But what the fuck does this music mean?

10 gennaio 2010

Questo mi chiese un tizio dopo aver ascoltato Durchkomponiert per violino, pianoforte e cd, uno dei pezzi che hanno ricevuto il più basso indice di gradimento tra quelli che ho composto (non che gli altri abbiano suscitato deliri di entusiasmo presso folle oceaniche di ascoltatori, eh…).

Lasciando intenzionalmente da parte la spinosa (ma per molti fondamentale) questione del come e di che cosa è fatto un pezzo di musica, si possono, credo, voler esprimere tante cose attraverso la musica. Si può cercare di esprimere la forza di un mare in tempesta, la dolce carezza di una brezza rinfrescante, la nostalgia per qualcosa di irrimediabilmente perduto o una struggente passione amorosa. Ma si può anche cercare di esprimere la noia di un pomeriggio inconcludente, il lento spostamento di un grumo di polvere da un lato all’altro del corridoio, il sonno di una busta di nylon piegata e messa in un cassetto o quello che si prova a essere una ciabatta. E non mi si parli di indolenza, di inavvertenza o di furbizia: non dire nulla, o meglio cercare di non dire nulla, è come cercare di fare zero alla schedina – costa molta fatica. E ciò può significare anche voler esprimere non tanto ‘il nulla’ in sé, quanto quell’emozione peculiare, non necessariamente sgradevole, che si prova nello stare ad ascoltare qualcuno che non dice nulla o nel guardare incantati una sedia o un bicchiere. I have nothing to say, I’m saying it and that is poetry: è ancora John Cage ad aiutarci ad entrare in questa emozione vuota, o meglio bianca, ad entrare in uno spazio bianco appena turbato da una lieve carezza o da un breve sussulto.

Alla fine c’è sempre uno scarto, insomma, anche se è ovvio che la natura e l’entità di tale scarto non siano prevedibili né programmabili. Inoltre, ammesso che tale scarto si verifichi, lo si può percepire oppure no. E certo, il massimo che ragionevolmente ci si può aspettare da un pezzo come questo, ne convengo, è che dica ‘qualcosina’, che riesca ad esprimere proprio quella cosina lì. Non di più. Ma questo non è il senso ultimo di ogni cosa che scriviamo o costruiamo o dipingiamo – essere aderente allo scopo per cui essa è stata voluta e pensata? E forse converrete con me che è sempre meglio sperare di riuscire a dire qualcosa cercando di non dire nulla piuttosto che riuscire a non dire nulla cercando di dir qualcosa. O no?

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20 Risposte to “But what the fuck does this music mean?”

  1. Tiziano said

    “Jacopo, vieni che ti faccio ascoltare un pezzo”
    “Eccomi”
    [Jacopo – 7 anni – ascolta per tutta la sua durata il pezzo senza dire niente e senza commenti non verbali]
    Al termine del pezzo dice:
    “Bello!”
    “Ti è piaciuto?”
    “Tanto. Sprattutto alla fine”
    “Perché?”
    “Perché è bello”

  2. marcolenzi said

    🙂

  3. protociccius said

    Sulla difficoltà e sull’immane fatica del non dire nulla esiste una sconfinata letteratura. Come al solito, però, i tuoi travestimenti autobiografici non sono altro che pre-testi per aprire delle vere e proprie voragini cui è difficile (almeno per me) rispondere con un commento veloce e estemporaneo… Prima di ogni altra considerazione, comunque, prendo atto di una cosa che mi fa molto piacere: per la prima volta, dopo un anno di riflessioni diaristiche, magari superando un certo nobile ‘pudore’ (“je perdu ma vie par delicatesse” – scriveva uno dei tuoi miti letterari giovanili), ti sei messo finalmente in gioco come compositore – sia pure per approdare, appunto, a una questione di ordine generale. Credo che di fronte questo piccolo ‘rischio’ si debba innanzi tutto ricambiare arrischiando un commento sul tuo brano.
    Ho l’impressione che il ‘segreto’ di questa composizione sia affidato in parte al suo titolo che suggerisce di per sé una ‘fattura’, e dunque una possibile chiave d’ascolto. (Osservazione banale, ma la prospettiva cambierebbe se si intitolasse semplicemente Per Alea o Livorno by night. Penso per esempio a un altro tuo brano, molto diverso da questo, che si intitola Quasi Hoquetus…) Posso sbagliarmi, o al contrario dire cose fin troppo ovvie (e in questo esibisco la mia parte di ‘rischio’), ma per me è un pezzo tendenzialmente aforistico: un esercizio di spoliazione in cui la nozione di ‘forma aperta’ sembra inseguire un’ impraticabile dimensione lirica. E’una delle composizioni in cui si avverte più nettamente – a mio modestissimo orecchio – la lezione di alcuni dei musicisti che frequenti nei tuoi interessi di studioso.
    Sono candide impressioni di un ascoltatore “estatico”. Puoi dunque insultarmi liberamente. 😀

  4. protociccius said

    Imperdonabile disattenzione: la citazione corretta da Rimbaud è “J’ai perdu ma vie par delicatesse”. Non senza arrossire, chiedo scusa per l’errore…

  5. protociccius said

    Seconda errata corrige (di cui mi accorgo adesso): Quasi Hoquetus è una composizione di Sofia Gubaidulina che ho riascoltato di recente: lapsus freudiano. Così imparo a citare a memoria! 😉

  6. marcolenzi said

    ecco, è tornato protociccius e sono molto contento.

    (ti rispondo più tardi, spero: al massimo domani. grazie infinite)

  7. np said

    L’ultimo intervento mi induce a sottolineare la questione dei titoli. I titoli. C’è oggi tutta una interessante riflessione filosofica, sui titoli: cos’è un titolo? A cosa serve? Cosa dice?
    I titoli.

  8. marcolenzi said

    @ proto
    sì, è vero, qui più che altrove le ascendenze sono facilmente individuabili (cage, wolff, etc. – l’alea, in genere). ma nei miei pezzi, che negli ultimi dieci anni sono uno diverso dall’altro (dopo un breve periodo in cui ho inseguito i miti del ‘linguaggio’ e della ‘coerenza’, negli anni 92-95, ho abbandonato definitivamente ogni desiderio per così dire costruttivo e sistematico) c’è una componente psicologica che invece, per esplicita ammissione dei diretti interessati, era rigorosamente bandita dalle poetiche delle seconde avanguardie. di qui, come hai subito notato, una particolare attenzione rivolta ai titoli ma non solo, in generale a tutti quegli aspetti ‘esterni’ (senso, ambiente, uso, temperatura umorale) al linguaggio musicale. ‘durchkomponiert’ è termine tecnico che sta a indicare un pezzo di musica interamente composto dall’inizio alla fine, cioè senza ripetizioni, riprese, ritornelli né parti lasciate alla libera scelta dell’interprete. un decorso lineare che, come in altri recenti pezzi, finisce qui per sfaldarsi, rompersi o comunque ‘uscire fuori dalla pagina’ (in questo particolare caso si sente verso la fine del pezzo una voce – la mia – che interrompe la musica per chiamare un certo carlo (forse un amico che dorme e che ci dispiace di svegliare) per due volte, dopodiché la musica riprende ma è ormai inevitabile la caduta: essa è ora sporca, lacerata, finita nel fango insomma). per tutto il resto del brano, dall’inizio al primo ‘carlo!’, non ho fatto altro che spegnere, smorzare sul nascere ogni virgulto sonoro, soprattutto ogni tentativo di articolare un qualche sviluppo discorsivo, ricorrendo a note brevi, frasi frammentarie completamente prive di una qualsiasi direzionalità. unico momento riconoscibile, un climax (quel breve sussulto di cui parlo nel post) al minuto 1′ 59”. ecco, questo è tutto quello che posso dire sul brano. l’immagine che hai usato per descriverlo (“un esercizio di spoliazione in cui la nozione di ‘forma aperta’ sembra inseguire un’ impraticabile dimensione lirica”) mi sembra peraltro perfetta. grazie proto.

    @ np
    carissimo,
    il tuo cenno alla questione dei titoli mi stimola vieppiù e mi spinge a dedicare il prossimo post proprio a questo argomento, sul quale tempo fa, tra l’altro, dibattei a lungo con giancarlo cardini. un tema interessantissimo.
    puntuale e imprescindibile come sempre, caro np. grazie

  9. protociccius said

    (In realtà protociccius non se ne era mai andato: è stato soltanto un po’ avaro di commenti negli ultimi tempi.)

    Debbo dire che riascoltare questo pezzo alla luce delle tue parole è stato molto proficuo. Così come l’esplicitazione del termine Durchkomponiert (espressione di cui – per quanto ne sappia – non esiste un preciso corrispettivo in lingua italiana) che chiarisce le ragioni della mia particolare concentrazione sul titolo del brano. Un titolo così ‘didascalico’ suggerisce le caratterische peculiari del linguaggio adottato nella composizione di questo brano, rendendolo forse più comprensibile – almeno in termini di estetica musicale – anche all’ascoltatore più disarmato. (Sull’interessantissima questione dei titoli ci sarà modo di approfondire, comunque, in occasione dell’annunciato post, spero.)

    Tutto questo, però, mi conduce a un interrogativo che credo stia al centro di questo post (ma anche di tanti altri post collegati a questo: da quello sulle “competenze musicali” a quello sull'”ascolto estatico vs. ascolto consapevole” a quello sull'”analisi”). Siamo così sicuri che – sia pure nell’approccio più emotivo – si possa completamente prescindere dalla “spinosa (ma per molti fondamentale) questione del come e di che cosa è fatto un pezzo di musica”? Capisco che una domanda simile – formulata da un non addetto ai lavori – può risultare sconcertante e paradossale. Eppure, sono convinto (tanto per fare un altro esempio, oltre a quello ‘sacrificale’ del tuo brano) che tentare di ‘spiegare’ le ragioni della musica di Christian Wolff – al netto degli accademismi e delle derive intellettualistiche – gioverebbe alla causa di ogni possibile ascolto.

    (continua…)

  10. marcolenzi said

    caro caro, ma sì, sapevo che non ti eri allontanato… soltanto mi mancavano i tuoi commenti, sempre come minimo interessanti. 😉

    ti chiedi: “Siamo così sicuri che – sia pure nell’approccio più emotivo – si possa completamente prescindere dalla “spinosa (ma per molti fondamentale) questione del come e di che cosa è fatto un pezzo di musica”?”

    ma certo che no. figurati. io amo essere provocatorio 😉 è come quando metto in questione lo statuto linguistico della musica: certo che la musica è un linguaggio, come si può negarlo recisamente?
    solo che, appunto, credo che spesso il ribaltare le cose aiuti a comprenderle meglio; porsi da un punto di vista nuovo, diverso, poco o punto praticato, anche a rischio di asserire l’inasseribile – significa adottare quella logica cosiddetta ‘abduttiva’ secondo la definizione che se non ricordo male ne dette peirce, una logica cioè che procede non attraverso concatenamenti inferenziali ‘rigorosi’ come quelle induttiva e deduttiva, ma per salti, cambiando ogni volta il paradigma. è faticoso ma estremamente stimolante, almeno per me.
    in parole povere, quello che mi piace fare è smuovere un po’ le gerarchie, fare un po’ di casino insomma, e dunque: dato che nella maggior parte dei casi quando si parla di un pezzo di musica si tende a privilegiare, almeno tra i musicologi, il suo contenuto strettamente musicale (ciò di cui la musica è fatta), mi piace richiamare l’attenzione su tutti quei fattori meno malleabili e che tendono a sfuggir di mano, come gli aspetti percettivi, psicologici, di uso e di ambiente, appunto. pochi, p. es., pensano seriamente al titolo di un pezzo di musica come a un qualcosa di importante su cui discutere. ciò mi affascina e mi stimola. perciò appena ho un po’ di tempo voglio scrivere qualcosa su questo argomento.
    ti/vi aspetto.

  11. protociccius said

    Sì, capisco bene la tua urgenza di “fare un po’ di casino”, e capisco quali possano essere i destinatari dei tuoi strali polemici. Anzi, il tuo diretto richiamo alla provocazione come categoria dialettica mi invita a cambiare registro espressivo per tirare (provvisoriamente) le somme con un ultimo commento.

    Del “tizio” che, dopo aver ascoltato il tuo pezzo, ti ha fatto la domanda che dà il titolo al post, non sappiamo nulla. Sappiamo soltanto che si tratta di un anonimo Tizio. E’ legittimo, a questo punto, fare qualche ipotesi di tipo ‘fenomenologico’ per poter meglio interpretare il senso di questa domanda e poter rispondere adeguatamente:

    1. Tizio è un giovane agente di commercio di media cultura, segretamente innamorato della violinista. Che, pur avendolo iniziato agli austeri rituali della musica sinfonica, ha invitato il suo spasimante senza troppo badare al programma di sala in cui c’è una prima esecuzione assoluta. La sua reazione, in fondo, è prevedibile. Alla fine del concerto simula un generico entusiasmo con la violinista, ma cerca tra le prime file il compositore per fargli la sua domanda catartica…

    2. Tizio è un compositore neo-romantico. Convinto assertore del ritorno alla tonalità, si muove con disinvoltura tra il pubblico e saluta un paio di amici che lo hanno convinto a condividere con loro il concerto. Ascolta impassibile il pezzo, ma appena alla fine gli presentano il compositore, stringendogli amichevolmente la mano, gli rivolge la domanda con spirito polemico. La discussione può farsi interessante…

    3. Tizio è un vecchio zio d’America. Sono anni che i cugini italiani lo invitano a trascorrere le vacanze nel Paese dei Ricchi e Poveri e di Lina Wertmuller. Lui finalmente arriva il giorno stesso in cui è prevista l’esecuzione di un pezzo del nipote prediletto. Che fa il musicista ‘colto’. Per tutto il tempo del concerto sonnecchia, ma quando arriva il momento ascolta con attenzione il brano del nipote. Più tardi, nell’abbracciare il nipote-compositore si lascia scappare quella domanda che gli è frullata per la testa durante tutta la durata del pezzo. In fondo, è sempre stato un uomo schietto e simpatico…

    4. Tizio è un musicologo di chiara fama: sono noti i suoi contributi sull’avanguardia post-weberniana. E’ arrivato da Milano per recensire il concerto presso il prestigioso mensile Musicopoli. Ascolta il pezzo con scetticismo professionale e poi, muovendosi dalla sua postazione d’onore, raggiunge il compositore per chiedergli di prendere visione della partitura. La domanda, a questo punto, è soltanto una premessa per dibattere sulle proprie posizioni…

    5. Tizio è il cognato di un amico di famiglia del pianista. Sulla tasca destra del giubbotto ha l’ultimo cd di Giovanni Allevi che ha appena ritirato nel negozio attiguo, poco prima di arrivare al concerto. Le sue aspettative sono alte: suo cognato gli ha detto che si tratta di un concerto di musica classica contemporanea. E’ l’unico che non arriva nemmeno ad ascoltare per intero il pezzo: quella domanda gli sorge spontanea, immediata. La discussione non può avere luogo: è la stessa domanda, in fondo, che potrebbe rivolgere a un imbarazzatissimo Alban Berg…

  12. marcolenzi said

    ah ah ah ah 😀
    carissimo, sono un po’ tutti questi casi messi insieme (direi eccetto il n. 4 – un musicologo ‘serio’ non farebbe mai una domanda simile, così vaga, così ingenua ai suoi occhi, ma farebbe semmai dei precisissimi appunti su alcuni dettagli… 😀 ).
    a parte gli scherzi, me lo chiese uno studente un po’ polemico alla fine di un seminario che tenni in una scuola di musica, ovviamente in italiano (io l’ho messa in inglese per una questione di… eleganza).

  13. np said

    “Carlo!? Carlo!?”

    Quando lo ascoltai in prima esecuzione, non mi piacque molto, ti dico la verità. Riascoltandolo qui, ora, in una notte fredda e nevosa nella mia stanzetta, l’ho trovato molto bello.

  14. marcolenzi said

    🙂
    effettivamente, è uno dei pezzi più ostici che abbia mai composto… buonanotte caro amico mio.

  15. np said

    e questo mi pone un altro problema: musica da camera (nel senso della cameretta, della stanzina) e musica da spazi aperti, dal vivo, concerti. Questo tuo pezzo, secondo me, NON è un pezzo da concerto, ma un brano da camera. Da riproduzione accurata su supporto audio. Non sarà che la musica contemporanea – certa musica contemporanea, come questo tuo brano – s’intreccia indissolubilmente con questo aspetto?

  16. Tiziano said

    @np

    Sottoscrivo ogni tua parola. 🙂

  17. gadilu said

    Durchkomponiert significa (almeno letteralmente) “composto in ogni minimo dettaglio”. Ironia?

  18. marcolenzi said

    @ np
    carissimo, col tuo ultimo commento tocchi uno degli aspetti più controversi e discussi della musica ‘contemporanea’: la questione dello spazio, appunto. da un lato, l’uso di strumenti classici imporrebbe la sala da concerto, dall’altro, l’uso di nuovi linguaggi richiederebbe una nuova dimensione ricettiva (sia uditiva che visiva). il problema è letteralmente esploso in tutta la sua evidenza già negli anni ’50 con l’avvento della musica elettronica, quando i compositori si resero conto che è veramente grottesco stare a guardare per dieci minuti (o più, anche MOLTO di più… 😉 ) due diffusori posti su un palco e illuminati.
    un altro aspetto importante riguarda la gestualità, la presenza scenica, degli esecutori. i musicisti classici sono abituati a un tipo di gestualità minima che è quella che serve per articolare un discorso musicale tonale accompagnandolo, al limite, con qualche movimento del corpo (i violinisti spesso dondolano la testa, i fiati a volte roteano leggermente i loro strumenti, ecc.). la staticità complessiva della visione di un complesso di musicisti è compensata dalla dinamica di una musica spesso ‘travolgente’ e sempre ‘scorrevole’. quando nella musica contemporanea cominciano a insinuarsi silenzi, balbettii, frasi apparentemente sconnesse o – soprattutto – elementi extra-musicali, occorrerebbe ‘compensare’ queste difficoltà uditive con delle soluzioni scenice (teatrali, anche) ad hoc. i compositori sono più o meno consapevoli di questo fatto essenziale. per tornare al mio ‘durchkomponiert’, devo dire che io in effetti avevo pensato a qualcuna di queste soluzioni (scarsa o scarsissima illuminazione per accentuare la componente ‘onirica’, immobilità apparente e scarsa o nulla partecipazione emotiva degli esecutori ad accentuare la ‘gratuità’ delle soluzioni proposte – soprattutto avevo chiesto loro di dare al pubblico l’impressione di odiare il compositore, di suonare controvoglia, ma qui certo eravamo già al limite dell’utopico 🙂 – tutto ciò per suscitare nel pubblico, se non proprio un godimento, un qualche interesse o curiosità); però poi, per ragioni essenzialmente pratiche (poche prove, poco tempo a disposizione, ecc.) la cosa è sfumata e il pezzo si è esposto più degli altri a una ricezione parziale o distorta.
    quanto invece al trovare una dimensione ad hoc per l’ascolto (nella tua stanzetta mentre fuori nevica) ciò riguarda l’uso che di un pezzo si fa, ed è tutta un’altra cosa e tutto un altro mondo (affascinantissimo) rispetto all’esecuzione concertistica: è un ambito, quello del perché un pezzo funzioni meglio in cuffia, un altro in macchina, un altro di notte, ecc., ancora tutto da studiare.

    @ gadilu
    sì, c’è un po’ di ironia, ovviamente (cerco di mettercela sempre in tutte le mie cose, anche in quelle apparentemente più ‘serie’). soprattutto nell’evidente contrasto tra una tecnica compositiva ‘durchkomponiert’ che richiede una disciplina e un controllo rigorosi e che non solo non lascia nulla al caso, ma neanche ‘allunga il brodo’ con ripetizioni di parti interne, e un’allegra gratuità, ebete e catalettica, che ricama le trame del mio pezzo (comunque privo di ripetizioni e nel quale ogni nota è scritta – da cui il titolo paradossale).

  19. zapruder said

    E’ andata bene: per un attimo ho temuto si sospettasse che il Tipo ero io !
    🙂
    [pardon]

  20. marcolenzi said

    ti chiami forse carlo? 😀

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