Musica e politica

2 febbraio 2010

Un recente commento al post su Nono mi offre lo spunto per tentare di abbozzare qualche riflessione preliminare, che potrebbe auspicabilmente essere sviluppata più oltre, su un altro tema che trovo interessante, per quanto difficile. Non è facile, infatti, parlare di musica e politica e del complesso intreccio che lega due ambiti così diversi fra loro, come d’altra parte non è facile neanche cercare di descrivere in poche parole la propria posizione politica. Diciamo che, per quanto mi riguarda, a me danno un po’ fastidio sia quelli che prendono un po’ troppo alla lettera il motto “tutto è politica”, sia coloro che amano definirsi ‘impolitici’ (“io non sono né di destra né di sinistra”, quasi sempre sottintendendo “e men che mai di centro”). In verità, sul fatto che tutto sia politica potrei anche essere d’accordo, se non fosse che chi lo dice spesso si espone al ridicolo, poiché per tener fede a quell’assunto dovrebbe saper render conto di ogni minima sfumatura, esser capace di interpretare ogni gesto compiuto, ogni frase detta da chicchessia sullo sfondo di un’ideologia politica, magari fino ad arrivare, come in un film di Francesco Nuti, a porsi il problema se il prosciutto cotto sia di destra o di sinistra. Di contro, la questione dell’impoliticità si dissolve da sé nel momento stesso in cui si prende coscienza che, se lo stabilire l’appartenenza ideologica degli affettati non è di particolare interesse, vi sono molti momenti importanti nella nostra vita in cui siamo direttamente chiamati a fare scelte politiche. Diciamo insomma che, al di là di un effettivo coinvolgimento e di una partecipazione attiva alla vita politica di un paese, al di là di quello che un tempo si chiamava ‘impegno’, credo sia ancora oggi quantomeno desiderabile che ogni individuo conformi le proprie scelte, la propria etica, a un credo politico e offra agli altri, attraverso la  pratica, un esempio e una testimonianza di fedeltà ai valori fondamentali che la ispirano – un po’ come in una sorta di religione laica.

Ma per circoscrivere l’argomento alla musica, direi che il rapporto tra musica e politica, fatta eccezione s’intende per tutta quella musica basata su un testo che veicola espliciti contenuti politici, si presenta più come una relazione di carattere occasionale che come un vincolo intrinseco e strutturale. Non esiste una musica comunista, ma una musica posta al servizio del comunismo. Tutto dipende, dunque, dall’uso che se ne fa: quando fischietto Bella ciao sotto la doccia la svuoto del suo contenuto politico; d’altra parte, se mi vien voglia di ballare sulle note di Barbie girl non significa necessariamente che mi sto prostituendo alla logica capitalista – può darsi che abbia semplicemente voglia di ballare, così come il fischiettare Bella ciao sotto la doccia può essere una semplice espressione di contentezza per aver appena vinto un kit di creme abbronzanti a una televendita. Certo, si può discutere se non vi siano dei casi per i quali un certo contenuto politico è leggibile nei suoni stessi, al di là del testo che supportano: nella tecnica, nel linguaggio, nello stile di un compositore. È questa, notoriamente, la posizione di Adorno e di gran parte della musicologia ‘militante’ di sinistra, riassumibile nell’idea secondo la quale “come la musica sta dentro la società, così la società sta dentro la musica”. Questa straordinaria, acutissima intuizione adorniana, che ha certamente affinato e potenziato gli strumenti e i metodi dell’analisi critica, ha portato anche con sé, a mio avviso, un pregiudizio che negli anni si è mostrato sempre più evidente e fuorviante. Voler leggere, ad esempio, nella musica atonale e nell’angoscia che essa veicola la rappresentazione dei rapporti di potere nella società capitalista e l’espressione della conflittualità tra la dimensione autentica della soggettività dell’artista e l’alienazione prodotta dall’industria culturale, per la quale le opere d’arte sono reificate e vendute come qualsiasi altra merce, è stata una strategia che ha funzionato fin tanto che non è stata applicata ad altri generi musicali e in particolare alla cosiddetta musica di ‘consumo’. Quando si dice che il recupero della tonalità o della consonanza tradisce un’implicita adesione allo status quo nel suo (presunto) rifiuto verso ogni forma di problematizzazione dei codici comunicativi e dei rapporti sociali, o si condanna la musica indeterminata per l’atteggiamento rinunciatario (e quindi conciliante con l’esistente) che dispenserebbe il compositore dall’assumere una posizione critica, o ancora quando si accusa la musica che corteggia la fascinazione e l’incanto di essere oppiacea e mistificatoria o il costante e sempre identico beat della musica pop di essere primitivistico e alienante nella sua meccanica reiterazione – tutto ciò non tradisce altro che un’incapacità di comprendere il fenomeno musicale nella sua complessità e nella vastità del suo orizzonte ermeneutico. Esistono forme di recupero che non sono reazionarie, rinunce che non sono espressione di irresponsabilità, abbandoni estatici che non sono ottundimento dei sensi. Così come non basta certo fare determinate scelte linguistiche e di ‘campo’ per ottenere una garanzia di autenticità; e in questo Adorno vide bene, allorché denunciò già alla metà degli anni Cinquanta il pericolo di un’involuzione feticista insito in molta musica seriale nel suo fondamentale saggio Invecchiamento della musica moderna. Insomma: tra la musica tonale di Piazzolla e quella di Allevi, tra le opere indeterminate di Cage e quelle di Hidalgo, tra la fascinazione corteggiata da Feldman e quella corteggiata da Harold Budd, tra il regolarissimo eppur mai monotono beat dei Kraftwerk e quello di Barbie girl io una differenza ce la trovo, esattamente come la trovo tra l’eleganza e la freschezza che emana la prima musica seriale degli anni Cinquanta e la noia e la muffa che emana invece quella di molti neostrutturalisti degli anni Ottanta. La ‘salvezza’, la ‘necessità’ trascendono dunque le scelte linguistiche ed estetiche di un compositore. E quindi, per tornare alla sintesi adorniana: certo che la musica – tutta la musica – sta dentro la società e di essa è espressione; ma non è necessario che la ‘società’, nelle forme dei suoi rapporti di potere, stia dentro la musica affinché essa possa assumere un carattere di autenticità espressiva.

