Fenomenologia di ‘Stayin’ alive’

21 gennaio 2010

The Bee Gees

Ecco, ditemi secondo voi quanti sono quelli che possono permettersi di presentarsi così conciati senza avere alcun timore di apparire kitsch.  E infatti, c’è poco da dire, i Bee Gees sono (stati) dei geni del Pop, dotati di un talento musicale davvero raro; alcune delle canzoni che scrissero nella seconda metà degli anni Settanta (Jive talkin’, You should be dancing, Stayin’ alive, Night fever, How deep is your love, More than a woman, Too much heaven) risplendono come stellae inerrantes nel firmamento della musica moderna. Bella fra tutte, Stayin’ alive, il loro masterpiece, un capolavoro assoluto, una delle icone del Novecento musicale.

Ciò che più ci colpisce, in Stayin’ alive, che anzi ci stende senza alcuna possibilità di replica, è il suo attacco. L’attacco di questo pezzo è assimilabile più a un fenomeno tellurico-erotico che a un fenomeno musicale: un autentico colpo di grazia a tutte quelle lente introduzioni che vogliono portarci alla musica “prendendoci per mano”, a tutti i fade in del mondo. Infatti: pigi play e in un decimo di secondo ti ritrovi ignudo e avvinghiato a Moana Pozzi e a Donna Summer in una sauna di sesso, senza avere il tempo neanche di levarti i calzini. Tale è la forza disarmante di quello straordinario riff iniziale di basso elettrico suonato nell’ottava acuta dello strumento e ricamato su uno straordinario paesaggio sonoro che si presenta, a sua volta, come un piccolo capolavoro di arrangiamento: sembra in effetti di trovarsi immersi in chissà quale oceano di suono, quando siamo invece di fronte a un regolarissimo loop di batteria, un paio di chitarre delle quali si avverte praticamente soltanto la pennata e un Fender Rhodes fantasma. Archi e fiati, poi, fanno il resto. Senza cedere un solo istante, fatta eccezione per un paio di cadenze che dilatano per qualche secondo la densa trama, questa meccanica erotica procede per quasi cinque minuti tenendo altissima la temperatura emotiva, suggellata da una prestazione vocale senza eguali (provate a cantarla voi o a farla cantare a chiunque altro e guardate cosa succede). Quella sicumera esecutiva poi, quell’esserci per davvero – stayin’ alive, appuntoche dimentico dell’essere e del suo piano esistenziale si concede tutto alla cosa e al suo piano esistentivo, mandando affanculo Heidegger e tutti i filosofi dell’über, viene ulteriormente enfatizzata dal testo. Well, you can tell by the way I use my walk I’m a woman’s man, no time to talk. Che direi potrebbe essere tradotto più o meno così: “Guarda[, stronzo,] che non è cosa: già da come cammino si capisce subito che mentre te sei lì che ascolti la canzone io ho già trombato la tu’ mamma, la tu’ sorella e tutte le tu’ ‘ugine”. Cazzo. Davvero: no reply. Puoi solo rimanertene lì liquefatto nel delirio erotico, spiacci’ato in questo panforte ormonale. È Barry, d’altra parte, che canta, il più sexy dei brothers, il nostro Khaled europeo con maracas e palle sempre dure – Barry Gibb, signori: quel meraviglioso, incomparabile prodotto di un fortunato frontale fra Mozart e Priapo.

E per finire, visto che in un post recente parlavamo di titoli: il titolo, come potremmo tradurlo in un italiano soddisfacente (nel senso di un titolo corrispondente che appaia sensato per una canzone italiana)? “Essere vivi”? No… brutto. “Io sono vivo”? Mah, mi pare questo lo avessero già usato i Pooh all’epoca (no comment, ovviamente, su qualsiasi pur minimo tentativo di paragone, essendo Facchinetti & Co. una sorta di zombie bulgari rispetto ai Gibbs e non solo sul piano bioritmico). E allora? Boh, non saprei proprio; suggeritemelo voi, se volete. Quello che conta è che questa splendida canzone, ne sono convinto, continuerà a lungo ad emanare quella forza vitale e dirompente che scalpita ancora a trent’anni dalla sua composizione e continuerà ad affrontare a testa alta, mostrando bianchi denti e peli generosi, tanti anni mariani a venire.

