Analisi musicale

19 dicembre 2009

 

Mi è stato recentemente raccontato che un esperto di analisi musicale, al quale era stato chiesto se apprezzasse o meno un certo brano di un certo compositore, dichiarò: “Non so dirtelo sul momento. Devo prima farne un’analisi”. Ecco, un tale atteggiamento, che presumo – e spero – risulti ridicolo e assurdo per un gran numero di appassionati di musica,  è divenuto meno raro di quanto ci si possa aspettare da quando una disciplina relativamente ‘nuova’ come l’analisi musicale è entrata a far parte del corredo metodologico obbligatorio di un gran numero di musicologi. Ma che cos’è, in generale, e a che cosa serve l’analisi musicale? Non voglio dar l’impressione di ritenermi in grado di stabilire assolutisticamente che cosa sia o non sia una cosa né quale funzione essa abbia; vorrei semplicemente produrre alcune riflessioni in proposito, riflessioni che so essere ovviamente esposte a tutti i rischi e ricatti esegetici. A tal riguardo mi sento di dire in primis, anche per esperienza personale, che l’analisi cosituisce una ghiottissima occasione per avere quantomeno l’illusione di ‘tenere in mano’ il segreto di un artista, di cogliere il fondamento, l’idea originaria sulla quale si presume sia costruito un pezzo e della quale il pezzo stesso rappresenterebbe una sorta di ipostatizzazione.

Non c’è nulla, per un musicologo, che dia più soddisfazione del riuscire a individuare tutte le serie utilizzate in un pezzo dodecafonico o a seguire tutte le trasformazioni di un tema in una composizione tonale; in una parola, del riuscire a individuare il bandolo della matassa, riducendo a un pugno di morfemi, a una sorta di codice genetico, quell’intricato labirinto che appare essere una qualsiasi composizione musicale di un certo spessore e di una certa complessità (e di converso, niente è più deprimente del non riuscirci – una volta Franco Donatoni confessò di essere letteralmente impazzito nel cercare di riconoscere tutte le trasformazioni della serie nelle Variazioni op. 31 di Schönberg).

Il problema riguarda – è evidente – sia la questione dello scoprire come è fatta una cosa, sia quella, ben più importante, di quale sia la relazione tra questo come della cosa e il senso della cosa stessa. Ora, nella musica questo tipo di rapporto, che può essere ricondotto alla questione più generale del rapporto tra forma e contenuto, è notoriamente, almeno da Hanslick in poi, problematico in sé, indipendentemente dalle infinite declinazioni in cui può mostrarsi. Infatti, secondo il padre della musicologia moderna, la musica è per eccellenza l’arte in cui forma e contenuto coincidono. Sapere come è fatto un pezzo di musica significa dunque ipso facto coglierne il senso, esorcizzarlo di ogni ‘spettro’ eteronomico.

Ora, senza nulla togliere al valore e al senso di un approccio anatomico all’opera d’arte, che sicuramente di essa ci dice qualcosa, credo non si possa rimarcare mai abbastanza la natura illusoria di un approccio che consideri pregiudizievolmente un pezzo di musica – o una qualsiasi altra opera d’arte – come un oggetto, una monade coesa, autonoma e separata da tutto il resto. Il ‘contenuto’, insomma, non è mai qualcosa di immanente alla forma: il semplice fatto che un pezzo di musica venga scritto per essere ascoltato implica la partecipazione attiva di un ascoltatore, al quale non si può e non si deve chiedere di cogliere il senso del pezzo soltanto ‘nei suoni che lo compongono’. E d’altra parte quello che transita in un pezzo di musica non è semplicemente la sedimentazione di un processo compositivo che riguardi soltanto la scelta del materiale e la combinazione dei suoi elementi, ma tutto un mondo di emozioni, di sentimenti, di stati d’animo, di suggestioni e di incertezze, e perfino elementi del tutto accidentali, contingenti ed apparentemente estranei ad esso (dalle caratteristiche del luogo in cui viene scritto un pezzo all’ambiente sonoro che lo circonda, dallo strumento sul quale lo si compone all’ora in cui lo si scrive, alle condizioni di salute del compositore e a un milione di altri fattori solo apparentemente extra-musicali). E allora, l’espressione ‘analisi musicale’ dovrebbe significare un’infinità di approcci diversi che rimandano l’uno all’altro il contenuto delle proprie scoperte, e non soltanto un metodo di segmentazione e di classificazione tassonomica degli elementi ‘primi’ di una composizione (i suoni nella loro identità parametrica): in questo senso anche l’ascolto di un ‘profano’ è analisi, così come è analisi l’uso che della musica quotidianamente si fa, dal più triviale al più ascetico e spirituale. Non voler tenere conto di tutti questi aspetti significa chiudersi in un universo autoreferenziale, costruirsi un rifugio intellettuale che ci separa dal mondo e, in ultima analisi, contraddire quel carattere irriducibile di apertura che costituisce l’essenza più intima di ogni opera d’arte.