Quale potrebbe essere, dunque e per finire, la musica che ha un impatto politico salutare e produttivo, che trascende gli aspetti più deteriori dell’ideologia per farsi conquista critica? Tutta quella musica che tale critica la porta già in sé per il semplice fatto di essere autentica espressione di una forma di vita, la musica che non è scritta per coprire con un rumore di fondo il silenzio o la noia della routine quotidiana ma per illuminarne gli aspetti più nascosti e meno frequentati. La musica, insomma, che parla della (e alla) società anche senza doverla necessariamente rappresentare al suo interno.

Annunci

18 Risposte to “Musica e politica”

  1. […] Per approfondire consulta la fonte:  Musica e politica « RIFIUTANDO IL METODO BONA […]

  2. zapruder said

    forse hai ragione tu:
    servirebbe “una sorta di religione laica”

    (ecco, vedi: sto perdendo la fede nel nichilismo…)

  3. marcolenzi said

    🙂
    (sei stato poi a bologna per quella cosa su stratos? io purtroppo non ce l’ho fatta ad andare. un abbraccio)

  4. NoiZeBoX said

    Credo che ci sia musica banale e musica non banale…
    Barbie Girl e Autobahn, probabilmente sono fatte/prodotte entrambe con gli stessi synth o giù di lì, ma il risultato nel secondo caso non è banale come nel primo…
    Ma però il primo è facilmente fruibile dalla massa per il minor numero di neuroni necessari per “capirlo”, perchè in fondo si tratta di capire cosa c’è dietro a un pezzo musicale!
    Infatti cercare di capire è di sinistra, affermare le proprie idee senza sentire ragioni è di destra…
    E non voglio passare da snob, che come quasi tutte le parole che finiscono con la “B” fà cacare, ma la massa si nutre alla svelta e senza sentire il gusto delle cose!
    Vuole cose dolci subito e poco importa del retrogusto amaro, tanto c’è altre cose dolci da inghiottire alla svelta che non aspettano altro di essere trangugiate e via…la massa è fisiologicamente fascista!
    Conta tanto anche il valore che si dà alla musica, allo sforzo dell’artista per produrla e al concetto che stà dietro alla musica prodotta!
    Banalmente accostato alle produzioni elettroniche c’è sempre esclamazioni del tipo:
    “dè, ci vuol dimolto a fare una canzone oggi cor compiutè! fà tutto lui!”
    Frasi del genere classificano l’individuo che le dice, un povero ignorante fascista che puntualmente rimane a bocca aperta e inebetito, quando lo si mette davanti al “compiutè” e gli si dice:
    “vai…non mi aspetto qualcosa degli Autechre ma “fagli fare” almeno Barbie Girl!”
    E questo riqualifica anche chi fà musica del cazzo, perchè non è facile neanche fare pezzi definiti “commerciali”…
    Resta il risultato e chi lo ascolta…ed entrambi possono essere giudicati!
    Ma chi siamo noi per giudicare?
    Possiamo solo cercare di capire…
    Cercare di capire, per esempio ritornando al valore che si dà alla musica, perché la massa trova giusto spendere 200 euro in un paio di scarpe da ginnastica (che non verrano usate per fare ginnastica..) e che dopo 2 anni verranno buttate via perché inservibili o fuori moda, e trova idiota spendere 20 euro su un CD che ti accompagnerà tutta la vita…
    La massa è banale come la maggior parte delle cose che usa, consuma, e riesce a capire…
    Secondo la mia modestissima opinione, il Mondo fa caà soprattutto per questo.

