Bollettino mensile

30 giugno 2010

 

A partire da questo mese ho deciso di pubblicare un bollettino mensile con i termini più interessanti tra quelli usati dai cybernauti per arrivare a questo blog. Questi qui sotto sono quelli di giugno:

  • gamba rotta
  • concetto di musica bona
  • troiona bona ma vecchia
  • domande?
  • schema elettronico campanello tipo big b
  • pino calvi ho visto un’ombra
  • corredo dei bemolle
  • ora va
  • sono bona
  • mare forza 10
  • per non invecchiare
  • istoria lui annamaria franzoni
  • il giaguaro
  • sandro dossi
  • bonazza rotta in culo
  • cinghiale liuni
  • cheetah chrome motherfuckers piercecchi
  • chicchirichi cantava titolo? battiato
  • mucca italiana
  • foto ascelle sudate
  • amica scema ma bona
  • segnali stradali stop
  • albano pieno di coatti
  • pitagorici capelli
  • il peggior disco degli inti-illimani
  • iltempodellemele
  • cartello stradale con scritto pensiamo a
  • orietta berte ricoverata

Per Francesco Orlando

24 giugno 2010

Ieri l’altro notte ci ha lasciati Francesco Orlando, uno dei più fini studiosi e intellettuali italiani. Non sta certo a me ricordare qui i suoi meriti di studioso, il suo rigore intellettuale, l’importanza e l’originalità del suo pensiero di critico e teorico della letteratura, di musicologo, nonché le sue rare doti di insegnante: i tanti lettori appassionati dei suoi libri e le migliaia di studenti che per cinquant’anni hanno affollato le sue memorabili lezioni universitarie (ne ricordo personalmente alcune straordinarie che frequentai con gli amici Simone Lenzi e Simone Marchesi nei primi anni Novanta) possono testimoniarle meglio di qualsiasi discorso commemorativo. Solo un caro, commosso e affettuoso saluto, dunque, unito alla profonda riconoscenza e all’immensa stima per la persona straordinaria che è stato.

Quanto avrei voluto essere là, a scambiare quattro chiacchiere con Tenco in un bar di Genova, davanti a un Crodino, in un mite e sereno pomeriggio d’autunno…

Lontano da Denis Verdini

18 giugno 2010

Ho avuto anch’io il mio quarto d’ora d’infatuazione per la musica antica, qualche anno fa, quando mi immersi nell’ascolto prolungato di canto gregoriano e bizantino, trovatori e trovieri, Scuola di Nôtre-Dame e Ars Antiqua, Ars Nova e Subtilior e così via, fino alla sublime arte fiamminga, in particolare quella di Johannes Ockeghem, che pongo ai vertici dell’intera letteratura musicale. Ammetto che almeno in una certa misura è stata una moda (negli anni Ottanta spuntavano come funghi e per ogni dove gruppi dediti alla musica medievale, sulla scia dei modelli di Clemencic o del compianto – e insuperabile – David Munrow), ma certo la riscoperta della musica antica ha disvelato tesori come questo sublime mottetto di Philippe de Vitry: musica pura, fondata su rigorose strutture matematiche, eppure così espressiva e languida. Una musica che curiosamente, come alcuni hanno notato, è più vicina a molti aspetti della modernità (a certo Minimalismo, p. es., ma anche a compositori come Webern o Clementi) di quanto non lo sia quella delle tradizioni barocca o classica. Godiamocela signori, lontano dagli urli di Sgarbi, dall’orrenda voce di Maria De Filippi, dagli odiosi acuti di Al Bano, dai tatuaggi di Fabrizio Corona, dal ciuffo di Paolo Crepet, dalla faccia cubista di Ignazio La Russa, dallo sguardo idiota di Elio Vito.

no comment

14 giugno 2010

Tratto dall’album As he stands del 1973, è uno dei pezzi di Ron Geesin che amo di più.

Hanslick

11 giugno 2010

Ecco il passo di Hanslick (Il Bello musicale, Palermo, Aesthetica, 2001, p. 112) che ha provocato su di me quello che Wittgenstein avrebbe chiamato un “crampo mentale”:

La musica consiste di una serie di suoni e di forme sonore, che non hanno altro contenuto che se stesse. Esse richiamano alla memoria di nuovo l’architettura e la danza che ci presentano relazioni belle prive di un contenuto determinato. Ognuno può caratterizzare e definire l’effetto di un pezzo musicale secondo la propria individualità; ma il “contenuto” del pezzo non è altro che le forme sonore udite, perché i suoni non sono solo ciò attraverso cui la musica si esprime, ma anche la sola cosa espressa.

Insomma, quello che ha da dirci il suono, sembrerebbe suggerire il musicologo boemo, è il suono stesso. Un po’ come il Dio ebraico, che si presenta a noi dichiarando: “Io sono Colui che è”. O come la sostanza di Spinoza, che è causa sui. Ecco, pur con tutto il rispetto per l’immensa intelligenza di Hanslick, mi viene istintivamente da commentare come potrebbe farlo una quattordicenne livornese, e cioè così: “Dé, ma se te sei te, allora che cazzo vòi dalla mi’ vita?!”. 😀

I musicologi hanno buon gioco nel denigrare quello che viene da essi generalmente considerato l’approccio ‘ingenuo’ alla musica, quell’approccio cioè che tende ad associare alla musica delle immagini, di solito legate a ricordi o a particolari momenti del vissuto personale. Tale facilità deriva dal fatto che essi – i musicologi – tendono a pensare che per l’ascoltatore ingenuo l’immagine associata alla musica, senza la quale la musica stessa sembrerebbe priva di senso, è intesa come ciò che la musica significa, nel senso più letterale del termine ‘significare’. Come il significante ‘albero’ rimanda all’albero reale, il significante musicale – i suoni in cui esso consiste – rimanderebbe dunque all’immagine ad esso associata. E in effetti in molti casi sembrerebbe proprio che le cose stiano così: quante volte sentiamo rispondere, quando si chiede a qualcuno di descriverci le proprie sensazioni suscitate da un determinato ascolto, “questa musica mi ricorda…”, oppure “questa musica mi fa pensare a…”. Ed è lì che interviene puntualmente la ‘rettifica’ dell’esperto: “ciò è soggettivo”, puntualizza il musicologo, “riguarda soltanto te e il tuo vissuto più che la musica in sé; la verità è che tu non comprendi il significato della musica per ciò che essa è, ma solo per ciò – le immagini, i ricordi, i pensieri, l’extra-musicale, insomma – che suscita in te”. Questo ragionamento sembrerebbe di primo acchito non fare una grinza. Ed è vero: la musica “la si sa o non la si sa” e chi l’ha studiata, chi la sa ‘leggere’ e interpretare o a maggior ragione chi la sa scrivere, la capisce più e meglio di chi “non ne sa nulla”. Ma la faccenda è un pochino più complicata, come altrove ho sottolineato più volte. Intanto, non è così ovvio che nella relazione che l’ascoltatore ingenuo stabilisce tra la musica e le immagini da essa suscitate, i suoni fungano da ‘significante’ e le immagini da ‘significato’. Prendiamo un caso specifico: quello di una musica che per una ragione o per un’altra evochi irresistibilmente un ricordo, anche se non riusciamo bene a capire perché proprio quello (sono da escludere, quindi, le associazioni per così dire evidenti, p. es. la sigla del ‘Pinocchio’ di Comencini che ci ricordasse il ‘Pinocchio’ di Comencini, o che ci ricordasse la scena del momento in cui lo guardammo alla televisione, etc – qui infatti la musica non è che propriamente ci ricordi la sigla dello sceneggiato: la musica in questo caso è la sigla dello sceneggiato, la stavamo effettivamente ascoltando mentre guardavamo lo sceneggiato). Quando invece suscita un ricordo che non sia direttamente collegato ad essa, la musica non può significare il ricordo in sé, ma può semmai dirci qualcosa di esso, qualcosa che ci era sfuggito, che era stato solo vagamente percepito nel momento stesso in cui la scena del ricordo era stata effettivamente vissuta. Così, come invariabilmente si resta delusi e con l’amaro in bocca quando si torna nei luoghi della nostra infanzia, perché essi – i luoghi, le scene del nostro vissuto – sono capaci di suscitare in noi forti emozioni solo in quanto ricordi e non in quanto luoghi o scene possibilmente raggiungibili e ricostituibili (anche qualora si ritrovassero “esattamente com’erano”); così, dicevo, anche nell’associazione della musica al ricordo non si rivive propriamente la scena del ricordo, ma appunto quell’emozione, insieme vaga e peculiare, che già allora ci era sfuggita e che ha costituito la condizione preliminare e necessaria del ricordo stesso, ciò che ha reso insomma quella scena effettivamente vissuta degna di essere ricordata (ed è curioso constatare, a tal proposito,  che i ricordi emotivamente più intensi siano spesso quelli legati a momenti che, se analizzati alla luce della ragione, appaiono insignificanti o del tutto secondari rispetto ai momenti decisivi della nostra vita – quelli, per intenderci, che non andranno a costituire i nostri curricula). E allora e per finire, a ben vedere, la musica che suscita in noi un particolare ricordo o una particolare emozione o immagine (mi piace rendere labili e sfumati i confini tra questi due concetti) si fa garante di un’operazione tutt’altro che ingenua o arbitraria: essa dà voce non al ricordo ma all’emozione che lo ha attraversato fugacemente nel momento in cui è stato effettivamente vissuto e che è rimasta latente nel nostro inconscio fino al momento in cui la musica stessa, attraverso il suo straordinario e immenso potere, non ha occasionato una sua nuova manifestazione; un fenomeno, questo del riaffiorare di emozioni perdute, che certo, nulla aggiunge al vissuto e men che mai lo spiega, ma che riesce a mantenere vivo e intatto lo stupore per il mistero della vita e dell’essere.