfonia di Beethoven, l’inizio della K550 di Mozart, l’inizio della Toccata e fuga in re minore di Bach, e soltanto quelle piccole porzioni di musica. Passati quei pochi minuti iniziali cominciavo un po’ ad annoiarmi (mandando ovviamente su tutte le furie mio nonno…) e mi distraevo: non riuscivo a mantenere non dico l’emozione, ma neanche l’attenzione necessaria. (Su questo argomento, le difficoltà di ascolto che soprattutto oggi presenta la musica classica, questione interessantissima e per niente oziosa, ci scrissi un breve saggio una decina di anni fa, ed è un argomento che vorrei riprendere e approfondire ulteriormente in un prossimo futuro). Mi venne dunque in aiuto, per l’Ouverture di Rossini, il suo pronunciato carattere ‘descrittivo’ e programmatico e, soprattutto, la straordinaria capacità di mio nonno di tradurre i suoni musicali in un ‘racconto’ dalle immagini pregnanti e suadenti. Quello che viene aspramente criticato dai musicologi ‘seri’ come approccio ingenuo e limitativo – l’ascolto accompagnato da una traduzione visiva della musica – è infatti in realtà uno strumento straordinario per catturare l’attenzione e l’interesse dei bambini (e non solo dei bambini…) verso di essa, e in quanto tale non può essere sottovalutato. Gran parte della musica dell’ultimo secolo, del resto, ha una spiccata componente ‘visiva’ in quanto musica tendenzialmente statica e contemplativa (basti pensare a Farben di Schönberg, per esempio, o a tutto Debussy, a Varèse, Webern e molti altri compositori) e dunque il ‘farsi un’immagine’ del contenuto musicale non solo non è fuorviante, ma addirittura favorisce la sua comprensione.

…Ma che sto dicendo, ora che ci penso?! Abbandono mistico all’ascolto, favoreggiamento della sinestesia, parificazione di un capolavoro colto e una canzonetta pop: mi sembra ce ne sia abbastanza per un mandato di cattura della PMI (Polizia Musicologica Internazionale). Sarà meglio che m’imboschi. Se dovessero beccarmi, però, voglio sperare che qualcuno di voi venga presto a liberarmi dalle terribili prigioni di Fonolandia…

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33 Risposte to “Ascolto estatico vs ascolto ‘consapevole’”

  1. np said

    caro marco,

    come accade quasi sempre, nelle cose che scrivi trovo moltissimi punti d’accordo e qualche, piccolo, poco, motivo di perplessità… io credo che l’approccio del godimento immediato (che condivido e professo, anche in altri campi) sia infatti un approccio estetico, non estatico. L’estetica non come disciplina di studio, intendo, ma come esperienza, come percezione, questo dovrebbe essere… Ovviamente, massimo rispetto per l’estasi, ma mi piace riservarla a sfere talmente indicibili che – appunto – non possono essere dette, né pensate, né scritte, né parlate. 🙂
    Per il resto, sottoscrivo.
    ciao e buonanotte!

  2. marcolenzi said

    caro nicola,
    grazie della tua condivisione,che mi fa molto piacere. sì, sono d’accordo sui rilievi che mi fai: come sai, io ho sempre avuto un po’ la tendenza a forzare il vocabolario, a enfatizzare un po’ certi termini; è un tratto del mio stile di cui non riesco a liberarmi, anche se, ti garantisco, mi sforzo di farlo (p. es. sono riuscito ad limitare un po’ l’uso di avverbi come ‘assolutamente’, ‘totalmente’, ‘completamente’ che appesantiscono – e rischiano di far passare il mio entusiasmo per supponenza 🙂 )… in questo scritto forse ho un po’ ecceduto nell’uso di un termine così ineffabile ed esclusivo come ‘estasi’: lo intendo però non come un’esperienza esclusiva, condivisibile da pochi, ma come una sorta di ‘superlativo nominale’, qualcosa di simile a ‘sommo godimento’, un sinonimo di ‘ipereccitazione’. spero di rimediare in futuro. 😉 un abbraccio

  3. np said

    giusto! lottiamo contro gli avverbi dell’assoluto 🙂

  4. Tiziano said

    In fondo l’iperbole, amatissima da Borges assieme all’ossimoro, è una gradevolissima forma di espressione. E’ una cosa molto mediterranea, poco patinata e poco accademica ma ASSOLUTAMENTE AFFASCINANTE E IMPRESCINDIBILE.