  5. Tiziano said

    Faccio una fatica incredibile a parlare di politica oggi in Italia, anche in relazione alla musica. Credo che sia un esercizio estremamente dannoso per il sistema nervoso. I termini con i quali è necessario parlare di politica sono stati torturati oltre ogni limite e occorre perciò argomentare sempre in modo definitorio e ricorsivo fino alla nausea, con la sicurezza, poi, di essere fraintesi. E’ da un po’ che parlo di politica solo con chi mi conosce bene e con chi conosco altrettanto bene. Su Gigi Nono dico una sola cosa: la sua composizione più politica e militante è ‘Sofferte onde serene’, che vedo come l’elevazione dell’idea comunista, trasfigurata, alle più alte vette della poesia.

  6. da said

    la grande musica rompe la prosa di ognigiorno irrompendo in essa e apportandovi il sentimento (poetico). anche a una politica che volesse sovvertire la politica imperante piacerrebbe fare altrettanto, umanizzando. se l’ intento politico si cristallizza eccessivamente nell’ arte, l’ arte stessa diventa appendice sociologica, abbassando la propria radicalità all’ altezza di ciò che è semplice presenza, perdendo paradossalmente la capacità di critica e di produzione di nuovo e inusitato senso.
    che belli però gli Area con il pugno alzato.

  7. C’è musica che è anche politica e musica che è anche costume. Poi c’è la musica che fa politica e costume.
    E la musica che fa politica in costume. E dentro il costume c’è un problema politico che cambia a seconda della musica.

  8. gadilu said

    Arte e politica. Bah. Io mi attengo a un cattivo esempio: Renato Guttuso. Poi c’è un esempio buono: Pasolini. Ma perché è buono? Innanzitutto perché si tratta di un eretico, cioè refrattario a qualsiasi tipo di ortodossia. Ma è un tema troppo vasto. Non mi sento preparato. Purtroppo ho già spedito questo commento. Fate finta di non averlo letto. Grazie.

  9. Fabrizio said

    “La musica, insomma, che parla della (e alla) società anche senza doverla necessariamente rappresentare al suo interno”.
    Condivido in pieno le tue parole, ma Nono ha creduto di poter aiutare la rivoluzione comunista in un modo molto concreto e programmatico, e le esplicite rappresentazioni politico-sociali all’interno della sua musica e nelle sue dichiarazioni pubbliche si sprecano.
    Comunque la sua musica è bella e ancora attuale, e credo che questo basti.

  10. marcolenzi said

    carissimi,
    grazie per i vostri contributi, sempre interessanti. giusto un minuto (sono fuori casa e ho pochissimo tempo) per ammettere che forse ho pisciato un po’ fòri dal vaso… per quanto io ritenga questo argomento interessante, non è assolutamente confacente a un blog. vabbe’, via, era solo un modo per fissare qualche punto che meriterebbe un paio di centinaia di pagine di commenti. ma non credo proprio sia il caso di intraprendere questo tour de force. comunque sono d’accordo con da, è bello vedere gli area col pugno alzato… (e comunque, i valori in cui credeva nono erano dei grandi valori, molti dei quali, al di là della prospettiva rivoluzionaria, ritengo siano più attuali che mai. io non mi sono mai vergognato né mi vergognerò mai di essere di sinistra). a presto.