[PS Non sto a metterci il video, eh, tanto dopo du’ giorni ‘sti stronzi me lo levano…]

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29 Risposte to “Fenomenologia di ‘Stayin’ alive’”

  1. cescocesto said

    più cerco di espandere il mio panorama musicale e più mi accorgo di quanto è bello e ricco il passato e di quanto ci si possa attingere (leggi: vuoi mettere la convenienza, sia artistica che puramente monetaria, di comprare tre/quattro cd “vecchi” a 5/6 euro l’uno, invece di un cd appena uscito a 20 euro?). quindi, caro marco, continua pure a suggerirmi cd da unire alla mia “vintage collection”, tra cui spiccano i cd che mi avete regalato te e anto, in primis The Velvet Underground & Nico.

    la questione del titolo è annosa. volendo tradurre proprio letteralmente esce qualcosa di obrobrioso tipo “essendo vivo”, ma il senso è più tipo “vivendo”.. non vado oltre perché nella scelta dei titoli sono una frena e quindi evito di proporre eventuali adattamenti.

    ps. vorrei non dirti che una volta li ho sentiti paragonare ai cugini di campagna, ma te lo dico perché ho bisogno di condividere la cosa. 🙂

  2. np said

    Il titolo è: “Bello carico”.

  3. da said

    Il titolo sicuramente significa “lancia sempre in resta”

  4. zapruder said

    Beh, senza avere alcun timore di apparire kitsch non credo…
    avrei detto piuttosto -che so- ‘si lanciano a volo d’angelo nel ridicolo’
    roba cosi’…

    E probabilmente -senza scherzi- quei vestiti sono l’unica cosa che salverei.
    No, non riusciro’ mai a sopportarli.

    Li ritengo al contrario esemplari di spicco di quella musica che ha devastato un intera generazione -la mia- imponendo quel gusto ‘medio’, quell’ entertainment grigio, emotivamente piatto come la suola di una scarpa, privo di ogni slancio immaginativo.
    La musica dei fratelli Gibb (noti anche come la banda dei tre) attraverso l’ uso efferato del falsetto ha condotto un attacco spietato alla discomusic col preciso disegno criminale di instaurare un’ atmosfera di conciliata e decerebrata allegria che ben si accompagna ad un centro commerciale e all’ implicito immaginario lobotomizzato da mensa aziendale.

    In nome di tutti coloro che per liberarsi dei loro motivetti insulsi sono stati costretti ad auto-sottoporsi ai piu spericolati ascolti, ein nome di chi non e’ riuscito a farlo, IO nella mia consueta Saggia Clemenza li condanno a quindici anni di coltivazione di riso (basmati) in un campo di rieducazione.

    ‘Non punirne uno per educarne cento: puniscine sei milioni e non mancherai il bersaglio’
    Pol POP

  5. marcolenzi said

    ah ah ah ah! bellissimo, zapruder! mi hai fatto ridere (pol pop è geniale, te lo rubo…). e ti capisco perfettamente. e guarda, la penso esattamente come te ma, forse perché amo TROPPO la musica, non riuscirei mai ad infliggere alcun tipo di punizione a chi – qualsiasi sia il luogo da cui proviene e qualsiasi cosa rappresenti in termini stroico-culturali – sta sopra una certa soglia. e allora, si può dire tutto il male possibile dei BG in termini di ciò che hanno rappresentato, ma come MUSICISTI vanno semplicemente lasciati sta’… zap, il falsetto ce l’avevano in tanti all’epoca ma NESSUNO eguagliava la PERFEZIONE ASSOLUTA di quello di barry gibb. io sono colpito da questi aspetti, anche soltanto tecnici se vuoi (ma poi non è così, c’è anche una componente di estetica che definirei “neutra” – cfr. quello che ho scritto sugli abba), non ce la faccio insomma a passarci sopra. se sento un arrangiamento come quello di ‘night fever’ o di ‘too much heaven’ mi viene la pelle d’oca, e non perché ‘mi ricorda l’adolescenza’ (anzi…) ma perché è SEMPLICEMENTE PERFETTO. io insomma non riesco a non subire il fascino della perfezione (te, invece? non riesci a separarla dal cosiddetto ‘contenuto’?).

    @ np e da
    entrambe ottime soluzioni, direi. grazie.