  5. marcolenzi said

    eh eh eh, hai messo in tre righe e mezzo ‘amatissima’, ‘gradevolissima’, ‘assolutamente’ e ‘imprescindibile’… 🙂
    anch’io, come dicevo, ho usato molto queste espressioni fino a poco tempo fa (anche se ho cercato di limitarle il più possibile almeno sul libro 🙂 ); non saprei, su questo punto sono abbastanza d’accordo con nicola, nel senso che indubbiamente appesantiscono lo stile e suonano un po’ ‘stucchevoli’… hanno però, se si vuole, anche un carattere un po’ livornese nel senso di quello che sottolineo nella mia pagina di presentazione del blog, e cioè dell’irresistibile tendenza (vedi, anche qui, ‘irresistibile’, ah ah ah!) a confezionare messaggi poco concilianti, anzi spesso distruttivi: insomma, alla fin fine, quando si parla di qualcosa e la si descrive con termini enfatici e assoluti, quello che si vuol dire è un po’ come un “e andate affanculo tutti quanti siete”… ecco, forse mi sarà difficile semmai liberarmi di QUESTO aspetto della questione se penso alle ghigne che si vedono a certi convegni o in certi salotti… eh eh eh, interessante dibattito, comunque, grazie.

  6. np said

    sì, appunto, andate tutti affanculo, voi e i vostri blog di merda.
    😉

  7. marcolenzi said

    ah ah ah ah ah!!! bello… boia, cattivissimo (in questo caso i superlativi assoluti mi sembrano giustificati 🙂 )…

  8. protociccius said

    Noto con sommo dispiacere che sono rimasto in esigua minoranza a fare l’elogio del gradevolissimo stile di Marco Lenzi e del suo linguaggio pseudobarocco… Arriverà comunque, da parte mia, un commento serio (assolutamente non serioso) a questo affascinante post che – mettendo in campo un considerevole numero di figure retoriche, di rimandi interni alla sua missione didattica e di seduzioni autobiografiche in chiave vagamente elegiaca – finisce per delineare i tratti essenziali di un interessantissimo e godibilissimo elzeviro sul non-tema dell’ascolto musicale. A predominare, in ogni caso, sopra tutte, sembrerebbe la figura dell’ipotiposi, evocata soprattutto nell’auspicato incontro tra musica e immagine – più volte teorizzato dal Lenzi in altri post (e al centro della sua accuratissima ricerca musicologica). L’insistito uso dell’iperbole (talvolta adottata con intento ironico o demistificante, ma sempre raffinata e elegante), di gusto sapientemente borgesiano, denota invece una tentazione narrativa (quasi di prosa d’arte) nel rigoroso impianto saggistico, rilevando una sicura padronanza di mezzi linguistici, probabilmente mutuata da un background di letture cattive (e non di cattive letture). Quanto al presunto tasso di livornesità dichiarato dall’autore, non essendo un addetto ai lavori, demando la questione a chi di competenza…

  9. np said

    Mah, forse hai ragione… Tuttavia, Lenzi e Borges mi sembrano davvero, in tutto, simili quanto possono esserlo un pioppo e una pizza. 🙂

  10. Tiziano said

    Credo che il punto da sottolineare sia questo:

    quando qualcuno usa un linguaggio ‘connotativo’con un uso anche spregiudicato dell’iperbole e dell’ossimoro, pretende un lettore disinteressato alla misura della denotazione dei termini impiegati.
    A me piacciono moltissimo anche: le liste, la notazionalità, le ripetizioni, l’obliquità, il dire la stessa cosa con linguaggio diverso, altre soluzioni che spesso vengono definite ‘appesantimenti’. E’ vero, però, che quando ho dovuto scrivere, saggi, articoli, voci enciclopediche, ho cercato, con ENORME fatica, di adattarmi all’uso accademico.