  11. dario lo cicero said

    Caro Marco,
    complimenti per il tuo blog, di cui sono venuto a conoscenza ieri. Non pentirti del post su un argomento così vasto: c’è bisogno oggi di affrontare, anche solo sfiorandoli, certi argomenti. Poche parole, forse, ma almeno quelle giuste. Quelle che colmano vuoti e smascherano schematismi, pregiudizi, ignoranza di quanto complesso sia l’intreccio fra le nostre idee (anche quelle altrui, naturalmente) e il relativo modo di comporre musica, di scegliere la musica da suonare, da ascoltare, e di come suonarla, improvvisarla, ascoltarla…
    I tuoi post e i tuoi commenti sui casi Bona, Ughi, Allevi, Albano ecc. erano già di per sé riflessione in qualche modo politica. Come non leggere nella non innovazione e nella falsa innovazione, nella musica e nella sua didattica, i segni dei nostri tempi, in generale?
    Al di là delle enunciazioni di principio, e delle ricette preconfezionate qualche decennio fa, abbiamo molti modi di esprimere il nostro modo di essere, come esseri pensanti, facenti musica e “critica musicale” (nel senso più nobile del termine, non nella sua accezione più banale e conosciuta). Il tuo modo di “essere di sinistra” è avere delle idee ed esprimerle coerentemente, lucidamente. E’ per questo che non hai e non avrai da vergognartene. Chi si dovrebbe vergognarsi del suo “essere di sinistra”, e talvolta l’ha fatto “saltando il fosso”, è chi si è di tanto in tanto affibbiato questa etichetta superficialmente, conformisticamente quando funzionava. Ancora oggi per qualche musicista “dire qualcosa di sinistra” vuol dire solo firmare un appello contro il governo (forse perché i tagli al FUS toccano le sue tasche), cantar(sela) e suonar(sela) nelle occasioni che “contano” (e dove “ci si conta”, fino ad esaurimento) e via (mal)dicendo. A volte cantare testi impegnati, per dimenticare e far perdonare la propria incoerenza, quella sinistra incoerenza che tanto aiuta la destra. Nella vita di tutti i giorni, infatti, li vedi ben mimetizzati nella poltiglia contemporanea. Penso che non a caso i musicisti più politicizzati, fra i pochi con i quali sono in contatto, non hanno nulla a che fare con i partiti, men che meno con le lottizzazioni pseudopolitiche. E per stavolta mi fermo qui, in effetti ci sarebbe troppo da scrivere.
    Saluti,
    Dario

  12. dario lo cicero said

    OOOPS…
    nella frase “Chi si dovrebbe vergognarsi…” mi è scappato un “si” di troppo. Scusate, diciamo che… ehmmm… volevo dimostrare che non è vero che sappiamo sempre e solo dire “no”
    😀

  13. marcolenzi said

    ciao dario e benvenuto nel mio blog. be’, come non ringraziarti delle tue parole? le condivido in pieno. e, per quanto mi sembrasse evidente che quando parlavo di valori della sinistra non parlavo di ‘partiti’, hai fatto benissimo a rimarcarlo. dei valori della sinistra oggi c’è più bisogno che mai, proprio perché manca una vera opposizione a questa cinica ottusità dilagante rappresentata dalle destre e incarnata nella loro inconsistenza culturale prima ancora che politica. ti abbraccio

  14. zapruder said

    E’ vero: bella la foto degli Area a pugno chiuso
    e non soltanto per un affetto personale, ma perche’ credo che rappresentano benissimo una relazione ‘viva’ tra politica e arte (pop)
    Contrariamente al cantautorato che, indipendentemente dagli esiti artistici, subiva in quegli anni il ‘discorso della politica’ tradizionale gli Area hanno saputo innervarsi di linguaggi e desideri dei movimenti creando una sintesi intelligente delle migliori energie sociali.

    Non e’ un caso se dal 77 in poi niente e’ piu stato lo stesso…

    [PS no, non sono stato a BO per quella cosa su Stratos 😦 ]

  15. beh che dire… sei fantastico approvo in pieno questo articolo e spero che giri… C’è ancora molta mentalità strutturalista, ma mmuffita però….. e ancora gente che crede nella musica post-seriale……. Perchè pensano che o c’è quella o il neotonalismo. Entrambe le cose si rifanno al passato. In merito alla politica poichè anche io non sono nè di sinistra nè di destra (tantomeno di centro) la musica deve entrare nella società ed esprimere interessi universali. In merito a Nono apprezzo la sua ultima fase compositiva, quella della ricerca vera, dell’elettrronica raffinata, delle atmosfere. E guarda caso fu il periodo in cui la smise di fare proclami di compagne e guerriglieri del sud america……….