    @ cesco
    sì, il problema mi sembra soltanto di trovare una soluzione che sia plausibile come titolo di una canzone italiana (voglio dire, il significato più o meno è quello che abbiamo detto, cioè ‘essere vivi, attivi, in piena forma’): “essere vivo”, p. es., secondo me è brutto come titolo (“vivo” è già molto meglio…).
    riguardo ai dischi, il prossimo che ti regaleremo sarà ‘spirits having flown’ (dei BG, ovvio) 😉 un abbraccio.

  6. Mago Afono said

    @cescocesto: nel lungo incontro che io e il titolare di codesto sympatico blog avemmo nel 1995 col prode Flavio Paulin (voce storica dei CdC), fu proprio lui a paragonare i Bee Gees ai Cugini, anzi, disse proprio che i fratelli Gibb avevano cominciato a cantare in falsetto proprio copiando loro… figuraci se ci stupisce una frase del genere…
    ciao, Mago.

  7. Tiziano said

    Intraducibile come titolo se ci si sforza di essere alla lettera. Io
    tradurrei “Il mio cavallo”.

    Per il Kitsch: credo che tutti quelli che nascono nell’Isola di Man, se ne
    stanno qualche anno dalle parti della Great Manchester in una primary school
    del regno e finiscono al sole e all’umido di Brisbane, diventano come i
    Gibb. Non è kitsch, è determinismo geografico e come tale va trattato con
    rispetto.

  8. marcolenzi said

    “il mio cavallo”: aggiudicato tiziano. sarebbe stato uno dei più bei titoli della storia della canzone italiana. grazie infinite

    @ cescocesto
    già, mi ero dimenticato di risponderti sui cugini di campagna! ma l’ha già fatto egregiamente mago afono, che altro aggiungere? sai, a noi vecchi piaceva oltrepassare le dicerie e andare direttamente alle fonti… 😀

    (che i bee gees avessero imitato i cugini di campagna è, ovviamente, un delirio del paulin)

  9. zapruder said

    Luminosa Giornata a Te, compagno Lehn-Tzi

    Non avevo visto la cosa da questa angolazione. Ti ringrazio di aver inquadrato la questione in questa prospettiva e porto la condanna ad anni 20.

    Discuto raramente di estetica negli ultimi tempi; del resto, qui nella giungla cambogiana, ne ho ben poche occasioni e ormai dedico piu volentieri il mio tempo ad insegnare il gioco del ghine’ agli indigeni.
    Ma siccome questa discussione mi riporta ad una stolta giovinezza in cui si leggeva rockerilla come fosse stato Communcations faro’ un eccezione.

    Innanzitutto NON critico affatto ‘la banda dei tre’ sulla base di cio’ che hanno rappresentato sul piano storico-culturale: e’ proprio come musicisti che li detesto, e probabilmente anche per la loro ‘perfezione’.

    Il termine perfetto – che definisce bene i tre tomi- indica cio’ che e’ compiuto fino in fondo (da ‘per’ e ‘facere’) una sorta di ‘lavoro svolto bene’ ed i BG e’proprio questo che fanno: confezionano un oggetto protocollare, ruffiano, ‘ineccepibile’, prevedibile.
    Non mi ha mai attratto un granche’ questa prospettiva.
    No, non subisco il fascino -retorico- della costruzione, apprezzo le ineffabili energie inventive, le forme di vita -esili o prepotenti- che si sprigionano da un opera indipendentemente dai suoi equilibri interni o dalla sua complessita’.

    In generale direi che un opera puo’ essere ‘perfetta’ sul piano formale ma questo e’ garanzia di qualcosa -cosa?- solo per chi ti dice ‘aspetta che ti analizzo il brano e poi ti dico se mi e’ piaciuto’.

    Anche se la Disco e’ alle periferie dei miei ascolti, se volessi muovermi in qui territori, preferirei le latitudini piu’ calde del Funk; a me allora piacevano di piu’ ‘Les Chic’ -ho ancora negli orecchi ‘quel’ giro di basso: meno ‘perfezione’ e maggiore temperatura emotiva. Comunque i BG, come giustamente dici tu, ‘vanno lasciati sta’ ‘ : in un campo di rieducazione appunto.

    Sono stato un po’ confuso, ma questo fumo ‘Khmer Purple’ e’ por-ten-to-so !
    🙂 🙂

  10. zapruder said

    Ah,mi piacerebbe capire meglio cosa intendi per ‘componente estetica neutra’ e, se me lo spieghi senza fare ricorso agli Abba, mi risparmi di comminare altre condanne: se nelle risaie ci mando anche quelli qui rischiamo una rivolta e addio ghine’!
    🙂

  11. marcolenzi said

    caro zap,
    qui le cose si fanno complicate, molto. forse troppo. davvero, dovrei scrivere un saggio al posto di una risposta a un commento. si entra insomma nel vivo della questione, che finora, per ragioni ovvie, ho solo qua e là sfiorato.
    provo comunque a risponderti.

    sul fatto che un costrutto, di per sé, non ci dice nulla, non solo sono d’accordo, ma sfondi, come si dice, una porta aperta. l’avrai notato dalle decine di volte in cui, in questo blog, ho detto praticamente le stesse tue cose. ma c’è costrutto e costrutto. non è vero che i bg non hanno inventato nulla: hanno portato alla perfezione uno stile, e per far questo ci vogliono quintali di invenzione. infatti, non solo nell’intenzione espressiva e nell’invenzione propriamente detta (quella che cerca il nuovo), ma anche nel talento c’è sempre qualcosa di misterioso e di ineffabile, qualcosa di irriducibile e di sfuggente. e anche nelle pieghe di una canzone apparentemente banale e ‘normale’ come p. es. ‘how deep is your love’ si possono nascondere dei tesori. per coglierli è necessario mettere da parte le nostre predilezioni, i nostri paradigmi estetici di riferimento e lasciarsi incantare dall’eleganza di certe soluzioni armoniche, di certe orchestrazioni, di certe curvature melodiche. parlerei, per usare un’unica espressione sintetica, di ‘musicalità’. e forse qui, mi rendo conto, si crea un gap tra il musicista e l’ascoltatore, una frattura che rende difficile il confronto e la condivisione. ho sempre difeso e difenderò sempre la ‘musicalità’ dell’ascoltatore rispetto alle ‘competenze’ del musicista, ma ciò non significa che nella competenza non vi sia qualcosa di affascinante. pensa, p. es., alla questione dello stupore di fronte a determinate soluzioni tecniche, che per ovvie ragioni è riservato solo a chi sa fare o rifare qualcosa (cantare, suonare uno strumento, comporre), a chi cioè PUO’ MISURARSI con esse. questo non può non sfuggire all’ascoltatore, che – giustamente – gode o soffre di quello che sente senza porsi il problema della tecnica necessaria a produrre quel qualcosa. da questo punto di vista, i coretti dei bg possono apparire stucchevoli quanto vuoi, ma chi conosce la tecnica vocale e tutti i problemi conessi alla perfetta intonazione della voce sa che quei coretti renderebbero ridicoli tutti coloro che si accingessero a rifarli. prova a chiederti perché ci sono milioni di cover di ‘sunday morning’ dei velvet o di ‘alleluja’ di cohen (indubbiamente due capolavori) e non ce n’è neanche una (decente o anche solo interessante) di ‘night fever’, di ‘tragedy’ o di ‘logical song’ dei supertramp. hai mai sentito uno che fa piano bar cantare ‘logical song’ o ‘stayin’ alive’? o ‘september’ degli earth wind and fire? scommetto di no. perché? perché sa benissimo che, per quanto sia ‘bravo’, farebbe la figura di un cretino. come si fa allora, mi chiedo, a considerare insulsa o banale una cosa che è impossibile rifare? tutti possono fare la ‘canzone dell’amore perduto’ (un altro capolavoro), ma nessuno può fare ‘too much heaven’. questo significa che ‘too much heaven’ è una canzone di estrema chiarezza e cantabilità, di estremo nitore, e allo stesso tempo una canzone intraducibile, non riducibile a una struttura più semplice (pensa a semplificare ‘stayin’ alive’ – come suonerebbe?). ed è in questa sorta di strana autoreferenzialità che io scorgo una componente estetica che per pura comodità ho definito ‘neutra’, proprio perché riferita a qualcosa che sembra contemplare solo se stessa, che è per così dire “contenuta nella sua espressione”. ancora: pensa che troiaio sarebbe una soneria di cellulare o un carillon con il motivo di ‘tragedy’ o di ‘logical song’; nessuno la riconoscerebbe – invece potresti farla benissimo con il riff di ‘I can’t get no (satisfaction)’ o con ‘yellow submarine’…

    ma non posso dilungarmi troppo senza divagare. spero qualche spunto di riflessione sia riuscito a offrirtelo.

  12. zapruder said

    In effetti credo di poter dire che la tecnica non mi interessa granche’.

