Sublime semplicità

2 dicembre 2009

C’è un pregiudizio, ancora oggi molto diffuso presso musicisti e musicologi, che tende a sottovalutare la musica eccessivamente semplice, fatta di pochi suoni e basata su un materiale esiguo. Quando la si accetta sembra che lo si faccia a malincuore, quasi fosse una concessione; in ogni caso ai compositori di musica ‘semplice’, quand’anche venga loro riconosciuta una minima dignità artigianale e una qualche originalità stilistica, non si concede mai di poter essere paragonati ai ‘grandi’. Satie può piacere, ma guai accostarlo a un Debussy o a uno Stravinskij. Ciò è dovuto, credo, soprattutto al fatto che nella musica forma e contenuto tendano a ‘coincidere’ molto più che nelle altre arti – ergo: una forma povera veicolerà un contenuto altrettanto povero. Ecco, precisamente questo è il pregiudizio: enfatizzare e dare per scontata l’dentità di forma e contenuto in musica. E invece c’è sempre uno scarto, c’è sempre qualcosa che ‘resta fuori’. E vi sono momenti nella musica di Cage, Feldman, Skempton, Young, Eno e, appunto, Pärt, che a dispetto della loro apparente semplicità di scrittura sono capaci di evocare interi universi poetici, attingere a inaudite profondità emozionali. Come può essere ritenuta ‘semplice’ una musica che ci trafigge come una lama di spada da parte a parte e sconvolge le nostre abitudini d’ascolto?

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18 Risposte to “Sublime semplicità”

  1. Tiziano said

    Quel particolare tipo di esperienza estetica che scaturisce dall’analisi e dalla contemplazione della forma credo sia paragonabile a quella che coglie il matematico alle prese con la scoperta di un elegante teorema. Ma pensare che ‘scrivere’ semplice significhi non essere ‘grandi’ o ‘profondi’, significa credere possibile solo un particolare tipo di esperienza estetica.
    Mi rilassa sapere che in molti pensano il contrario.

  2. zapruder said

    si

  3. da said

    giri sempre lì, eh Mà, i conti non tornano per niente..

  4. marcolenzi said

    caro da, non sono sicuro di aver capito bene cosa intendi dire: ( 🙂 )

    1) che sono ossessivo?
    2) che mi arrovello in enigmi insolubili?
    3) che parlo sempre delle stesse cose?
    4) che non so argomentare?
    5) o che, più semplicemente, devo anda’ affanculo?
    😀

  5. da said

    no no o meglio: il rovello, l’inquietudine, il bacarozzo insomma è più che giustificato per chi si fa domande. a maggior ragione per chi, come te, con la musica ci mangia e la conosce bene. che la tecnica della musica non coincida con la musica (lo scarto) individua l’area del mistero delle arti, che poi è il nostro mistero. io ad esempio la musica me la godo e basta, le mie fissazioni (in fondo non dissimili alle tue) riguardano quello che va sotto il nome di natura, materia tramite cui mi guadagno da vivere. grazie per tutti quei sorrisi e scusa per la battuta ambigua, ma data l’ora aveva solo il tono della confidenza. e visto che all’inferno ci si va a braccetto, che ne dici di andare affanculo insieme ?

  6. gadilu said

    Cari amici, dopo essermi mandato preventivamente affanculo anch’io, volevo aggiungere una cosa.

    Non so quante volte abbia ascoltato quel pezzo di Pärt. Generalmente lo faccio sdraiato sul divano, più addormentato che sveglio, mantenendo la stanza in penombra. Non so se sia il modo più giusto di fruirlo. A me pare comunque interessante e lo preferirei comunque a un ascolto proposto in una sala da concerto (non sono un grande amante dei concerti e preferisco la musica riprodotta, specialmente in macchina). Ma perché dico questo?

    Caro Marco, mi sembra che una volta parlammo della difficoltà di raggiungere l’equilibrio (o la finitezza) avendo a che fare, sia in musica che in pittura, con porzioni di materia (cromatica o sonora) così esigue. La cosa che più ammiro (in pezzi come questa Alina) è proprio l’equilibrio che non ci fa rimpiangere una nota di più ma che anche non tollererebbe una nota di meno. È quel punto lì, ostinatamente cercato, sempre pronto a smarrirsi e tenacemente difeso.

    Manca il collegamento con la mia esperienza sul divano. Lo so. Ma adesso il pezzo di Pärt, che ascoltavo mentre scrivevo, è finito. Quindi devo smettere di scrivere perché non lo farei più sotto “dettatura” (come mi ero prefisso). Guardo solo un momento fuori dalla finestra. Sta nevicando.

  7. marcolenzi said

    @ da
    compreso perfettamente. grazie per le tue parole. 🙂

    @ gadilu
    certo caro, ne abbiamo parlato più di una volta. qui si dovrebbe però insinuare il musicologo (sento già i suoi mugugni – ma perché non mi riesce di agganciarne neanche uno, qui?! gli unici con i quali sono riuscito a imbastire un qualche dibattito li ho trovati, figurati, su facebook!! bah…); ma insomma, dicevo, il musicologo sarebbe pronto a dirmi: “eh, vabbe’, ma la forma non ha a che fare con la quantità, per cui anche una forma quantitativamente povera (basata cioè su pochi elementi) se viene plasmata da un grande musicista acquista ben altra dignità”. egli sposterebbe il problema, insomma (vedi, ora addirittura mi costruisco un dibattito da solo, 🙂 ) sulla qualità intrinseca del compositore, sull’ampiezza del suo respiro e sulla qualità del dominio che esercita sul materiale e sul pensiero musicale. e qui io ribatterei che è appunto lì il pregiudizio, ciò nel fatto che spesso i musicologi sono prevenuti indipendentemente dalla qualità musicale di un brano ‘troppo semplice’. me le immagino e rivedo bene, le loro facce, quando contemplano (in genere per pochi secondi) una partitura quasi vuota, fatta di poche o pochissime note. per loro un minuetto è un minuetto e una sinfonia è una sinfonia, insomma. ma un minuetto che sia un piccolo capolavoro di grazia e finezza è per me infinitamente superiore a una lunga sinfonia, nella quale pur vi sia dentro ‘il mondo’, che però “mi fa veni’ du’ palle ‘osì”. c’è insomma – ho notato spesso – un pregiudizio nei confronti del ‘piccolo’ (e forse, ripensandoci, non è tipico soltanto dei musicologi…). io invece ADORO le cose piccole, apparentemente insignificanti: un ciuffo d’erba solitario, un grumo di polvere sotto l’armadio (il famoso ‘coteto’), un tubo rotto, un sassolino, le briciole di pane, la rena nelle scarpe, un pezzetto di spago.

  8. gadilu said

    Ecco. Se metti un po’ insieme quelle cose piccole, creando un oggettino, secondo me viene fuori un Odradeck (esiste un compositore che ha usato questo titolo per una sua opera?).

    Pensavo, poi. Ma qui non siamo ESATTAMENTE agli antipodi del “marcio”?

  9. marcolenzi said

    sì, mi pare di aver letto da qualche parte un pezzo (forse di musica elettronica?) con quel titolo, ma non ricordo più né quando né dove.

    PS eh sì, caro mio, siamo ESATTAMENTE agli antipodi del marcio. il mio blog è talmente ampio da poter accogliere in sé anche degli antipodi… 😀

  10. np said

    vi leggo, eh 😀

  11. cescocesto said

    “io invece ADORO le cose piccole, apparentemente insignificanti: un ciuffo d’erba solitario, un grumo di polvere sotto l’armadio (il famoso ‘coteto’), un tubo rotto, un sassolino, le briciole di pane, la rena nelle scarpe, un pezzetto di spago.”

    oh, yes.

  12. marcolenzi said

    😉

  13. maurizio said

    Caro Marco, sottoscrivo tutto quello che hai detto (come spesso mi capita!)…
    Come ti accennavo qualche tempo fa (l’ho fatto, vero?) da qualche anno medito e ricerco sulla brevità in musica (e un po’ anche nelle altre arti)… Mi verrebbe quasi voglia di unire le forze…
    Intanto un abbraccio, e poi, sicuramente, ne riparleremo…

  14. marcolenzi said

    ciao, maurizio! è un piacere leggerti anche qui. purtroppo il blog è un po’ fermo, facebook ha fatto una strage… 🙂 mi piacerebbe molto approfondire il discorso con te. io sono sempre disponibile. spero di rivederti presto e intanto ricambio l’abbraccio.

  15. maurizio said

    Pensierino tangente dell’una circa stimolato dalle parole di @gadilu:
    [«Non so quante volte abbia ascoltato quel pezzo di Pärt. Generalmente lo faccio sdraiato sul divano, più addormentato che sveglio, mantenendo la stanza in penombra. Non so se sia il modo più giusto di fruirlo. A me pare comunque interessante e lo preferirei comunque a un ascolto proposto in una sala da concerto (non sono un grande amante dei concerti e preferisco la musica riprodotta, specialmente in macchina).»]

    Proprio in questi giorni ci ripensavo anche io: a volte non amo andare ai concerti e preferisco gli ascolti “da cameretta”…
    Probabilmente c’è un legame tra questo “disamore” e la preferenza per un certo tipo di pezzi.
    E probabilmente la radio, il CD, ecc. hanno permesso una emancipazione maggiore proprio dei pezzi ‘di poche note’ e/o ‘molto brevi’… (per fortuna!)… Anzi, forse i pezzi che vengono più penalizzati dalla condizione di ‘riproduzione’ sono proprio quelli ‘più grandi e grossi’… Ma forse sbaglio…
    Forse l’effetto “microscopio” dei microfoni è più adatto alle cose ‘micro’? Bah…
    Viceversa, alcuni pezzi “soffrono” in una esecuzione concertistica e/o in spazi troppo grandi…

    PS: 🙂

  16. marcolenzi said

    interessanti riflessioni, caro maurizio.
    quello del rapporto tra musica e spazio (in cui viene eseguita) è un tema davvero affascinante. ci sono luoghi capaci di distruggere (o viceversa di esaltare) un pezzo di musica anche impeccabilmente eseguito dall’interprete. la musica ‘contemporanea’, com’è noto, ha (avuto? io credo la abbia ancora in buona parte) una fortissima componente utopica – come del resto tutta l’arte d’avanguardia. questa vocazione utopica verso uno spazio tutto da inventarsi (e nella stragrande maggioranza dei casi irrealizzabile) si riflette talvolta anche dentro la partitura, quando il grado di astrazione linguistica è molto alto. esempio clamoroso, in questo senso, sono le ‘projections’ di feldman: non fu MAI soddisfatto di una sola loro esecuzione.
    quanto ai pezzi più ‘semplici’ e più ‘fragili’, secondo me richiederebbero, per essere meglio apprezzati, spazi immensi disadorni e silenziosissimi. ci vorrebbe un architetto come tadao ando per costruirli. 🙂 un abbraccio

  17. Dom said

    E’ bello trovare persone che la pensino come me.
    E’ terribile riuscire ad arrivare sempre tardi.
    Ad ogni modo, grazie per il blog. Sto imparando davvero molto.

  18. marcolenzi said

    grazie tante, dom! le tue parole mi fanno gioire.

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