  11. np said

    ma credo siano due tipi di pesantezza diversa, Tiziano; quella che piace a te piace anche a me. Quella che invece non mi piace, è proprio quella accademica, che usa l’avverbio per riempire di senso qualcosa che magari ne ha poco, oppure per gonfiare il petto, e far credere qualcuno che quello che si dice è più VERO. Le ripetizioni e l’oratio obliqua piacciono moltissimo anche a me.

  12. marcolenzi said

    eh, l’avevo intuito io che da questo post si sarebbe sviluppato un interessante dibattito. bene: ringrazio tutti. concordo pienamente con nicola sulla sottile distinzione che si può fare riguardo all’uso dell’iperbole. credo che il rischio sia appunto quello di confondere un ‘difetto’, o meglio una caratteristica stilistica, con un vizio psicologico. mi spiego. chi usa l’iperbole in maniera sistematica è un po’ come se non dico urlasse, ma comunque alzasse i toni del discorso. da qui la legittima domanda che può sorgere nel lettore: perché fa così? gli estremi delle possibili risposte possono oscillare dal semplice ENTUSIASMO con cui si descrivono e raccontano esperienze (quella incontinenza stilistica che denota un certo grado di infantilismo e che è ESATTAMENTE, per quanto io ne possa essere cosciente, la MIA posizione) all’impeto mirato ad aggredire l’interlocutore (una sorta di strategia difensiva preventiva, della serie ‘la miglior difesa è l’attacco’ o – forse meglio – ‘l’aggressività nasconde sempre la timidezza’, giusto per ricorrere a due luoghi comuni): questa seconda posizione ha un carattere più psicologico che stilistico, assimilabile a ciò cui nicola si riferisce quando parla del ‘gonfiare il petto’ per colmare lacune di senso o per imporre come ‘più vera’ la propria posizione. quest’altro estremo, che anche a me dà molto fastidio e di cui ho paura perché talvolta il mio entusiasmo è stato proprio interpretato in questo senso, denota una certa fragilità psicologica, la poca disponibilità a venir criticato su alcuni punti specifici e ad esser messo in discussione; insomma, è come se chi scrive (o chi parla) dicesse: “accettatela o rifiutatela in blocco, la mia posizione, ma non SMONTATEMELA pezzo per pezzo, per favore, perché altrimenti non mi ci raccapezzerei più’. certo non è la migliore posizione da assumere negli agoni accademici, ma non è neanche comoda in ambiti più ‘liberi’ perché tende sempre e comunque a isolare l’autore: a tal proposito (e anche a proposito delle ‘letture cattive’ di cui parla protociccius, rivelando un intuito FORMIDABILE – bravissimo proto!!!!) un esempio perfetto è max stirner, un autore – non a caso ritenuto ILLEGGIBILE dalla stragrande maggioranza dei filosofi – che mi ha ossessionato per lunghi anni e che proprio per questo ha fin dall’inizio MANDATO IN ROVINA la mia possibilità di intraprendere un percorso serio di studi filosofici. 😀

    ps o, comunque, al di là del mio stile o dell’uso improprio della parola ‘estasi’, mi piacerebbe sapere cosa pensate sull’argomento 🙂
    non so se risulti sufficientemente chiaro, ma il mio discorso, a rileggerlo, sembra implicare qualcosa di piuttosto mostruoso, anzi un vero e proprio TABU’, e cioè che i bambini abbiano un accesso privilegiato all’arte, o meglio un approccio estetico originario ‘puro’ (qui so che nicola sobbalzerà! dài, l’ho virgolettato… 🙂 ) che tutto l’arricchimento culturale accumulato in età adulta non sarà più in grado di eguagliare in intensità e ‘autenticità’ (altra pericolosissima parola, anche questa stravirgolettata…)

  13. np said

    io penso che puro e autentico siano nozioni del tutto legittime, nei loro contesti specifici, cioè in determinate esperienze estetiche. L’errore sta nell’assolutizzarli, assolutizzando o gerarchizzando quelle esperienze (appunto, gli avverbi dell’assoluto).
    Credo che esistano esperienze estetiche immediate, piaceri immediati e autentici; che non per questo sono “absoluti” (etimologicamente). Cioè: l’immediatezza non implica assenza di contesto, di ecologia.

    (ah, se il mondo dei blog fosse così ;-)! forse ci scriverei più spesso)

  14. marcolenzi said

    sì, certo… eh, qui si sfiorano questioni religiose, e infatti non ho potuto fare a meno nel post di accennare ad esse, anzi di farvi esplicito riferimento. certo il contesto, wittgensteinianamente, non può essere relativizzato, perché per vederlo dovremmo sederci al di fuori di esso. pure, mi chiedo se un’esperienza estetica, cioè legata a un fenomeno artistico – in questo caso alla musica – non possa per così dire ‘bucare l’essere’, rivelare cioè quel ‘mistico’ di cui parla wittgenstein e che lui lega allo stupore che si prova di fronte non al ‘come’ il mondo sia ma al fatto che esso sia o anche, più poeticamente, all’esperienza del ‘sentirsi al sicuro’ in determinate circostanze della nostra vita… può arrivare l’arte, mi chiedo, a un tale grado di potenza? o è tutto e solo una sorta di deja vu, di illusione che noi interpretiamo coma una ‘rivelazione’, per quanto sia – voglio sottolinearlo ancora – una rivelazione priva di contenuti, e in particolare priva di contenuti dottrinali o dogmatici? un’ “esperienza altra”, insomma, senza voler con ciò necessariamente istituire una gerachia di valori esperienziali, un’esperienza da collocare dentro la categoria delle ‘esperienze uniche’, quelle che si fanno tre o quattro volte nella vita, ecco.

    (ho l’impressione però che per wittgenstein questa cosa del mistico legato all’arte sarebbe priva di senso)

  15. np said

    (hai l’impressione giusta)

  16. da said

    bel post

    da un ascoltatore esclusivo di canzonette: la musica è ‘na meraviglia perchè non si presta ad analisi, a ricerche di senso, storicità ecc. se leggendo posso sempre infilare una nuova parola fra una parola e l’altra, ascoltando non trovo altra musica fra la musica: inizia, finisce, e c’è tutto. manca nulla, almeno nelle cose più riuscite. parola che non segue altra parola, specchio nitido, presenza non duale. può essere “illusione”, certo, ma se non ha secondi fini non è “finzione”. Estetica o estatica, credo che possa essere anche solo un inclinazione personale. Tanti quando vedono una cosa bellissima chiamano silenziosamente Dio. Non per questo sono mistici, con tutto il rispetto.

    ci vuole coraggio per usare l’iperbole. te l’invidio.

  17. np said

    “c’è tutto. manca nulla”.

    Appunto, condivido.
    Basta con questa robaccia romantica del desiderio a partire dalla mancanza. Mancheranno loro, da qualche parte. Che id, diuccio, li abbia in gloria.

  18. marcolenzi said

    @ da
    non so se abbia senso invidiarmi l’iperbole 🙂 è una caratteristica personale, come un tic, come il modo in cui si gesticola o si ride… può piacere o non piacere ma non si può modificare, si può solo cercare di limitarla o di controllarla in alcune circostanze particolari.

    @ np
    caro mio, ci giro sempre intorno e tutto in me si ribella se solo ci penso, ma mi sa proprio che alla fine, nonostante la mia formazione sia impregnata fino al midollo di materialismo e di ateismo, io sia una persona religiosa, romanticamente religiosa.