  16. marcolenzi said

    caro cesare,
    ti ringrazio per l’apprezzamento del mio post. non vorrei però che quell’ “anche io” fosse frutto di un fraintendimento. io sono schierato politicamente e sono un convinto uomo di sinistra. credo nei valori fondamentali della sinistra e faccio il possibile per uniformare la mia condotta a quei valori. quello che volevo dire nel post è che non mi piacciono le strumentalizzazioni e le forzature operate da interpreti e lettori eccessivamente ideologizzati (essere convinti della bontà di un’idea – cosa che sfugge molto spesso e a tanti – non significa infatti essere ideologizzati: essere ideologizzati significa vedere OVUNQUE un riflesso dell’idea); interpreti che mostrano approcci riduzionistici a fenomeni complessi. quanto a nono: anche io apprezzo moltissimo l’ultimo nono, ma lui ha scritto capolavori in ogni fase della sua parabola creativa (‘il canto sospeso’, ‘ricorda cosa ti hanno fatto in auschwitz’ o ‘como una ola de fuerza y luz’ non valgono meno di ‘prometeo’, del quartetto o delle ultime opere). non è propriamente che ‘smise di fare proclami’ ma se si vuole con le ultime opere ricondusse il problema della comunicazione politica alla sua origine etica di capacità di ricezione e di ascolto. spostò cioè il problema della ricezione politica a quello dell’ascolto in generale. in questo senso trovo che le ultime opere, al di là della differenza di linguaggio, tradiscano una continuità più che una rottura con il passato. un caro saluto.

  17. Si certo, ho compreso molto bene pur essendo io un “ateo” in politica. La penso proprio come te. Però l’arte è universale e non per qualcuno e contro qualcun altro. Come una ola è uno dei lavori che preferisco di Nono ma proprio lo spostare il tutto sull’ascolto e la percezione è qualcosa di molto moderno e attuale e per questo stimo di più il Nono che si proietta sul futuro. Poi tante di quelle istanze ideologiche ora non hanno più senso. La fabbrica illuminata…. oggi gli operai del nord votano a stragrande maggioranza Lega, quindi……
    Poi come affermi, l’ideologia ha voluto vedere il buono anche dove non c’era e solo perchè rispecchiava quelle idee. Ma di fronte a tanti compositori comunisti di basso rilievo e privi di talento (Esaltati da Pestalozza) rimane Nono in quanto compositore vero al di là della ideologia.
    Credo infatti che Nono abbia molti estimatori che politicamente non la pensano come lui la pensava.
    Perchè ciò che conta è la musica….
    Un caro saluto!

  18. marcolenzi said

    caro cesare,
    il discorso qui si fa (o meglio si farebbe) spinoso e a cercare di approfondirlo correremmo il rischio di finire in un pantano… come ho già detto altre volte, lo spazio concesso da un blog è troppo angusto per lo sviluppo di questo genere di discorsi. permettimi soltanto, però, di spezzare più di una lancia a favore di pestalozza (e, credimi, non perché mi ha fatto l’onore di pubblicare il mio libro nella sua collana più nota): è vero che pestalozza per lunghi anni è stato indissolubilmente legato al partito (e come poteva, d’altra parte, NON esserlo: era DENTRO il partito, e a quali livelli). ed è vero che per un bel po’ di tempo ha mostrato un atteggiamento di diffidenza verso le correnti più distanti dalla ‘linea-nono’, soprattutto verso gli americani. ma attenzione: ‘musica/realtà’ è la rivista musicale italiana più aperta che si possa immaginare: basta scorrere la lista degli articoli e dei saggi che ha accolto e che continua ad accogliere nei suoi trent’anni di vita, provenienti dagli autori e dagli ambienti culturali più disparati che si possano immaginare, per rendersene conto. e ‘le sfere’ è indubitabilmente una delle collane più prestigiose, che ha fatto conoscere al pubblico italiano capolavori della musicologia internazionale (schafer e blacking, per citarne solo due) e scritti dei massimi compositori del novecento (de falla, varèse, cowell, xenakis, nono, pousseur, dufourt, etc.). il mio stesso contributo – indubbiamente il più modesto tra tanta scienza – è su un compositore americano sul quale nessun altro editore finora aveva pubblicato niente in questo paese. andiamoci cauti, dunque, su pestalozza. credo che gli italiani che amano la musica, per il livello e l’ampiezza della sua instancabile attività di critico e di operatore culturale, possano solo ringraziarlo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: