Christian Wolff

9 dicembre 2009

È molto difficile trovare qualcuno che conosca e apprezzi la musica di Christian Wolff (1934-viv.). Nonostante il suo sia un nome ‘importante’, se non altro perché indissolubilmente legato alla New York School di Cage, Feldman, Brown e Tudor, credo di non aver mai sentito pronunciare da chicchessia un giudizio compiuto e articolato sulla sua musica, positivo o negativo che fosse.  Eppure è un compositore che amo, anzi che adoro. Non ho difficoltà ad ammettere che considero la sua musica tra le più interessanti e affascinanti in assoluto, per quanto, a differenza che per altri miei ‘idoli’ come Feldman e Clementi, qui mi è difficile anche solo tentare di spiegare perché. Non saprei spiegare effettivamente cosa sia quello che mi affascina in questa musica così oggettivamente neutra, così priva di una qualsiasi concessione ai più frequentati clichés stilistici ed espressivi – compresi quelli più radicali – della musica di oggi (di tutta la musica di oggi). La sensazione che si ha nell’ascoltarla è quella che si potrebbe avere, secondo un’azzeccatissima definizione di John Cage, di fronte alla “musica classica di una civiltà extraterrestre”. Qualcosa di irriducibile, insomma, di emotivamente neutro ma allo stesso tempo qualcosa di assolutamente fresco e – per quanto ciò possa sembrare assurdo – di eternamente nuovo.

Nato nel 1934 a Nizza da genitori tedeschi (il padre, Kurt, era il famoso editore di Kafka), Christian Wolff emigrò negli Stati Uniti nel 1941 e poco dopo divenne cittadino americano. Cresciuto in un ambiente culturale molto stimolante, a sedici anni divenne per un breve periodo allievo di John Cage, al quale sottopose alcuni suoi brani, basati sulla continua permutazione di pochissimi suoni, che per l’epoca (siamo nel 1950!) erano assolutamente fuori da ogni schema compositivo, compresi i più innovativi e sperimentali. Dedicatosi allo studio delle lingue classiche (in seguito divenne professore universitario ad Harvard, quindi a Dartmouth, dove ha ricoperto la cattedra di lingua e letteratura greca fino a qualche anno fa), Wolff non abbandonò mai l’attività compositiva, alla quale anzi continuò a dedicarsi con costanza e con passione. Nel 1957 cominciò ad elaborare forme di notazione libere e indeterminate, nelle quali un ruolo importante è rivestito dall’interazione tra gli esecutori, chiamati a scegliere tra varie possibilità condizionate da fattori gestuali e comportamentali. Nei primi anni Settanta tornò al linguaggio minimalista delle prime opere, riletto e interpretato però alla luce dell’esperienza aleatoria, per poi approdare infine, già verso la metà di quel decennio, a un linguaggio apparentemente più tradizionale, espresso cioè attraverso strutture melodiche, ritmiche e armoniche dal profilo più netto e veicolato da forme di notazione più convenzionali.

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6 Risposte to “Christian Wolff”

  1. np said

    Poverino, nessun commento. Avevi ragione: non se lo incula nessuno.

  2. marcolenzi said

    🙂 eppure è un grandissimo… io lo metto tra i primi cinque compositori del novecento. dopo clementi e feldman è il mio preferito in assoluto. sono convinto che prima o poi il suo valore sarà riconosciuto. ha avuto un po’ la sfortuna di essere sempre stato associato al nome di john cage, ragione per cui la sua musica è sempre stata percepita come una specie di corollario, di nota a margine di quella ben più spettacolare e vistosa di cage. anche feldman, per la stessa ragione, ci ha messo un po’ per venir fuori in tutta la sua originalità, ma oggi è un classico. per wolff ci vorrà ancora un po’, perché oggettivamente la sua musica è molto difficile e ostica per l’ascoltatore anche accorto. ma è una musica straordinaria, come è straordinaria la persona.

  3. protociccius said

    Recentemente mi sono imbattuto nel seguente video (te ne parlai quella volta che, accantonata l’ improbabile idea di ritrovarci “in tutti i laghi”, optammo più semplicemente per la terra ferma, sia pure con vista su una laguna…), e mi sentirei di dire che trovo molto suggestiva questa performance – a differenza di altri pezzi che ti farebbero pensare (perdonami l’espressione) a un Cage di seconda scelta. Naturalmente mi piacerebbe sapere di più su questo brano di cui non riesco a trovare coordinate e riferimenti da nessuna parte. A questo punto, però, mi chiedo molto ingenuamente: se la musica di Wolff è così impopolare perché “difficile e ostica”, ma al contempo (come scrivi nel post) lascia parecchi margini di libertà agli esecutori, non sarà appunto un problema di esecuzioni che potrebbero renderla più ‘accattivante’?

  4. marcolenzi said

    ah, sì!! immagino quale possa essere la storia che sta dietro a questo pezzo. nel 1966 feldman scrisse per wolff un pezzo per chitarra elettrica (all’epoca wolff se ne era comprata una) che si intitolava ‘the possibility of a new work for electric guitar’* e che fu eseguito da wolff stesso un paio di volte, dopodiché qualcuno gli rubò la chitarra all’interno della cui custodia si trovava l’unica copia del manoscritto. un pezzo andato perduto per sempre, dunque, anche se pare sia stata di recente trovata una registrazione di una delle due esecuzioni, negli archivi di una qualche radio americana. di qui il titolo, ‘another possibility’… di più è difficle dire, come di quasi ogni altro pezzo di wolff. la questione che poni, peraltro giustissima, dell’aspetto esecutivo, riguarda però soprattutto la produzione aleatoria, quindi le opere scritte all’incirca tra il ’57 e il ’72. ma wolff, nel complesso, è e rimane un problema aperto… è un compositore che mi affascina enormemente, perché vedo in lui un compositore che è riuscito a dire il ‘nulla’ in un modo tutto particolare e diverso dagli altri 😀 come posso spiegarmi, santo cielo?… è come se uno fosse riuscito a togliere dal ‘neutro’ ogni traccia di retorica e di noia (di qui quel senso di eterna freschezza di cui parlo nel post), come se la sua roba, per così dire, non scadesse mai, non invecchiasse né marcisse. comunque, mio caro, sto scrivendo un saggio su di lui che uscirà in autunno su ‘musica/realtà’. ti terrò aggiornato, dunque. intanto ti abbraccio forte, come sempre. 😉

    * anche sul titolo del pezzo di feldman c’è una storia buffa: pare che esso fosse senza titolo, e quando l’organizzatore del concerto telefonò a feldman per sapere che cosa volesse far eseguire per scriverlo sul programma di sala, feldman gli disse: “there’s the possibility of a new work for electric guitar”. e il tizio, ovviamente, lo intese come titolo del pezzo. 🙂

  5. conosci questo? Christian Wolff lo fece per un seminario per studenti di una scuola d’arte. http://www.frogpeak.org/unbound/wolff/wolff_prose_collection.pdf

  6. marcolenzi said

    sì, giuseppe. fantastico! grazie per averlo postato. un caro saluto.

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