  19. Tiziano said

    @np

    Concordo che esista un uso della retorica mirato agli scopi a cui fai riferimento, che rivela aggressività o è paragonabile all’ostentazione di una sorta di livrea nuziale. Credo d’altra parte che certe cose si possano dire solo torturando il linguaggio, anche per gettare un utile confine tra ciò che è misura e scienza (e che necessita di denotazione) e ciò che è esperienza estetica, che forse necessita, piuttosto, di deTOnazione. 😉

    @ marco
    Lo sai come io la pensi sull’approccio all’arte dei bambini e l’ho anche già scritto nel blog. Voglio però riportare una cosa letta recentemente e di cui non ricordo la fonte: ciò che più differenzia l’adulto dal bambino è la caratteristica dell’attenzione. L’attenzione di un adulto è come un faro che getta luce in un’unica direzione, l’attenzione del bambino è un corpo luminoso globulare e opalescente che diffonde luce tutto intorno. L’esperienza estetica, nei bambini, deborda e investe oggetti ‘quotidiani’ e altre esperienze che negli adulti vengono ‘tagliate fuori’.

  20. Tiziano said

    L’esperienza mistica e l’esperienza estetica sono accomunate dall’essere oltre un confine che le separa dall’esperienza scientifica. L’esperienza scientifica (che è anche la previsione quotidiana) costruisce attraverso la misura, la previsione e la causalità (tra altre cose), le esperienze mistica ed estetica frantumano e avvolgono in una bruma indistinta ciò che l’altra esperienza, quella scientifica, ha costruito. Si potrebbe dire che quando l’esperienza estetica si fa rivelazione diventa un’esperienza mistica. Ma il termine ‘rivelazione’ è quanto di più avvolto in una bruma indistinta ci possa essere.

  21. da said

    a Mà

    massì esageriamo ! (Totò, altro mistico)

  22. marcolenzi said

    🙂 siamo tutti mistici.

  23. np said

    no, mistici sarete voi, io sono saggio. 😉

  24. np said

    “le esperienze mistica ed estetica frantumano e avvolgono in una bruma indistinta ciò che l’altra esperienza, quella scientifica, ha costruito. Si potrebbe dire che quando l’esperienza estetica si fa rivelazione diventa un’esperienza mistica. Ma il termine ‘rivelazione’ è quanto di più avvolto in una bruma indistinta ci possa essere.”

    Caro Tiziano,
    spero che tu non ti arrabbi, anche perché sono sempre ammirato dai tuoi intelligenti e colti commenti:
    non sono d’accordo su nessuna riga di questa tua frase. Ma magari una volta Lenzi ci porta a cena insieme e ne parliamo (io non sono bravo a parlare, quindi sicuramente sarai tu a prevalere 🙂 )

  25. marcolenzi said

    provo a riportare sulla terra le cose che ho detto in questi commenti: per ‘esperienza mistica’ non intendo nulla di tutto ciò che rimanda ai mistici propriamente detti, da teresa d’avila (la cui celebre estasi scolpita dal bernini ho ironicamente messo qui a suggello del post) a juan de la cruz o a chi volete voi. intendo un semplice e comunissimo processo di IMMEDESIMAZIONE, nel quale la partecipazione EMOTIVA cancella o, se preferite termini più ‘soft’, subordina il controllo della ragione e, nei casi più estremi, quello della stessa coscienza. così è più chiaro? mi sembra (soprattutto mi auguro!!!) che, descritta così, sia un’esperienza – che si tratti di musica, sesso, motori, filosofia, calcio o bungee jumping – condivisa da tutti noi 😀
    ora, dato per scontato che siano possibili esperienze di immedesimazione nell’oggetto, parrebbe altrettanto scontato che tali esperienze si diano in ben differenziati gradi d’intensità (senza che, dal munimum al maximum, si insinui una qualche differenza QUALITATIVA: solo e soltanto QUANTITATIVA… ok? ci siamo fin qui?). bene, allora, definendo ‘estasi’ il maximum di questa scala posso dire che, nella mia miserissima (o miserrima? boh…) vita, nessuna esperienza di immedesimazione come quella del primo ascolto di cui parlo nel post, ha mai raggiunto quel livello massimo (nessuna trombata, nessuna mangiata, nessun tramonto, nessuna poesia, nessun film, nessun saggio, nessuna donna etc. etc. etc.). forse è anche per questo che alla fine la musica ha prevalso nella mia vita tra le numerose attività e discipline cui mi sono di volta in volta (anzi spesso anche contemporaneamente) dedicato con grande passione. e anche qui potrei trovare un altro interessante spunto di dibattito: quello sul talento. ecco, p. es.: nella mia esperienza di vita il godimento procurato dal grado di partecipazione emotiva (di ‘immedesimazione’, cancelliamo per sempre il termine ‘mistico’…) ha finito per prevalere addirittura sul talento. infatti io, se mai ho avuto un particolare (minimo) talento oggettivamente riconosciuto, è stato quello per il disegno: non ho mai mostrato invece nell’infanzia alcun particolare talento per la musica (se non quello appunto di ascoltatore: quello sì!!! 😀 ): mi sono sempre rifiutato di imparare a suonare uno strumento fino ai dodici anni, nonostante le insistenti pressioni di mio padre, e poi non a caso ho finito per scegliere la chitarra (uno strumento, come sapete, che lascia fin da subito la possibilità per così dire di ‘tenere i piedi su due staffe’ 🙂 nello specifico su classica e pop), e anche più tardi, quando ho cominciato a comporre, ho seguito un percorso da autodidatta, insofferente com’ero a ogni disciplina compositiva. ecco, tutto ciò è andato CONTRO il mio talento; l’amore e la passione per la musica hanno prevalso sulle mie effettive capacità, che ho dovuto per così dire ‘inventarmi’. insomma, anche se ho sempre amato la pittura, e quando ero piccolo tutto sembrava convergere verso quell’ambito di specializzazione, la musica ho finito per amarla ANCORA DI PIU’, e questo è bastato per convincermi a fare di essa la ragione della mia vita.

    è interessante, no, questa questione del rapporto tra ‘amore’ e ‘talento’? sinteticamente, potrebbe essere così formalizzata: nella vita si deve seguire ciò che si ama o fare ciò che si sa fare? vi abbraccio e ringrazio tutti per la partecipazione.

    PS volendo aggiungere una piccola dose di cinismo, quest’ultima domanda potrebbe essere riformulata così: dato per scontato che i risultati migliori si ottengano facendo quello che si sa fare, è possibile pur tuttavia fare qualcosa di INTERESSANTE nella propria vita ‘limitandosi’ a seguire ciò che si ama? (ecco, così la domanda mi piace ancora di più. la trovo molto più intrigante… 😉 )

  26. np said

    Caro Marco, concordo su tutto, nello spirito e nella lettera, di quest’ultimo intevento.
    Però, non ti devi “arrabbiare” (cfr. incipit): sei tu che hai usato la nozione di estasi (non c’è bisogno che ti spieghi cosa vuol dire) a sproposito. Da lì, infatti, il mistico ecc… Invece, immedesimazione emotiva mi pare perfetto, per quello che poi qui hai MIRABILMENTE spiegato 🙂

    grazie ancora per il piacevolissimo tempo che questo post fa impiegare alla riflessione.

  27. np said

    comunque, mandiamoci pure tutti affanculo, per me va bene. 😉

  28. da said

    ho letto qualcosa di Teresa D ‘Avila e altri.la parola chiave è appunto amore

    il mito d’ orfeo ci dice qualcosa del conflitto tra amore e talento/ispirazione nell’artista.

    orfeo, come si sa, perde per sempre la sua amata e musa ispiratrice Euridice perchè non riesce a non voltarsi riemergendo sulla terra, lasciando temporaneamente nell’Ade appunto Euridice. Incapace di abbandonare l’ispirazione, sia pur per un intervallo, l’artista non riuscirà a donare interamente il suo dono: l’opera. non corrisponderà al talento che gli è dato con altrettanta generosità verso il pubblico.le sue opere saranno più prolungamenti del suo io che rappresentazioni.

    forse non è proprio quello di cui domandavi, visto che sovrappongo talento a ispirazione.

    vedo ora che hai aggiunto quest’ultime righe: coerentemente a questa lettura del mito, trovare un equilibrio fra talento dato e amore potrebbe voler dire rinunciare a qualcosa di sè.

  29. marcolenzi said

    @ np
    sì, ho commesso un errore tipico di chi ha studiato un po’ di filosofia e che tu quindi conosci molto meglio di me, quello cioè di sopravvalutare il significato etimologico dei termini dimenticandone l’uso comune: ho identificato ‘estasi’ e ‘immedesimazione’ pensando soltanto all’etimo (‘estasi’ vuol dire ‘esser fuori di sé’, ‘immedesimarsi’ vuol dire ‘essere dentro l’altro’ – ergo, ho pensato, se uno più uno fa due, allora per essere dentro l’altro bisogna necessariamente esser fuori di sé…). però ormai mi sembra un po’ tardi per correggere ‘ascolto estatico’ in ‘ascolto emozionale’; sarà per la prossima volta. 🙂

    @ da
    molto bello e stimolante il tuo ultimo intervento, che accentua ulteriormente l’interesse della questione (rapporto tra talento – quello che si sa fare – e amore – ciò che si ama). che vi sia quasi di necessità un conflitto tra i due è ciò che sottintendo e implico non avendone (volutamente) offerta nessuna sintesi: in effetti, in termini assoluti, si dovrebbe dare anche la possibilità che ciò che si sa fare sia contemporaneamente ciò che si ama ma, come dire, mi è sempre apparsa un po’ troppo ‘yankee’ questa posizione, un po’ troppo ‘self made man’… roba new age tipica di quei tizi che ti dicono, dandoti una pacca sulle spalle, “credi in te stesso” 😉

    @ protociccius
    oh, aspetto il tuo contributo “serio ma non serioso” a questo post… fai presto, non vedo l’ora di leggerti.

  30. protociccius said

    Certo, con molto piacere, caro Marco, anche se la carne al fuoco è davvero tanta, e spero di non deludere le tue aspettative (anche perché da questa parte della penisola l’estate sembra appena iniziata. E anche in me – lo confesso – c’è un lato profondamente religioso: sono devoto a San Polase, protettore degli ipotèsi. Ecco perché i miei commenti in questo periodo sono piuttosto e-stitici, inconsapevoli e lastricati di buone intenzioni). 😀

    Intanto lasciami dire che il mio precedente intervento era evidentemente scritto in medio critichese: mi sono divertito a ‘recensire’ il tuo post utilizzando tutto quell’armamentario retorico e lessicale, nonché quei tic stilistici a causa dei quali sei finito ‘sotto accusa’, felicemente travolto dai commenti che hanno reso la discussione davvero interessante e ‘inesauribile’… Sarei tentato di aprire, a mia volta, le mie voragini sulla controversa terminologia lenziana, ma mi preme subito dire che a me invece la tua scrittura appare particolarmente accurata e ‘precisa’ proprio perché non ha paura di mettere talvolta in campo il suo lato ‘straniante’ in contesti dove per aspirare all”esattezza’ e alla pregnanza concettuale occorre al contrario essere ‘impropri’, allegorici, iperbolici, ossimorici etc. Tutto il linguaggio della poesia (specialmente quella novecentesca) è connaturato a quell’idea di “torturare il linguaggio” – per ribadire un’espressione particolarmente efficace usata da Tiziano – al fine di restituire diritto di cittadinanza espressiva a certi sentimenti ‘indicibili’ e indecifrabili. Ecco perché parlavo della maledizione (leggi questa parola in corsivo) di quel patrimonio di letture cattive che (de)formano il nostro dna linguistico: crediamo di scegliere le parole e di dominarle per eccesso di consapevolezza, ma in realtà sono le parole ad agitarci: è una questione, anche in questo caso, di “fisiologia culturale”. Dalle mie letture cattive, per esempio, ho imparato tra l’altro a interpretare istintivamente in modo molto ‘laico’ (che non è il contrario di ‘religioso’) un aggettivo come ‘estatico’. Mi sembra che in questo caso l’enfasi che si porta dietro sia come ‘annichilita’ dal tono nostalgico, affabulatorio, ironico della divagazione del Marco adulto che parla di sé stesso bambino (e i tuoi successivi interventi chiarificatori mi pare che confermino questa mia impressione) per arrivare all’antitesi oggettiva che ti preme provocatoriamente codificare. Possiamo usare una serie potenzialmente infinita di varianti ‘terrene’: incantato e vergine sono le prime che mi vengono in mente, con tutte le implicazioni che potrebbero susseguirsi. Ma alla fine credo ‘ascolto estatico’ descriva perfettamente l’unicità di quell’esperienza di cui parli. Non ho mai avuto il sospetto, comunque, che quell’aggettivo avesse un risvolto trombonesco e/o supponente (ed è un punto, questo, che – se non ho capito male – ti sta molto a cuore).

    Non era esattamente questo, comunque, il commento “serio ma non serioso” che ti avevo promesso e che mi hai gentilmente sollecitato. Non volermene se ti faccio attendere ancora, ma arriverà prestissimo anche quello – magari in regime di maggiore lucidità e minore stanchezza. 😉 Mi limito a dirti, per ora, che non posso fare a meno di collegare (almeno per certi versi) questo post sia a quello sulle competenze musicali che a quello sul ‘pop’.

  31. Tiziano said

    @np

    Carissimo,
    lungi dall’arrabbiarmi raccolgo con gratitudine le tue parole garbatissime di disaccordo, sebbene abbia la sensazione che non dovremmo essere così distanti sull’argomento.
    Voglio precisare che il mio argomento non va contro l’esperienza scientifica, essendo io un bieco illuminista, ma cerca di cogliere la differenza fondamentale tra l’esperienza scientifica e l’esperienza estetica (intesa come creazione artistica, come esperienza astratta): da una parte si costruisce un logos dall’altra si scivola nella hyle.

    Anch’io non sono bravo a parlare… 🙂

  32. np said

    carissimo tiziano,
    io invece penso che le due esperienze non siano poi così diverse. Il logos non è mai solo logos, la hyle, o il pathos, o come cazzo ti piace chiamarlo, non è mai solo tale. Si mischiano, insomma.
    baci e abbracci!
    np

  33. marcolenzi said

    @ protociccius
    grazie per le belle parole.
    sì, effettivamente, come hai ben notato, mi sta molto a cuore la questione dell”esser compresi’, che non implica necessariamente un forzato cambiamento di registro espressivo per adattarsi supinamente alle esigenze del ‘pubblico’ degli ascoltatori, no: mi piace considerarla più come una forma di rispetto verso l’interlocutore. cercare insomma di essere più chiari possibile – questo è l’intento principale (forse anche derivato da una deformazione professionale, essendo io un insegnante) che anima i miei interventi. devo ammettere che è una conquista recente; in passato mi curavo molto meno di ciò, e infatti mi trovavo spesso coinvolto in fraintendimenti di ogni sorta; è stata sicuramente questa esperienza che mi ha portato negli ultimi anni a essere un pochino più accorto.
    giustissima anche l’osservazione sullo stretto legame tra questo post e gli altri due da te citati. sei proprio un interlocutore (e un lettore) prezioso! 😉 e prenditi tutto il tempo che vuoi per il commento ‘serio’. a presto, un abbraccio

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