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19 Risposte to “Analisi musicale”

  1. np said

    Lucidissimo, equilibrato e puntuale come non mai. Condivido dalla M alla e.

  2. gadilu said

    Diciamo che qui sei lucido e trasparente, mentre i tuoi contributi estetologici che lasci nel mio blog sono forse un omaggio eccessivo alla mia proverbiale oscurità. 😉

  3. da said

    “approccio anatomistico all’opera d’arte” viene dal metodo scientifico?

  4. marcolenzi said

    cos’è, un rimprovero?! 😉
    no, gabriele, è che questo discorso sull’analisi mi è venuto più facile dell’altro – non tutte le ciambelle riescono col buco 😉

  5. marcolenzi said

    @ da
    certo, negli ultimi centocinquant’anni molto del repertorio metodologico delle scienze è entrato a far parte del corredo degli estetologi – soprattutto certi atteggiamenti, certe ‘pose’ (ormai sono molti i musicologi che si vergognano di raccontare o descrivere un’esperienza di ascolto senza ricorrere a potenti e ‘rigorosi’ strumenti di indagine analitica, con dovizia di grafici, istogrammi, tassonomie, insiemi e sottoinsiemi, etc. etc…)

  6. leehooni said

    negli ultimi centocinquant’anni molto del repertorio metodologico delle scienze è entrato a far parte del corredo degli estetologi

    il problema che mi sono posto in questo approccio riguarda l’analisi di un brano condotta secondo modelli matematici estranei all’autore di tale brano, talvolta concepiti successivamente alla creazione stessa: se l’autore non aveva elementi per usare un certo modello di organizzazione formale, cosa può dirmi tale modello riguardo alla concezione dell’opera?

    se si tratta di creare un sistema per una rappresentazione simbolica di una larga classe di creazioni musicali, allora data la natura astratta di un modello matematico ogni musicologo con una certa dimestichezza potrà sfornare un metodo con cui riuscirà ad analizzare coerentemente un gran numero di lavori: mi chiedo però se tale metodo riuscirà a fornire una rappresentazione significativa del principio creativo, o se piuttosto imporrà la lettura del lavoro determinata dagli assiomi del modello.

  7. da said

    la potenza di ridurre complessità a algoritmo
    la vita a codice

  8. marcolenzi said

    @ leehooni
    caro marco, il problema a mio avviso non è tanto quello di porsi la domanda se l’autore del pezzo che si intende analizzare abbia usato coscientemente o meno dei modelli matematici nell’ideazione del pezzo stesso, quanto piuttosto quello di distinguere una lettura musicale dei modelli matematici (cosa che può fare solo un compositore) dai tentativi di formalizzazione dei processi creativi (cosa che può fare soltanto un matematico). musica e matematica sono cose ben distinte, e quindi musicista e matematico sono persone ben distinte; certo, nulla ci impedisce di essere allo stesso tempo sia un matematico che un musicista, anzi la storia conta più d’una di queste figure ‘duplici’ (l’esempio classico è xenakis, ma si può risalire fino a dunstable e a philippe de vitry…), sennonché queste due dimensioni rimangono distinte anche quando albergano nella stessa persona. non è stato ancora trovato – è noto – alcun modello matematico che generi della musica sensata e dotata di un minimo spessore artistico, ed è del tutto improbabile che verrà trovato in un futuro prossimo o lontano che sia, semplicemente perché il pensiero matematico è strutturalmente diverso dal pensiero musicale. il fatto che vi siano molte analogie di superficie non ci permette di inferire che vi siano elementi di traducibilità. ora, queste analogie (che qui certo non è il caso di considerare a fondo) riguardano soprattutto aspetti formali e alcuni aspetti della trasformazione del materiale: applicare dunque modelli matematici all’analisi di un pezzo di musica non significa altro, in ultima istanza, che produrre un’immagine matematica del pezzo, immagine che non tocca minimamente alcun aspetto di ciò che hai chiamato ‘principio creativo’.
    ma certo in ogni caso la questione è complessa. un caro saluto.

  9. Tiziano said

    @ Marco

    🙂

  10. gabbo said

    in un brano che sia una fuga di bach o un mottetto di josquin o un balletto di stravinskj o ancora meglio un brano dove domina la dissonanza più radicale come nella dodecafonia seriale non si può prescindere da un’ attenta analisi intellettuale del materiale sonoro utilizzato e della sua struttura formale però è anche vero che brani come i preludi e gli studi di chopin o ancora i 24 capricci per violino solo di paganini o ancora i preludi di debussy sono un equilibrio tra tecnicismo didattico e bellezza espressiva ed estetica insomma sono dei capolavori musicali che non hanno bisogno di essere analizzati per forza ma vanno semplicemente fruiti per la loro bellezza

  11. marcolenzi said

    bravo gabbo, è proprio così! la bellezza dovrebbe in qualche modo ‘frenare’ gli analisti. c’è qualcosa di immorale, come un peccatuccio d’orgoglio, nel cercare di carpire il segreto del fascino e della bellezza. e infatti, è sempre più facile analizzare un pezzo ‘riuscito’ che non un pezzo ‘bello’. io non riuscirei mai a fare l’autopsia a una bella donna…

  12. Maurizio said

    Il mondo è bello perché è vario…!

    Marco, la penso anche io, in parte, come te, però solo in parte. Ovviamente il decidere solo dopo analisi se un pezzo piace o no è una sciocchezza enorme, come dici tu.
    L’analisi (che brutto nome!) utilizzata in modo intelligente, però, può aiutarci molto ad entrare più in profondità ‘anche’ nell’ascolto o nel ‘mondo’ del compositore ecc. NON può essere staccata da altri atti, però: l’ascolto continuo, l’andare oltre l’ascolto e l’analisi (cioè una specie di concettualizzazione delle motivazioni o delle spinte verso connotazioni altre che possono anche essere solo nella parte “sonora” e non nelle “strutture”, ecc ecc). Tutto questo, secondo me, fa ancora parte dell’analisi intesa in senso ampio e intelligente. Analizzare TUTTI gli aspetti, insomma. Fare il computo delle note e di poche altre cose NON è fare l’analisi, è solo una parte preliminare…

    PS: Una bella donna (o uomo), i Preludi di Chopin, le poesie di Zanzotto, le fotografia di Mario Giacomelli o i film di Jarman, ecc non li devi per forza “autopsizzare”… (scelta del termine un po’ tendenziosa, non trovi?)…: li puoi guardare e toccare (con amore, curiosità, interesse, sgomento, …), farci l’amore, farteli entrare sotto la pelle e dentro la testa, ecc.
    Si può (e si dovrebbe) anche con le “cose” che ti prendono allo stomaco, che ti colpiscono, ti shockano, ti inquietano o rapiscono… E in teoria, proprio quelle “cose” le si dovrebbe continuare a interrogare (con amore e curiosità) per anni, e forse per tutta una vita… No?

    Non so voi, ma è proprio il contrario per me: io faccio l’analisi (questa operazione di continuo contatto fisico-intellettuale) quasi solo di cose che mi appassionano-rapiscono… (o almeno con esse lo faccio in modo continuativo…)

  13. marcolenzi said

    ma caro maurizio, sono non d’accordo ma d’accordissimo con te. se l’analisi è quella che dici sono il primo a sostenerla. una sola domandina, però: conosci qualche insegnante che pratichi un’analisi del genere? se sì beato te. io no.
    un abbraccio. 🙂

  14. francesco del zoppo said

    arte, scienza, purea di patate, napolitano, montagna, bagni pancaldi, gioco, arte della scienza scienza dell’arte, parole a casaccio, cani e porci… tutto è strumento di conoscenza se magari ogni volta soltanto percepito con uno pur soltanto sminuzzolo d’immaginazione creativa e non suppliziato in quella assolutizzante, unica e sola fede per gli eletti.
    solite derive speculative irrisolte derivate dagli antichi…

    che avevano ragione in questo “in medio stat virtus”.

  15. Maurizio said

    Quindi siamo ‘d’accordissimo’ anche stavolta…!!! 😀

    Probabilmente hai ragione sul numero delle persone che praticano questo modo di fare e pensare l’analisi (soprattutto in Italia?). Personalmente conosco una persona molto in gamba (il mio ex insegnante di composizione) che mi aveva direzionato verso “l’intelligenza e la sensibilità dell’analisi” e ora me stesso e vari amici… E ovviamente anche alcune buone esperienze o spunti fatte con alcuni musicologi (sui libri, spesso in traduzione o di cultura anglosassone)…

    Insomma, quello che volevo dire è che io non me la prenderei con ‘l’analisi musicale’ (che invece ridefinirei e vedrei come luogo di tangenza delle diverse esperienze e saperi che si possono fare intorno a un’opera musicale) ma me la prenderei con quegli ‘analisti musicali miopi, sordi o sciocchi’…

    Ero dispiaciuto per l’analisi, poverina :(, … ma… vai con le bastonate agli analisti!!! 😀

  16. marcolenzi said

    sì, certo, alla fine uno parla sempre alla luce delle proprie esperienze. io ho avuto, al contrario di te, la sfortuna di imbattermi in analisti perlopiù ottusi e miopi. per cui ho finito per associare a costoro l’espressione ‘analisi musicale’ tout court. ben venga tutto il resto. 🙂

    @ francesco del zoppo ciao, francesco! è un piacere leggerti qui. più che ‘nel mezzo’, direi che la virtù sta nel mettere insieme più cose diverse e nel cercare sempre nuovi punti di vista. un caro saluto e benvenuto nel blog.

  17. mauriziosalvato said

    Ciao Marco, ho letto questo tuo pezzo sull’analisi musicale e mi è piaciuto molto. Piacere di averti incontrato..alla ps.

  18. marcolenzi said

    ciao maurizio, benvenuto nel mio blog. il piacere è tutto mio, a presto, un abbraccio.

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