    Non so quanto io sia capace di prescindere dai miei ‘paradigmi estetici di riferimento’ -spero a sufficienza- ma comunque non ritengo interessante farlo in favore della tecnica .
    Probabilmente se assegnassi un primato ai parametri formali non apprezzerei i linguaggi ‘ridotti’ del ‘minimale’ o del ‘pop’…
    Boh.

    E io che mi ero illuso che non ci fossero cover dei BG perche si temeva una mia reazione dal fitto della jungla cambogiana…che desolazione!
    😉

  13. Tiziano said

    Affascinante. Zap e Marco esibiscono argomenti che, rispettivamente, potrebbe aver esibito l’altro (altra?) per portare fieno in cascina alle proprie ragioni. Affascinante davvero. E NON credo che a dividervi sia la differente importanza che attribuite allo stile, alla tecnica, alla cosiddetta ‘perfezione’ formale. Sarebbe troppo semplicistico dire, anche, che a dividervi siano opposti pregiudizi.
    Trovo più convincente invocare una vostra diversa opinione sulla possibilità della musica di essere ‘pura’, fondamentalmente estranea all’uomo e alle cose. E perciò universale. Ad esempio: la musica rifiuta UNA ricezione? L’ascolto deve essere anche UNA ricezione?

  14. marcolenzi said

    @ zapruder

    sì, ma ci sono brani ‘ridotti’, ‘minimali’ e ‘pop’, che non hanno bisogno di niente, che sono perfetti così, esattamente come ci sono brani ‘complessi’ che non possono essere ridotti senza perdere per così dire la loro anima. ‘heart and soul’ non ha bisogno di alcuna aggiunta, è perfetta così; alla fantasmagorica introduzione di ‘fantasy’ degli EWF non potresti, di contro, togliere una nota delle mille che la compongono senza indebolirla.
    detto in sintesi: non c’è forza d’impatto che possa essere inficiata da nequizia tecnica e non c’è perizia tecnica che possa compensare un impatto emotivo debole. ciò non significa, ovviamente, che per avere forza d’impatto non si debba possedere la tecnica o che avere molta tecnica indebolisca la forza d’impatto. si danno un’infinità di sfumature intermedie. (inoltre, bisognerebbe approfondire quello che si intende per tecnica, ma si andrebbe troppo in là; diamo per scontato che essa sia un semplice sinonimo di ‘abilità’). brian eno ha poche o punte abilità manuali e fa cose di altissimo livello, mentre suo fratello roger ha qualche abilità (minima) in più di lui e fa cose di livello infimo. d’altra parte, frank zappa aveva un’ottima tecnica e ha fatto cose egregie mentre rick wakeman, che aveva forse ancora più tecnica (sempre nel senso dell’abilità manuale) ha fatto cose mediocri.
    e infatti si suol dire che “la tecnica deve essere posta al servizio delle idee”. ci sono idee buone che per essere realizzate necessitano di poca tecnica e idee altrettanto buone che per essere realizzate necessitano invece di molta tecnica. ora, un’idea buona non è necessariamente legata a un contenuto ‘espressivo’, può essere anche volta al perfezionamento di un materiale dato che si trovi allo stato ‘grezzo’ o vincolata a forme espressive già compiute. p. es.: arriva uno che ti fa sentire una canzone per voce e chitarra e ti chiede di farne un arrangiamento che la valorizzi al massimo, oppure ti viene chiesto di scrivere musica per un film porno che commenti le immagini nel modo migliore, etc. etc. sono insomma i famosi lavori su commissione in quanto opposti ai lavori ‘liberi’. ecco, i bee gees hanno preso delle canzoni standard e senza porre troppa attenzione a valori formali e men che mai a quelli testuali hanno ottimizzato con grande perizia quelli timbrici, armonici e melodici. qualcosa dovrebbe (dico dovrebbe) arrivare anche da qui, ma evidentemente a me arriva, a te no. 😉 qui però siamo scesi sul piano del gusto, che è per sua natura soggettivo; mentre io volevo parlare del valore di una cosa.

  15. marcolenzi said

    tiziano riporta l’argomento sul terreno antropologico. dico qui soltanto che necessariamente nell’ascolto si danno infinite ricezioni e che ognuno di noi, per quante ne possa avere, deve sforzarsi di trovarne sempre di nuove. anche questo è un modo per tenere la musica ‘viva’. d’altra parte riconosco che se per trovare interessante qualcosa siamo costretti a fare i salti mortali forse non ne vale la pena ed è meglio mandarla direttamente affanculo (ammetto che mi succede tante volte… 😀 ).
    grazie tiziano.

  16. zapruder said

    Sono daccordo: si danno infinite ricezioni ed bello trovarne sempre di nuove, ma resto comunque refrattario alla ricerca di consenso su basi (solo) tecniche.

    Ovviamente il tuo e’ un ascolto piu’ specialistico e -probabilmente questo e’ anche meritevole- riesci a riconoscere valore a TUTTE le forme di abilita’ ‘modulativa’.
    Io non sono tenuto a farlo, (sono un ragazzo di strada…)

    [PS:
    Abbiamo perso al ghine’ 6-0 contro il Laos e queste teste di tapioca mi hanno esonerato.
    Monsoni, Comunismo, Malaria: il cambogiano tutto sopporta (forse anche RogerEno) ma non e’ sportivo, non ce n’e’.
    Basta, ho chiuso con oppio & risotti !
    Vado a fare la fotografa lesbica a NewYork ]

  17. np said

    zapruder è donna, come dio per Harold Bloom?

  18. Tiziano said

    Dio, per Harold Bloom, non esiste. Se esistesse sarebbe un demiurgo alquanto fallace che permette le ignominie delle società e la follia nell’uomo. La donna di Bloom è una via di mezzo tra la Beatrice dantesca e una matrona Yddish. Forse è più la donna a essere Dio che Dio una donna.

    Zap nasce di carne e di macchina, come noi, e cerca forma tra grassi fumi d’oriente o tra i tamburi di Serenje e di Guinea, per poi spengere gli occhi sulle statali di importanza nazionale la cui unica bellezza è lo spiegarsi di certe curve che ignorano il piano e rendono l’orizzonte obliquo tra le insegne Mercatone Uno Coop Fasal Bucchi Unieuro Mondomobili Trony Pianeta Divani&Divani Climapiù Castorama e i plateatici geometrici dei parcheggi con i tronchetti di Giuda e gli alberi del falso pepe – che obbligano l’automobilista più avveduto a pensare che in ogni città ci siano le delibere di giunta sull’arredo urbano, gli studi tecnici con i tavoli da disegno le fotocopiatrici e l’aria condizionata, i libri per la partita doppia, le segretarie vestite come Britney Spears, i magazzinieri del Milan, le serate canore, i tavoli delle feste di partito, le gare cicloamatoriali, i premi di pittura, i listini dei materiali edili esposti alle porte di vetro e alluminio anodizzato e gli uffici spogli in fondo ai capannoni.

  19. zapruder said

    mi sono commosso…

    http://www.ballardian.com/

  20. marcolenzi said

    eh, tiziano ha il tocco del grande orchestratore… 😉

    @ np
    ci sta tutto. sono pronto a tutto, ormai, su zap. potrebbe esse’ anche mi ma’, al limite.

  21. zapruder said

    (non) sono una donna
    non sono una santa…

    – pero’ sono sinceramente in imbarazzo: queste cazzate dal Mekong hanno spodestato l’innocente Luigi IX –
    (sorry)

  22. Tiziano said

    Eh eh… Ballard… San Luigi… 😉

    Una cosa notturna ispirata a Ballard:

  23. Tom said

    I Bee Gees hanno raggiunto l’apice del loro successo con i tre album consecutivi “Children of the World”, “Saturday Night Fever” e “Spirits Having Flown”, che li hanno portati ad avere sei singoli consecutivi alla cima della top ten statunitense (unico gruppo che vi è riuscito) e cinque canzoni contemporaneamente sempre nella top ten degli USA (credo che solo ai Beatles sia capitato).
    La loro fortuna in quel periodo è stata dovuta allo stile della loro musica, incrementato ancora di più dall’utilizzo del falsetto (che può piacere o meno). Questa però è anche la loro sfortuna, perché, alcuni commenti in questa pagina ne sono esempio, i Bee Gees sono ricordati solo per questa voce e spesso giudicati un gruppetto qualsiasi (perché poi?). Probabilmente in pochi sanno che hanno iniziato ufficialmente da ragazzini in Australia negli anni sessanta, giungendo poi in Inghilterra nel periodo dei Beatles, facendosi valere. Poi è giunto un periodo di crisi, si sono risollevati arrivando all’apice prima descritto e hanno continuato ad avere dei successi musicali anche negli anni seguenti (si sono sciolti nel 2003 per la morte di Maurice, da qualche mese Robin e Barry hanno ricominciato a cantare sotto il nome dei Bee Gees).
    Non a caso sono l’unico gruppo nella storia ad avere avuto almeno una canzone numero uno in Inghilterra per cinque decadi consecutive (’60, ’70, ’80, ’90, ’00) e sono sempre riusciti a innovare la loro musica.
    Le canzoni cantate in falsetto, poi, sono una minoranza di tutte quelle che hanno prodotto per sé e per altri artisti (come il fratello Andy e Céline Dion). In ordine cronologico, vi consiglio di ascoltare “Three kisses of love”, “New York mining disaster 1941”, “To love somebody”, “Massachusetts”, “I’ve gotta get a message to you”, “I started a joke”, “Run to me”, “Mr. Natural”, “Jive Talkin'”, “Nights on Broadway” (anche se qui un minimo di falsetto c’è), “How deep is your love”, “Living eyes”, “You win again”, “One”, “Secret love” e “This is where I came in”. Queste sono solo alcune di quelle che mi sono venute in mente, ne hanno fatte davvero tante.
    Riguardo alle cover, ce ne sono diverse (ci sono delle tribute band come i Tree Gees e gli Italian Bee Gees) e alcune in falsetto si avvicinano moltissimo a quelle originali. L’unica (non di gruppi tributo) di Stayin’ Alive che mi piace è quella di Valeriya, cantata con Robin Gibb, ma in questo caso la canzone è stata stravolta.
    Per finire, io il titolo lo traduco “Restando in vita”.

  24. marcolenzi said

    benvenuto, tom! e grazie per il tuo puntuale contributo. la tua sintesi storica, di cui avevo una conoscenza piuttosto superficiale, aiuta a comprendere l’importanza che hanno avuto nella musica pop dei tre fratelli gibb; da parte mia ribadisco la straordinaria eleganza e la raffinatezza del gusto – che non è mai sceso al livello del kitsch – che hanno contrassegnato le loro canzoni. sono riusciti insomma a passare a testa alta da un mondo (quello della discomusic e, soprattutto, quello delle hit parades) che di kitsch è pieno. 🙂

  25. Tom said

    Ciao, grazie per il benvenuto.
    Quello che ho scritto sui Bee Gees è solo una linea molto generale della loro carriera, da dire ci sarebbe moltissimo, dopotutto hanno cantato per una cinquantina d’anni. Per esempio, tutti conoscono Barbra Streisand, ma in pochi sanno che per il suo successo deve ringraziare i Bee Gees: l’album più venduto della cantante è Guilty, e in copertina con lei c’è Barry Gibb. Tutte le canzoni dell’opera hanno la sua firma, in altre compaiono anche quelle dei suoi fratelli e di Albhy Galuten.
    Poi, tutti conoscono il film Grease, ma chi sa che l’omonima canzone numero 1, cantata da Frankie Valli, è di Barry Gibb? Ho letto che quell’anno scrisse così tante canzoni numero uno che nessuno in un anno c’è mai riuscito.
    Poi, come ho già scritto, i Bee Gees sono sempre riusciti a reinventare la loro musica, e sono passati per vari generi: pure nel country hanno raggiunto la cima delle classifiche, precisamente con Islands in the Stream cantata da Kenny Rogers e Dolly Parton (ed è diventata una numero uno in Inghilterra nel 2009 con una cover).
    Insomma, definirli un gruppetto mi pare sbagliato e pure ingiusto. Che poi abbiamo cantato anche in falsetto, non capisco che ci sia di male. E sottolineo “anche”, perché, come ho già scritto, le canzoni cantate con questa voce sono una minoranza, e rinvito ad ascoltare perlomeno alcune di quelle che ho elencato prima.

  26. Tom said

    Ops, nell’ultimo pezzetto ho scritto “abbiamo cantato” anziché “abbiano cantato”. Magari fossi uno dei Bee Gees! =D

  27. monic said

    per la cronaca: io ho fatto piano bar e cantavo the logical song

  28. marcolenzi said

    catso! sei l’etcetsione ke konferma la rhegola, 😉

  29. […] Fenomenologia di ‘Stayin’ alive’ January 2010 28 comments 5 […]

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