Il cosiddetto Rock progressivo

29 settembre 2009

Che cosa dire del progressive Rock? Ho sempre avuto un rapporto ambiguo con questo sottogenere del Pop. Da un lato ad esso mi lega un sentimento d’affetto, essendo stato parte integrante della mia formazione musicale (c’è stato un momento, attorno ai quindici anni, in cui ascoltavo ore e ore di King Crimson, Yes ed Emerson, Lake & Palmer); dall’altro non posso nascondere una certa repulsione verso alcuni aspetti di questa musica, in particolare per lo sfoggio di virtuosismo (stupido e inutile perché tale solo se paragonato alla media dei musicisti rock, ma ridicolo se confrontato con quello dei musicisti classici – voglio dire, pianisti come Emerson o Wakeman hanno avuto sicuramente dita più sciolte di un qualsiasi altro tastierista pop, ma fanno la figura dei bradipi rispetto a un qualsiasi grande interprete classico, da Claudio Arrau a Radu Lupu). Queste ambiguità si riflettono anche sul piano più strettamente compositivo, che alterna momenti di intenso lirismo e fresca invenzione a cadute nel più squallido kitsch. Ritengo comunque che il prog abbia avuto una grande importanza nella storia della musica pop, della quale ha contribuito ad ampliare referenti e confini. Insieme alla Psichedelia, sua diretta antecedente nella seconda metà degli anni Sessanta, il Progressive ha introdotto nel Pop tecniche, stili e più in generale modi di pensare propri della tradizione colta: la prima guardando soprattutto alle avanguardie degli anni Cinquanta e Sessanta (soprattutto alla musica improvvisata e alla musica concreta ed elettronica), il secondo strizzando l’occhio a un certo Jazz e alla musica classica (in particolare alla tradizione barocca da Vivaldi a Bach, alla scuola nazionale russa e a maestri del primo Novecento come Bartok o Stravinskij).

Le novità da esso apportate riguardano molti aspetti del fenomeno musicale: 1) l’ampliamento dell’organico (alla chitarra, al basso e alla batteria vanno di volta in volta ad aggiungersi le tastiere – dal pianoforte all’organo, dalla celesta al clavicembalo, dal mellotron al sintetizzatore – tutta la famiglia dei fiati e quella degli archi, nonché un nutrito strumentario esotico, dalle più strane percussioni al sitar); 2) il superamento della forma-canzone attraverso il recupero di forme più ampie e articolate come la suite, tipica forma barocca che viene adattata alla pop song trasformandosi in un lungo seguito di canzoni alternate a brani strumentali spesso contrastanti tra loro e senza soluzione di continuità; 3) il prog ha inoltre introdotto l’uso di modi e di strutture armoniche inconsuete e di tecniche strumentali sofisticate. Tutto ciò caratterizza la produzione di innumerevoli gruppi anglosassoni della prima metà degli anni Settanta, tra i quali spiccano Genesis, Van Der Graf Generator, Gentle Giant oltre ai già citati King Crimson, Yes e EL&P, gruppi che hanno esercitato una certa influenza sulla scena europea e in particolare su quella italiana (Orme, Banco e PFM su tutti).

La mia predilezione in questo ambito va ai King Crimson e alla poliedrica personalità del loro fondatore Robert Fripp; se fu lui infatti a inaugurare l’intero movimento ponendosi la domanda “Come avrebbe suonato Hendrix la musica di Bartok?”, alla quale rispose con quel capolavoro che è In the court of the Crimson King, primo album del gruppo, e ancor più con Larks’ tongues in aspic, che contiene un calco del Quarto Quartetto per archi del compositore ungherese, fu ancora lui quello che più di ogni altro nel settore seppe aprire il genere, per vocazione piuttosto chiuso, a istanze avanguardistiche ambient e minimal (su tutte la collaborazione con Brian Eno e le Frippertronics). Fripp è stato anche uno dei pochi musicisti progressive ad aver saputo cogliere i profondi mutamenti culturali in atto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, rinnovando incessantemente lo stile dei Crimson fino alla loro straordinaria ultima incarnazione con Belew, Levin e Bruford, a mio avviso unica formazione prog capace di distinguersi nel nuovo scenario New Wave, tutto imbevuto di istanze punk ed elettroniche decisamente in controtendenza rispetto al genere.

[qui c’era un video dei King Crimson che mi è stato quasi subito tolto. Quindi ne ho messo un secondo e mi è stato tolto anche quello; poi un terzo, idem; infine un quarto e lo stesso. Vadano dunque affanculo i King Crimson e quelli che si occupano dei loro ‘diritti d’immagine’]
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44 Risposte to “Il cosiddetto Rock progressivo”

  1. gadilu said

    Un articolo da incorniciare, caro Marco. Una lezione smagliante.

  2. marcolenzi said

    grazie carissimo. (a proposito, ti devo delle scuse per la veemenza forse eccessiva con la quale mi sono scagliato contro il tuo viscido parodista, ma credi è stato un impulso irrefrenabile… 🙂 ).

  3. gadilu said

    Non ti preoccupare. Mi hai fatto sorridere. Il tizio in questione è un poveraccio, merita più compassione che offese. Ma non parliamone, almeno qui.

  4. enzopenzo said

    Grazie del post. Dopo le prime righe temevo volessi smembrarmi i King Crimson! Comunque un commento sul completo sfoggiato da Adrian Belew nel video ci stava.

    ps penso che questo sia il blog scritto meglio fra quelli che visito.

  5. marcolenzi said

    non sarebbe stato tanto facile smembrare i kc, anche se certamente non tutto quello che hanno fatto è allo stesso livello; ma con gli altri gruppi avrei avuto senz’altro qualche possibilità in più. 🙂
    sì, il completo di belew è veramente orrendo; ma cosa vuoi, gli anglosassoni…

    ps grazie per il complimento. detto da te, che scrivi benissimo, è un onore.

  6. jonny said

    Domanda da principiante, i Pink Floyd fino all’album The Wall come li definisci? Non é un tipo di Progressiv anche quello, con tanto di Psychedelic, ma comunque siamo lí, o no??

  7. marcolenzi said

    eh, caro jonny, bella domanda. così, a caldo, ti risponderei: i pink floyd sono i pink floyd. 🙂
    ma la questione è ovviamente un tantino più complicata. dunque, innanzitutto occorre ribadire una cosa ovvia: i generi musicali non hanno confini rigidi ma sfumati, anzi MOLTO sfumati, cosicché tra un genere e l’altro (p. es. tra psichedelia e progressive) potremmo divertirci a tracciare un percorso che comprenda molte tappe e gradi di approssimazione. fa sempre bene, però, cercare di definire meglio possibile l’identità di ciascun genere, proprio per riconoscerne i tratti anche nei miscugli e negli ibridi più contorti. si può dire, in due parole, che la psichedelia non ha rappresentato altro che una’snaturalizzazione’ del suono acustico: si prende una ballata per voce e chitarra e la si riarrangia utilizzando tutti gli artifici possibili – stereofonia, effetti elettronici (eco, reverbero, flanger, distorsione, etc.), filtri di vario tipo, suoni sintetici, rumori di ogni sorta, tecniche ‘stravaganti’ nel processo di registrazione e di missaggio (voci in primissimo piano, sovrapposizione di fonti eterogenee, etc. etc.). ecco, la psichedelia, in sostanza, non è altro che questo: per intenderci, basta pensare alla differenza enorme che passa tra ‘from me to you’ e ‘she loves you’ da un lato, e ‘strawberry fields forever’ e ‘yellow submarine’ dall’altro.
    in questo senso la psichedelia è stata molto influenzata dalla musica elettronica e concreta d’avanguardia degli anni ’50 (stockhausen, cage, berio, etc. – non dimentichiamoci, p. es., che stockhausen tenne negli anni ’60 delle conferenze nelle università californiane frequentatissime dai freaks della west coast).
    il progressive ha tutt’altra origine e natura. è nato nel momento in cui anche gli studenti di conservatorio hanno sentito il desiderio di metter su un complesso pop, portandovi dunque tutto il loro retaggio classico. fino alla seconda metà degli anni ’60, tranne rarissimi casi, il pop era appannaggio esclusivo di musicisti che avevano imparato a suonare ‘a orecchio’ o che comunque avevano scarsissime basi teoriche (compresi beatles, hendrix e pink floyd); con il progressive comincia a fare rock gente che legge gli spartiti e suona bach (emerson, fripp, wakeman, banks, howe e chi più ne ha più ne metta). da qui si capisce dunque come il progressive non sia nato che dall’esigenza di coniugare il ‘rigore’ della musica classica con l’impatto delle sonorità rock (che poi ci sia riuscito o meno, o meglio fino a che punto ci sia riuscito, è tema di dibattito ancora oggi).
    per concludere: i pink floyd, per cultura e formazione, appartengono INEQUIVOCABILMENTE alla psichedelia, che essi – dato che non si tratta, vero, di un gruppetto qualunque 🙂 – hanno poi sviluppato autonomamente secondo un percorso originalissimo che ha fatto storia (la loro grandezza per me sta in sintesi nell’aver saputo divulgare – nel senso buono del termine – meglio di chiunque altro la tradizione colta e di ricerca del novecento, nell’aver capito insomma più di ogni altro musicista pop l’importanza epocale della centralità del suono nel novecento). detto questo, è vero che hanno avuto un momento di vicinanza a certe caratteristiche del prog (soprattutto con la suite ‘atom heart mother’), per un certo uso di sonorità ‘classicheggianti’ (anche se lì i cori e gli ottoni sono stati arrangiati da ron geesin) e, appunto, per l’uso della forma di suite, così tipica del mondo prog.
    spero di essere stato chiaro. non posso non confessarti, però, che per me i floyd stanno una spanna sopra a tutti i gruppi prog di tutte le epoche messi insieme 🙂
    ti mando un caro saluto

  8. gadilu said

    Lo so, vado un po’ OT, però siccome ultimamente (grazie al Corriere della Sera che vende i cd) mi sono rimesso ad ascoltare intensamente i Doors… e mi piacciono parecchio… m’è venuto in mente che non ti ho mai sentito pronunciare un giudizio (né di gradimento né di disgusto né d’indifferenza) su questa storica band. Perché? O anche: perché questo silenzio sui Doors? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

  9. marcolenzi said

    sì, dunque… semplicemente, ho sempre avuto una certa antipatia epidermica per morrison, a dir la verità per motivi molto futili (roba di donne, per intenderci… diciamo che catturava un po’ troppo l’attenzione di alcune mie fidanzate 😉 ). una volta superati i pregiudizi adolescenziali ne ho potuto cogliere tutto il valore e l’importanza storica. anche se non li amo alla follia, considero i doors una grande band e molte delle loro canzoni (da ‘the end’ a ‘riders on the storm’ – dalla quale è disceso TUTTO nick cave – da ‘break on through’ a ‘people are strange’ e molte altre) dei capolavori assoluti. la mia preferita è ‘not to touch the earth’. sono stati il gruppo più interessante della scena psichedelica californiana e costituiscono parte di una sorta di trinità internazionale degli anni 1966-67 (doors/los angeles, velvet underground/new york, pink floyd/londra).
    forse morrison è stato un po’ sopravvalutato (la natura e l’estensione del suo mito toccano spesso il ridicolo), ma i doors sono stati comunque, indiscutibilmente, dei grandi.

  10. jonny said

    Caro Marco,
    per primo ti ringrazio per le tue spiegazioni molto chiari e sostenibili, ancora di piú, visto che ho trovato un grande stimatore di uno dei miei gruppi preferiti, almeno sembra.
    E mi scuso subito in anticipo, perché avrei da farti un’altra domanda. Insieme ai Pink Floyd uno dei miei gruppi preferiti sono i Led Zeppelin, e dopo anche da solo Robert Plant, adesso mi chiedo, come possa essere, che io stimo due gruppi cosí differenti, sia di musica,che anche di cultura?? Te avresti una risposta, o sono cose, che non si possono spiegare??

    Ancora una battuta sui Doors, mi piacciono, ma li posso ascoltare solo, quando mi viene il depressivo, anzi quando voglio, che mi venga il depressivo!!

  11. gadilu said

    Bene. Anch’io devo combattere molto un’innata allergia per la mitologia (ogni forma di mitologia, in realtà) fiorita attorno al personaggio Morrison. Ultimamente ci riesco, riesco cioè ad ascoltare Jim Morrison senza avere costantemente davanti la sua faccia appiccicata come adesivo sulle vespe che circondavano la mia adolescenza (oggi non so se è ancora di moda farlo). Il guaio è che io ancora non so se il rock (indico questa parola in modo approssimativo per designare un grandissimo e sfrangiato campo di possibili applicazioni) possa fare a meno della produzione di certi miti. Ascoltare Elvis senza il mito di Elvis, Hendrix senza il mito di Hendrix, i Sex Pistols senza il mito di S. Vicious, i Joy Division senza il mito di I. Curtis, fino ai Nirvana di Cobain e altri ancora che non ricordo. Insomma: non pensi che la produzione di una certa mitologia deteriore sia inscindibile dal “prodotto” musicale del quale ci stiamo occupando?

  12. marcolenzi said

    @ jonny
    i led zeppelin, con deep purple e black sabbath, sono stati tra i padri dell’hard rock (o heavy-metal, come si dirà in seguito) e, tra questi, quelli forse più legati a certi climi progressive (v. appunto ‘stairway to heaven’ che ha un piglio un po’ classicheggiante), per quanto i deep purple, com’è noto, abbiano addirittura suonato con la royal philarmonic orchestra (per la verità quel disco è inascoltabile, almeno per me). hanno avuto anche un grande chitarrista come page. ma non saprei dirti di più, non li ho mai ascoltati attentamente né mi hanno mai particolarmente interessato. il legame coi pink floyd lo vedo piuttosto tenue, penso sia una semplicissima questione di gusti personali tuoi.

    @ gadilu
    sì, effettivamente non è facile prescindere dal mito, ma forse lo si può attutire restituendolo all’immaginario culturale dell’epoca, cioè se si pensa che, più ancora che della musica o del personaggio, l’aura mitica è un sottoprodotto della cultura di massa, di quella che adorno e i francofortesi chiamavano ‘industria culturale’. non è una cosa che morrison, hendrix o cobain, al di là dell’indubbio carisma della loro persona, emanavano ‘di per sé’, ma qualcosa che gli è stata appiccicata addosso dal contesto. se si è consapevoli di questo, si può valutarli per quello che effettivamente hanno dato, senza soggezioni; a me sembra di riuscirci, nonostante le oggettive difficoltà. forse perché tra i miei ‘miti’ non ci sono solo artisti belli, affascinanti, maledetti, drogati, tutto genio e sregolatezza e votati al suicidio ma anche gente appartata, tranquilla e in ciabatte come aldo clementi o giancarlo cardini. e poi non mi lascio spaventare dai numeri; per me michael jackson può aver venduto anche 100 milioni di copie di ‘thriller’ – non per questo lo ritengo un disco migliore di ‘right through’ di ron geesin, p. es., che avrà venduto sì e no 800 copie. ma è inutile che continui, sto dicendo cose – almeno per te, immagino – sicuramente ovvie. comunque, certo, quello dei miti pop è un tema difficile e complesso che non può essere esaurito qui.

  13. np said

    Mah, cari amici, stiamo solo invecchiando, finalmente, e dobbiamo trovare nuove vecchie cose a cui aggrapparci.
    Un abbraccio a tutti

  14. marcolenzi said

    perché, è da vecchi parlare di doors o king crimson? in fondo sono fenomeni non ancora pienamente storicizzati, no?
    un abbraccio a te

  15. np said

    amico mio, mica ti sei urtato, se ti dico che invecchiamo? 😉

  16. marcolenzi said

    nooo… 😀 non ho semplicemente capito se quello del rock progressivo è un argomento che ritieni non interessante (roba da vecchi) o se siamo noi che lo affrontiamo da vecchi nostalgici per aggrapparci a qualcosa 🙂

  17. da said

    a me piaceva il progressive, un pò tutti i gruppi citati, in particolare Peter Hammil e i Van Der Graaf Generator e tranne i Genesis, non saprei dire perchè. L’introduzione del concept album al posto del singolo, e quindi del 45 giri, mi sembrava una gran cosa. Un ampliamento delle possibilità espressive. Hai ragione a collegarli ai Quicksilver M.S o ai Greatful Dead, non ci avevo mai pensato. Bel post.

  18. marcolenzi said

    eh eh eh, anch’io non ho mai sopportato i genesis… li trovavo molto, molto stucchevoli: iper-teatrali, iper-fiabeschi, iper-verbosi. soprattutto, però, essendo un floydiano sfegatato, non potevo amare il loro suono (specialmente quello delle tastiere di banks), un suono ‘piccolo’ e spesso decisamente bruttino. 🙂
    del resto, c’è sempre stata una rivalità fra genesis e pink floyd, soprattutto tra i loro rispettivi fans, ma per quel che mi riguarda non c’è mai stato confronto. (mi ricordo ancora di una volta in cui un cretino voleva convincermi della superiorità dei g. facendomi ascoltare il celeberrimo incipit pianistico di ‘firth of fifth’ e confrontandolo con gli accordi lunghi di wright, la cui aura magica cancellava in un attimo tutte quelle farfalline arabescate di banks) 🙂
    tutt’altra storia per i van der graf e hammil, che hanno fatto cose interessantissime.

  19. np said

    Carissimo,
    il mio era un off topic, come si dice. Volevo solo sottolineare, a me per primo, che stiamo invecchiando, e ci comportiamo, in tutti i sensi, vivaiddio, finalmente, di conseguenza.

  20. marcolenzi said

    ora ho capito, e sono pienamente d’accordo (scusa ma a volte – anzi spesso – non colgo al volo le cose, forse proprio perché sono invecchiato 😉 )

  21. Mago Afono said

    Bel post, Marco. Bei replies.
    Ieri sono stato al concerto di Peter Murphy a Firenze, mi aspetto un altro bel post sulla new wave e sul post-punk in genere.

  22. marcolenzi said

    ok, mago, è più difficile (per una serie di ragioni che non sto qui a elencare) ma ci proverò.

  23. NoiZeBoX said

    Integerrymo e Catartyco Maestro.
    Condivido quasi tutto ciò che afferma e Le chiedo un’opinione schietta e decisa:
    Cosa ne pensa della mia ultima fisima di caricare in formato .WAV una decina di pezzi dei succitati gruppi in tracce audio separate e di farle partire tutte assieme affogate in un reverb di 60 secondi di decay e con il limiter sul master out al massimo?
    Sono avanti?
    Sono indietro?
    Dove sono?

  24. zapruder said

    E’ vero: l’argomento non puo’ essere esaurito qui, e forse neppure altrove, pero’ mi piacerebbe capire cosa intendete per ‘mitologia deteriore’.

    Credo che sarebbe un equivoco pensare, in nome di un ‘primato sonoro’, che tutto il simbolico (semiotico?) ‘non-musicale’ che si sviluppa attorno al ‘Rock’ -in senso lato- sia soltanto un orpello, un ‘sottoprodotto’ appiccicato dall’ industria, perdendo cosi’ di vista un fenomeno comunicativo piu’ vasto e complesso.

    Si puo’ considerare ‘deteriore’, in quanto morbosetta e irrilevante, la farragine di aneddoti su Sid Vicious ma se si vuole ‘valutare per quello che effettivamente hanno dato’ i Pistols non si puo’ trattare come inessenziale quella che molti definirebbero la ‘panoplia mediatica’ che hanno costruito attorno a se (a me manco piacevano troppo…)
    Oppure: proviamo ad immaginare David Bowie (che mi piace di piu’) con l’aspetto -non la voce, l’aspetto- di Aldo Fabrizi: niente toglierebbe il valore a Space Oddity, ma sicuramente avrebbe trasmesso qualcosa di diverso.

    Il problema e’ che spesso, presso i musicisti, il ricorso a forme di comunicazione non-musicali da parte del ‘rock’ (‘pop’ ‘rap’ ‘pip’) appare ancora come prova di insufficienza espressiva piuttosto che una dilatazione del materiale espressivo.

    Insomma: il completo di Adrian Belew -in quel contesto e con quella musica – per me e’ perfetto !

    PS:
    grazie per ‘Step by step’: mi ha evocato ricordi dolcissimi (tra cui un concerto in Pzza. dei Cavalieri) che a settembre sono ‘quel-che-ci-vuole’!

  25. marcolenzi said

    caro zap, no, no, c’è stato un fraintendimento: io non ho mai pensato né detto che le componenti simboliche extramusicali (aspetti visivi, letterari, politici, drammaturgici, etc.) che stanno intorno ai musicisti pop siano irrilevanti, anzi! quello che mi dà fastidio è l’agiografia e la mitizzazione del personaggio. certo che è importante l’aspetto visivo, p. es., in bowie come in moltissimi altri, esattamente come la teatralità è una componente inscindibile dalla musica dei virgin prines o la componente visiva da tante cose di brian eno o dei kraftwerk. ci mancherebbe altro, toglierei al pop una sua componente essenziale…
    quello che voglio dire è che non mi importa una cippa di quanto bowie si è drogato, se si è fatto inculare da un toro o se sid vicious si tagliuzzava il corpo durante i concerti, e in genere di tutti quegli aspetti biografici che concorrono in misura decisiva a creare il mito. esattamente come voglio valutare il contenuto musicale effettivo di quello che hanno fatto prescindendo completamente dagli aspetti biografici e mediatici, così anche gli altri aspetti voglio valutarli sulla base appunto del loro intrinseco valore effettivo (se bowie si trucchi bene o sappia allestire un bello spettacolo o sia un bravo attore si baserà sulle sue competenze nei rispettivi campi extramusicali e voglio verificarlo con criteri per così dire ‘oggettivi’ – non è, per dire, che siccome è un divo del pop ALLORA dev’essere per forza anche un bravo attore…). non so se mi spiego. secondo me bisogna molto accuratamente evitare OGNI processo di mitizzazione, è sempre fuorviante e pericoloso, oltreché ingenuo. insomma, sarà stato chi ti pare, ma per me la tomba di jim morrison vale quella di qualsiasi altro più o meno grande poeta. se poi si vuole aprire una discussione sulla funzione del mito oggi e sul suo legame con la musica pop benissimo, ma allora non si parla più di musica o di arte; si parla di sociologia, di psicologia, di antropologia, di filosofia e di politica.

    PS fra l’altro, pensavo, il mio ‘mito’ numero uno, morton feldman, somigliava a bestia ad aldo fabrizi… 😀 😀

    @ NoiZeBox
    che ti devo di’… ne penso bene 🙂
    (anche se credo che tu sia esattamente nel punto in cui ti trovi ora)

  26. zapruder said

    Acc…
    C’era da immaginarlo: un’ altra precisazione intelligente che condivido.
    Su questo Blog non c’e’ modo di fare a cazzotti
    🙂

  27. zapruder said

    mi cerco una bella rissa su Polanski e torno
    🙂 🙂

  28. marcolenzi said

    ah ah ah ah! eh, caro mio, in realtà c’è un sacco di gente con cui mi piacerebbe fare a cazzotti, ma qui non ci scrive. boh, chissà perché… 🙂

    (davvero, a pensarci bene non riesco proprio a capire perché non ci scriva).

  29. gadilu said

    Se volete fare a cazzotti venite da me.

  30. gadilu said

    Ah, ora che ci penso. Ho buttato là l’espressione “mitologia deteriore”, senza pensarci su troppo. Mi rendo conto che dovrei spiegare cosa intendevo (ma prima dovrei spiegarlo anche a me stesso, il che non mi sembra per nulla facile). Semplifico le cose se adesso azzardo una formula di ripiego? Tipo: “agiografia deteriore”. OK. Non mi pare di semplificare. Forse complico. Sono le 22:11 ma me ne vado già a letto. È meglio.

  31. marcolenzi said

    buonanotte carissimo, vado a letto anch’io.
    (già, come mai da te è più facile fare a cazzotti? certo, bisogna dire che hai un paio di commentatori abituali che te le levano dalle mani… 😉 )

  32. da said

    hi! have a nice day

  33. Bakunin said

    Leggere il post e la maggior parte dei commenti mi ha ovviamente catapultato nel passato. Riaffiorano così le colonne sonore di tanti episodi, ed una, non citata, la vorrei lasciare qui…
    Grazie MarcoLenzi.

  34. marcolenzi said

    caro bakunin, non sai che piacere mi hai fatto! conosco tony sydney da più di vent’anni: lo conobbi nel 1987 durante un seminario sulla chitarra dal rinascimento alle avanguardie che leo brouwer tenne a firenze e al quale partecipammo entrambi come allievi effettivi (figurati! 🙂 io un bimbetto imberbe e lui già affermato ex-chitarrista dei perigeo, ah ah ah!). poi tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 sono stato diverse volte a trovarlo a casa sua a fiesole; mi fece una bellissima dedica sul suo disco solista ‘changing shadow’, che mi regalò. un bravo ragazzo, simpatico, oltre che un valido chitarrista.
    grazie e benvenuto nel mio blog (ti conosco però da un bel po’ avendo letto un centinaio di tuoi commenti su ‘sentieri interrotti’. 😉 )

  35. np said

    Posso andare off topic?

  36. marcolenzi said

    😀 grazie nic, hai sempre qualche pensiero affettuoso per questo blog.

    PS ma secondo te perché solange assimila tutti noi umani a delle palline colorate? è un po’ strano come paragone, no? chissà cosa voleva dire… comunque, i momenti più interessanti sono a 1′ 50”: “siamo palline colorate ormai, ci muoviamo nel niente” e a 2′ 12” “ecco, sì, adesso ci sciogliamo”.

  37. np said

    io credo che lui si rifaccia, in quel giro di anni, all’estetica ciccioliniana, che proprio nello stesso periodo divideva il mondo in cicciolini e ciccioline, e altre dicotomie ontologiche. Credo che Solange si rifaccia, implicitamente o esplicitamente, a quelle poetiche, assimilandovi la figura della “pallina”, vera e propria sineddoche ma al contempo metonimia.

  38. Bakunin said

    e vabbè, vedo che abbiamo degli esperti…ne approfitto per richiedere un parere su questo testo, che mi ossessiona da decenni… 😉

  39. marcolenzi said

    caro bakunin,
    questo è quello che sono riuscito a trovare sul web:

    Darling! Öt che tà dighe ché?
    Darling! Öt che tà daghe ché?
    Darling! Öt che tà faghe ché?
    Darling! Per chel ché sö
    me öle giöst fat a te!!!

    (Traduzione dal dialetto bergamasco)

    Darling! Che vuoi che ti dica?
    Darling! Che cosa vuoi che ti dia?
    Darling! Che cosa vuoi che ti prometta?
    Darling! Per quel che mi riguarda
    voglio solo farti!!!

    ivan cattaneo, come saprai, è stato uno degli animatori della scena glam italiana (o post-glam, dato che in italia è sempre arrivato tutto con qualche annetto di ritardo…), scena che spaziava dal punk (chrisma) al trash pop (rettore, camerini, mastelloni, malgioglio e via e via giù inabissandosi). simpatico comunque, l’ivan nazionale. 😉

  40. NoiZeBoX said

    azz…in punto di morte rimpiangerò di non aver impiegato meglio quei 3 minuti e 15 secondi che ho investito nell’ascolto di “palline colorate”!

  41. marcolenzi said

    perché? 😉
    caro noiZeBoX, io ho imparato tantissimo dal trash… 🙂

  42. NoiZeBoX said

    Ti ho ascoltato sul pezzo del Volpi…bellissimo!
    SeNbri Modugno! 🙂

  43. "cosiddetto" progressivo? said

    Perchè “cosiddetto” rock progressivo?
    Fu una terminologia coniata in Inghilterra alla fine degli anni ’60 e in Italia nel 1971 per definire uno stile preciso. Frutto tra l’altro di processi storici definiti.
    Che poi Arrau sia meglio o peggio di Wakeman, che significa?.
    Compararli equivale a confondere due generi totalmente distinti, dimenticarsi – nel caso italiano – di una parte della nostra cultura sociale e politica.
    Io credo che molte persone che si sono formate nelle aule dei Conservatori dovrebbero essere più modeste quando argomentano musica rock.

  44. marcolenzi said

    caro “cosiddetto progressivo?” (fa un po’ ridere, ma d’altra parte se non ti firmi col tuo nome come posso rivolgermi a te? 🙂 ),
    innanzitutto benvenuto nel mio blog.
    dunque: devo essermi spiegato male, perché il tuo commento mostra un certo fraintendimento. intanto sul termine ‘cosiddetto’, che ha anche un significato neutro, non necessariamente dispregiativo. la definizione che ne dà il dizionario treccani è infatti la seguente:

    cosiddétto (o così détto) agg. – Detto, designato in questo modo; si usa spec. per sottolineare la specificità o tecnicità di una denominazione, oppure la sua improprietà, o per esprimere comunque qualche riserva sull’uso o sul valore di essa: con l’aiuto del c. braccio secolare; possedere il c. occhio clinico; non aveva ancora trovato il c. grande amore; la c. poesia pura (B. Croce).

    e io intendevo usarlo proprio nel senso primo riportato dal dizionario e cioè per sottolineare la specificità della denominazione, che sia stata coniata ieri, quaranta o seicento anni fa.
    poi: su virtuosismo e modestia. non vedo dove sia il problema, ho semplicemente detto una cosa ovvia, e soprattutto non ho affatto detto che arrau sia MEGLIO di wakeman (dov’è scritto, scusa?). la cosa ovvia è che lo sfoggio di virtuosismo tipico di tastieristi come emerson o wakeman ha imbambolato il pubblico del rock, abituato com’era fino ad allora alla TOTALE carenza di virtuosismo tecnico (digitale, nel senso delle dita) tipico della musica pop (la qual cosa è peraltro non un difetto – assolutamente! – ma una CARATTERISTICA del pop (dico la carenza di virtuosismo…) ). in termini di ‘capacità tecniche’ (precisione nel tocco, velocità, etc.) un qualsiasi pianista classico di ottimo livello è loro infinitamente superiore (NON ‘MIGLIORE’! solo e semplicemente ‘più capace’ in termini TECNICI, cosa che quindi non ha NIENTE a che fare col valore artistico di ciò che emerson o wakeman hanno fatto – riesco a spiegarmi?). tutto qui.
    poi, mi sembrava di essere chiaro almeno su questo: amo il progressive, pur con qualche riserva che non scalfisce minimamente il valore di certe sue produzioni che considero di alto livello artistico.

    PS io sono un chitarrista classico che, come quasi tutti i chitarristi classici, ha avuto una duplice formazione, sia classica che pop. quindi figurati se non amo il pop o se considero la musica classica ad esso superiore ‘a priori’…

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