Hanslick

11 giugno 2010

Ecco il passo di Hanslick (Il Bello musicale, Palermo, Aesthetica, 2001, p. 112) che ha provocato su di me quello che Wittgenstein avrebbe chiamato un “crampo mentale”:

La musica consiste di una serie di suoni e di forme sonore, che non hanno altro contenuto che se stesse. Esse richiamano alla memoria di nuovo l’architettura e la danza che ci presentano relazioni belle prive di un contenuto determinato. Ognuno può caratterizzare e definire l’effetto di un pezzo musicale secondo la propria individualità; ma il “contenuto” del pezzo non è altro che le forme sonore udite, perché i suoni non sono solo ciò attraverso cui la musica si esprime, ma anche la sola cosa espressa.

Insomma, quello che ha da dirci il suono, sembrerebbe suggerire il musicologo boemo, è il suono stesso. Un po’ come il Dio ebraico, che si presenta a noi dichiarando: “Io sono Colui che è”. O come la sostanza di Spinoza, che è causa sui. Ecco, pur con tutto il rispetto per l’immensa intelligenza di Hanslick, mi viene istintivamente da commentare come potrebbe farlo una quattordicenne livornese, e cioè così: “Dé, ma se te sei te, allora che cazzo vòi dalla mi’ vita?!”. 😀

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22 Risposte to “Hanslick”

  1. Tiziano said

    E infatti il Dio ebraico è parola, suono. E lo si cerca tra le pieghe delle cose solo quando le parole, torturate, perdono il loro significato per farsi astratte. E’ l’arte della Gematriah e della Temurah.

  2. marcolenzi said

    carissimo,
    lo so, lo so, ma alla fine non è neanche propriamente un problema musicologico, è più un problema linguistico. cosa mai può voler dire che una cosa “significa se stessa”, che i suoni “esprimono sé stessi”?! a ben guardare, non è che sia un’espressione tanto più felice di altre come “i suoni esprimono la fragranza della primavera” o “i suoni esprimono il dolore dell’abbandono”…

  3. Paolo said

    Per quanto mi riguarda ho sempre odiato questo linguaggio dei libri di filosofia (e quindi dei filosofi…?) in grado di far odiare e rendere pesanti riflessioni altrimenti fantastiche. A me sembra semplicemente un modo di rendere altisonante un concetto che può essere benissimo posto in parole semplici, ma che non avrebbe lo stesso effetto, da qui l’uso delle due tautologie virgolettate. O mi sbaglio?

  4. marcolenzi said

    no, credo che la faccenda sia un pochino più complicata. è complicata in sé, voglio dire: a me piace assumere spesso toni scherzosi e anche essere un tantino provocatorio, come sa chi mi conosce da tempo, ma non potrei mai dire che la questione in realtà è semplice e che i filosofi si divertono a complicarla. ciò non toglie che vi siano alcuni filosofi illeggibili o estremamente contorti, ma in genere sono filosofi di terz’ordine… questa questione del ‘significato’ e del ‘contenuto’ in musica la trovo particolarmente intrigante: infatti – ribadisco ancora una volta – a me sembra non abbia senso sia il sostenere che la musica abbia un contenuto preciso sia il sostenere che essa non significa altro che se stessa. sono entrambe posizioni false (e falsanti). vladimir jankélévitch, tra gli altri, ha scritto cose interessanti sull’argomento (nel saggio ‘La musica e l’ineffabile’).

  5. np said

    Bah, scusatemi. Ma sapete com’è: quando sono tra i filosofi, che ne sanno e studiano, magari sudando, dico che la filosofia andrebbe cancellata e abolita. Quando però ne parla chi ne sa poco o nulla, mi sento di difenderla. Non è ammissibile – o meglio, lo è, al bar in osteria o in piazza, o anche sui blog e facebook, ovviamente, che oggi le hanno sostituite – dire che la filosofia “appesantisce” le fantastiche realtà del sogno, della musica… Ma di quale realtà parlate? Voi la mattina non vi alzate, come tutti, e non andate a lavorare, e non vi incazzate ogni giorno per ogni minima questione? E allora. Direi che la filosofia potrebbe accettare critiche da ultra-filosofi, o da mistici… Ma non da tutti noialtri, spettatori. Rispetto, ragazzi, rispetto.

  6. np said

    Rispetto al punto, Marco, io trovo che sotto un certo profilo – cioè, se interpretiamo quella definizione in termini, diciamo, wittgensteiniani – le parole di Hanslick siano interessanti. La musica dice se stessa; ma questo non significa formalismo o assenza di contestualità o, per dirla con Levinson, assenza di storicità intenzionale, tutt’altro. Non so però se Hanslick la intendesse effettivamente così.
    un abbraccio.

  7. marcolenzi said

    @ np

    in realtà la posizione di hanslick è chiarissima, proprio alla luce del contesto storico-culturale in cui è maturata. la sua intendeva essere una presa di distanza dal sentimentalismo romantico (soprattutto dalla filosofia della musica romantica, così come si era manifestata p. es. negli scritti di wackenroeder, degli schlegel, di hoffmann e dei filosofi dell’idealismo, filosofia che si incarnava perfettamente nella musica di wagner e in tutta la musica cosiddetta ‘a programma’ – per dirla in estrema sintesi: il significato della musica è il sentimento che il compositore vi infonde e che viene trasmesso all’ascoltatore) e insieme una difesa dell’autonomia del linguaggio musicale, della cosiddetta musica ‘assoluta’, rappresentata soprattutto dalla musica strumentale dell’amico brahms. quindi lo scritto di hanslick sul bello musicale si inserisce perfettamente nel dibattito sulla musica proprio della sua epoca, ne è anzi la più compiuta espressione. se invece la si rilegge alla luce del dibattito attuale, con l’enorme quantità di contributi che alla musicologia sono pervenuti, negli ultimi trent’anni, dai più disparati ambiti disciplinari (in particolare dalle scienze neurofisiologiche e dalla psicologia sperimentale), la posizione di hanslick diventa più problematica. fra l’altro, a chi avesse letto il mio libro su feldman potrebbe apparire strano che io non la difenda a spada tratta: la musica di feldman infatti è quanto di più lontano esista dal descrittivismo e dalla matrice letteraria della musica a programma. ma è con l’idea di ‘abstract experience’ che feldman recupera alla musica una nuova dimensione dell”astratto’, un astratto che in quanto tale non veicola emozioni e sentimenti determinati (“the abstract experience is a metaphor without an answer”, dice feldman), ma che si differenzia anche dall’autoreferenzialità della musica ‘assoluta’ (la musica che “esprime se stessa”) superandone la dimesione linguistica e sintattica.
    detto questo (con molta superficialità), certo, mi rendo perfettamente conto che la questione è complessa e non cessa di esercitare tutto il suo fascino, proprio perché tocca non un aspetto qualsiasi del fenomeno musicale ma la sua stessa essenza.

    @ tutti (rispondendo al primo commento di np)

    sì, infatti: non si deve mai dimenticare che ci troviamo in un blog, cioè in un luogo che, per quanto virtuale esso sia, somiglia certo più a una piazza o a un bar che non al peripato aristotelico, all’accademia platonica o al giardino epicureo, come giustamente np sottolinea. vorrei aggiungere, anche se non dovrebbe essere necessario perché (almeno a me) mi pare evidente, che io – al di là delle mie competenze specifiche che riguardano ovviamente solo la musica e più in particolare un certo tipo di musica – mi sono aperto questo spazio per avere a disposizione un luogo in cui si possa essere liberi di di dire tutto quello che non si può dire a un convegno e che non si può scrivere su un libro che abbia una minima pretesa di scientificità. e c’è un intento satirico, ironico e autoironico, che percorre questo blog da capo a fondo. forse questo è meno evidente, soprattutto a chi si imbatte qui per la prima volta, perché mi rendo conto che spesso assumo toni che possono apparire seri quando in realtà non lo sono. come qui, in questo post: mi piaceva l’idea di una quattrodicenne livornese che rispondesse a hanslick; non per dire che hanslick è uno ‘scemo’ (dio me ne guardi!), ma perché mi piace l’idea di portare in piazza o al bar questioni che per essere sviluppate come si deve richiederebbero ben altri luoghi, ben altri argomenti e ben altre competenze. e poi mi piace che chiunque possa commentare, dal filosofo all’idraulico, dalla poetessa alla velina, che si mandino baci o si mandino affanculo, che ci trovino moglie o che si annoino a morte. 🙂 lo so: il rischio di venir presi sui coglioni è molto alto, perché magari non tutti sono disposti a condividere l’ironia, ma anche questo è un rischio che mi piace correre (e il fatto che nessun musicologo finora mi abbia mandato affanculo è sicuramente più indicativo della seriosa continenza degli studiosi che non delle mie presunte virtù affabulatorie, eh eh eh…)

  8. np said

    Carissimo, sai quanto sono d’accordo con te. Ma un conto è il tuo gioco, consapevole e ritmato e raffinatissimo. Un conto è “la pupa e il secchione”, dove emerge che i secchioni sono più scemi delle pupe perché hanno studiato troppo e studiare fa male (sic!). Ora, se uno, dopo che ha letto 10.000 libri, dice che forse leggere troppo fa male, mi va benissimo. Se me lo dice Papi, o Emilio Fede, o anche la velina di via ricasoli, la mando affanculo io più forte di quanto lei manda affanculo me. O ci si rispetta tutti, o non ci rispetta nessuno. E oggi, in questo contesto in cui pare che studiare sia una colpa (specialmente studiare filosofia et simila), mi pare importante rivendicare, in generale, questo ruolo. Che mi farà stare sui coglioni, macchisenefrega.

  9. Tiziano said

    Credo si debba sottolineare che dire che il suono è il suono stesso oppure dire che il suono esprime la primavera, i fiori o la fanciulla nella torre siano tutte espressioni equivalenti. Non credo, infatti, abbia senso avere un approccio semantico alla musica, perché un approccio semantico va nella direzione dell’esperienza logica, razionale, scientifica. Il suono semmai convoca e cancella la primavera, i fiori, la fanciulla nella torre e il suono stesso. E’ il senso, semmai ve ne possa essere uno, dell’esperienza astratta, che poi assomiglia un po’ al convocare la ricerca disperata del nome di Dio attraverso la pratica mistica della Temurah e della Gematriah.
    Altrimenti come si spiegherebbe l’interesse dell’astratto Feldman per il descrittivo Sibelius?

  10. Paolo said

    Visto che non solo sono stato frainteso (e a ragione, perché al solito non mi sono assolutamente spiegato) ma ho addirittura alzato un bel polverone, datemi la possibilità di aggiustare il tiro.

    Non intendevo assolutamente né screditare il peso e l’importanza del problema, né tantomeno mancare di rispetto a chi studia filosofia; la mia critica non era sui contenuti, ma sulla comunicazione. Le “fantastiche riflessioni” a cui mi riferivo erano proprio quelle della filosofia stessa: quello che ho contestato è il modo in cui le ho sempre viste e sentite espresse; data la vastità e l’importanza delle questioni che pone, ho sempre creduto che la filosofia dovrebbe essere fruibile e comprensibile a qualsiasi livello, sia a “pupe” che a “secchioni”, dal momento in cui vengono poste barriere linguistiche (e da un certo punto di vista anche barriere emozionali) fallisce in questo specifico scopo, perché se non è un dovere morale della filosofia quello di riuscire a diffondere l’amore per il sapere ed elevare l’umanità, a chi spetta altrimenti?
    Per questo io credo che debbano crearsi occasioni per cui la filosofia possa essere criticata da ultra-filosofi e da quattordicenni livornesi ;). Questo quindi è il mio umile punto di vista, da uomo della strada, e ritengo di avere tutto il diritto di esprimerlo. Sinceramente mi dispiace che np si sia sentito in qualche modo attaccato e offeso, ma spero che dopo aver letto questo intervento si sia reso conto che il mio intento era ben diverso. Visto che tutta questa questione è nata da un mio stato transitorio di imbecillità in cui ho creduto che Marco nel suo intervento fosse risalito dal particolare al generale, direi che non è il caso di continuare qui.

    ____

    Tornando al dibattito musica contenente/contenuto, c’è una situazione che sto vivendo attualmente che mi sembra correlata. Ho avuto l’occasione di fare un paio di lezioni di composizione da una persona che utilizza un approccio totalmente emozionale, questo l’obiettivo della lezione: data una sezione ritmica e relative parti di accompagnamento si scrivono linee melodiche in funzione di ciò che si vuole esprimere (musica quindi intesa come mezzo). Entrambe le volte visto il risultato mi è stato detto che sono troppo cervellotico, troppo teorico, di non utilizzare “cuore”. Ecco, mi sembrano esattamente le manifestazioni sul piano pratico di quello che si sta discutendo. Sono due correnti di pensiero che si scontrano e che in apparenza non sembrano in alcun modo conciliabili. Sopra Tiziano scrive che non sembra avere senso un approccio scientifico alla musica, sarei stato d’accordo se avesse scritto “totalmente scientifico”, perché secondo me non si scappa, la musica è matematica. Credo che la sfida stia nel mescolare razionalità ed emozione in maniera omogenea e quindi quasi indistinguibile. Scusate ma sono di fretta, spero di essere stato pertinente all’argomento, spero di ampliare prossimamente il ragionamento. 🙂

  11. np said

    Caro Paolo,
    non mi ero sentito offeso, anche perché non sono certo in condizioni di offendermi, non essendo certo un filosofo ma solo uno studioso. Il tono della tua risposta è talmente pacato e gentile da meritare tutto il plauso possibile. Però sono in disaccordo sul punto: non credo che una quattordicenne livornese possa mettere in questione la filosofia, né criticarla. Potrebbe, cosa diversa, mettere in questione un filosofo quarantenne o sessantenne che s’innamorasse di lei, il che è senz’altro possibile e dà da riflettere; ma questo non significa che la filosofia ne esca sconquassata, solo l’incauto amante.
    Poi: tu dici che deve parlare a tutti, ecc… E’ un annoso problema. Io credo di no. Credo che possa e debba parlare solo a chi si applica e si sforza di capire. Conosco un sacco di gente che dice di essere interessata alla filosofia, salvo poi – quando si comincia a entrare nel vivo – dire che “sono sottigliezze” intellettuali inutili. Bene. Allora, perché se uno studia fisica quantistica o effetti dell’urea sulla caseina, è un onesto portatore di un sapere specialistico e la gente lo ascolta e tace (a meno che non abbia studiato lo stesso argomento), e se uno studia filosofia è invece smentibile dalla gallina livornese?
    Solo perché si occupa magari anche di morale, di felicità e di musica? Certo, questo qualcosa significa. Credo però che non sia tanto l’argomento in ballo, l’aspetto dirimente, quanto il punto di vista da cui lo si affronta: appunto, il punto di vista filosofico che è diverso da quello dell’uomo della strada (pur intersecandosi con questo in certe occasioni).

    Grazie Paolo del tuo commento, cari saluti

    np

  12. marcolenzi said

    ecco. bene. bello.
    al di là delle mie boutades, sono felice di leggere commenti come questi sopra e orgoglioso di ospitare qui commentatori come np e paolo.
    (insomma, via, qualcosa fanno, ‘sti blog… 🙂 )

  13. da said

    non sono affatto d’accordo con np, e mi sento di ricordare che anche i semplici (posto che esistessero ancora, e non gli acculturati che ritengono di aver capito solo perchè hanno conseguito qualche meschino diploma) sono portatori di “filosofia”, ove per filosofia (e questo era un chiarimento già dovuto nel precedente post) si intenda l’indagine logica delle strutture di pensiero (che a loro volta potrebbero non rientrare nella logica) che stanno alla base di comportamenti individuali e collettivi (storia, estetica, morale ecc). Di questo la filosofia dei filosofi (com’è stato in passato, anche nella fase teologica) non dovrebbe scordarsi, e convergere negli intenti (e non nel linguaggio o nell’ accuratezza della ricerca, non sono d’accordo neanche con paolo) con la filosofia dei semplici, che si potrebbe rivelare affatto semplicistica. In questo senso il filosofo dovrebbe ancora sentire l’obbligo di confrontarsi con chiunque, perchè è anche quel chiunque il suo oggetto di ricerca; l’esempio della fisica quantistica è irrilevante, proprio perchè si tratta di un sapere tecnico per propria natura elitario, mentre l’ intento universalistico alla base della filosofia va custodito quanto più possibile.

  14. marcolenzi said

    @ paolo
    nel tuo ultimo intervento introduci un tema ulteriore, certo correlato a quello del ‘contenuto’ della musica, che amplia a dismisura il già di per sé smisurato problema qui posto: la questione cioè del rapporto tra razionalità ed emozionalità nella musica (e in particolare nell’attività compositiva). anche qui occorre essere flessibili: non esiste musica né attività compositiva che sia del tutto priva di uno dei due elementi, per quanto la loro proporzionalità reciproca all’interno di un pezzo possa oscillare tra un massimo e un minimo livello. la prima cosa che mi viene da dire, qui, è che la prevalenza dell’una o dell’altra componente non pregiudica minimamente il risultato, non solo in termini di valore artistico assoluto ma neanche rispetto alla percezione del pezzo. non è detto cioè che un brano scritto secondo criteri ‘matematici’ (in cui p. es. i numeri giocano un ruolo fondamentale) non sortisca effetti di grande fascino o suoni ‘matematico’, così come non è detto che una bellissima melodia, composta ‘spontanemante’ e senza starci a pensare più di tanto, non possa risultare a un’analisi compiuta su di essa a posteriori descrivibile in termini prettamente geometrici. boulez usava rigorosi procedimenti matematici (quelli della serialità integrale) per esprimere il delirio; del pari, aldo clementi usa esclusivamente procedimenti canonici per creare una musica ‘informale’. d’altra parte, sappiamo come chopin, che rappresenta sotto molti aspetti la quintessenza del romanticismo, avesse preso a modello in molte delle sue composizioni il rigore di bach, etc. etc. ‘cervellotico’, tornando al tuo discorso, per me significa soltanto ‘contorto, scritto male’, e non ‘costruito secondo criteri esclusivamente razionali’ (anche se, ripeto, le due cose non si escludono a vicenda: sono semplicemente indipendenti l’una dall’altra); e una melodia venuta ‘dal cuore’ non è detto che non possa suonare banale. vabbe’, anche qui ci sarebbe talmente tanto da sviluppare, che almeno per ora mi fermo qui…

  15. zapruder said

    Al posto del boemo io proverei a superare l’empasse puposecchionica con polanskiana leggerezza: suggerirei alla ragazzina ricasolina
    -NB: ormai nell’eta’ del consenso-
    di adottare un principio interpretativo diciamo cosi’, marchettaro:
    ‘la musica puo’ essere come-tu-la-vuoi proprio perche’ e’ sempre e soltanto se stessa’
    Seguirebbe ovviamente il disinteressato consiglio di estendere l’insegnamento al resto dell’ esistenza.
    I problemi maggiori probabilmente sorgerebbero con i genitori di lei: magari e’ figlia di architetti che proverebbero a spiegarmi -dopo avermi opprtunamente immerso nel cemento fino al collo- che e’ l’architettura a non essere mai a-contenutistica.

    grazie np, per la stura Nabokoviana
    😉

  16. marcolenzi said

    @ da
    non mi sembra che np abbia detto che i filosofi non debbano ‘interessarsi all’uomo comune’; ha invece sottolineato una cosa importante e di grande attualità, specie in tempi culturalmente bui come questi: non si può pensare a una ‘vulgata’ filosofica senza che da parte dei suoi presunti destinatari (la gente o i semplici ‘curiosi’) non vi sia un reale sforzo, un vero desiderio di capire e di approfondire le questioni poste dalla filosofia. non si può affidare a ‘i quindici’, al ‘bignami’ o alle buste-sorpresa il compito di svelare agli uomini in parole semplici che cos’è la libertà, come funziona il linguaggio o quale sia il rapporto tra fede e ragione. come ogni altra disciplina, anche la filosofia ha i suoi modi specifici di porre le questioni e di argomentarle, e occorre avere familiarità col suo strumentario critico e analitico, con i suoi concetti e con le sue categorie. certo, ci può essere un filosofo più bravo di altri nel riuscire ad attrarre a sé gli ascoltatori, a interessare gli altri alla filosofia, ma ciò non toglie che a ciò debba necessariamente far riscontro un cospicuo sforzo di comprensione e soprattutto una vera dedizione alla lettura e alla meditazione da parte dei cosiddetti ‘semplici’. questo (parlo per me, ovviamente) mi sembra abbia detto np.

  17. np said

    Beh, da, che dirti. Rispetto la tua opinione, ma come altre volte mi è capitato di rilevare, non sono d’accordo su nulla di quel che dici, tranne – come puntualizzava Marco – che non intendevo affatto dire che la filosofia non abbia come oggetto anche – direi soprattutto – il discorso comune, e quindi anche quelli che tu chiami (con termine che trovo davvero curioso) “i semplici”. Mi pare che tu abbia un’idea un po’ romantica della filosofia, ma questa è la mia opinione.

    Un’ultima cosa: sempre questo antiaccademismo retorico , “gli acculturati che ritengono di aver capito solo perchè hanno conseguito qualche meschino diploma”…. Mi pare che quest’ideologia recente non stia producendo grandi risultati, o mi sbaglio? Chiaramente esistono un sacco di laureati o professori di ogni grado idioti e ottusi, ma ne esistono altrettanti in ogni categoria, anche tra quelle dei “semplici” (oggi piàù che mai emulatori di ogni peggio in ogni campo). Quindi, trovo che insistere sull’elogio dell’ignoranza, del non studio ecc. (perché tanto ci si arriva lo stesso) sia non solo falso, ma pericoloso.
    Cari saluti a tutti
    np

  18. da said

    forse non ho scritto chiaramente, forse non avete letto con cura

    non ho minimamente mischiato i due piani: la filosofia (il pensiero ) dei filosofi, la filosofia del semplice

    l’una scaturisce dallo studio, dal confronto, dalla lotta con il linguaggio per esprimere ciò che sembra difficilmente definibile
    l’ altra spesso dal lavoro, magari un lavoro artigianale che si confronta tutti i giorni con il peso, la durezza, la ritrosia della materia a farsi oggetto.
    per tutti poi il dolore, la gioia ecc

    la pericolosità è che l’ uno abbandoni il proprio per spostarsi nell’ altro piano, e allora discettare del senso dell’ essere diventa barzelletta, sia che lo faccia il docente in tv, sia che lo faccia il falegname al bar

    questo non toglie che, occupandosi della sfera umana, sarà (ma da quanto non lo è?) che il filosofo andrà a spiegare qualcosa all’ ignorante, forse imparando anche lui qualcosa

    ho fatto notare che filosofia (nella definizione che ne ho dato) appartiene, nei propri modi, al contadino come allo specialista,niente a che fare con la filosofia per le masse o, non trovo dove l’ ho scritto, l’ elogio dell’ ignoranza, cosa che semmai trovo, e questo l’ ho affermato nei blog che frequentiamo, esiziale: questo vuoto è riempito ad ogni livello dall’ economicismo, che non è certo filosofia, avendo altra origine, ma che viene passivamente accettato come genesi e spiegazione plausibile di ogni fatto compiuto

    un giorno o l’ altro me la spieghi meglio, sta storia del romantico, fino ad allora lascia perdere

    il termine “semplice” viene da Gramsci

  19. np said

    “non ho minimamente mischiato i due piani: la filosofia (il pensiero ) dei filosofi, la filosofia del semplice”

    io contesto che esista una “filosofia del semplice”, o se esiste è come “la filosofia dell’automobile”, “la filosofia del Club Med”, “la filosofia di questo ristorante”.

    “l’una scaturisce dallo studio, dal confronto, dalla lotta con il linguaggio per esprimere ciò che sembra difficilmente definibile
    l’ altra spesso dal lavoro, magari un lavoro artigianale che si confronta tutti i giorni con il peso, la durezza, la ritrosia della materia a farsi oggetto.
    per tutti poi il dolore, la gioia ecc”

    A parte i problemi enormi che solleverebbe l’analisi se la filosofia nasca dalla “lotta con il linguaggio per esprimere…”, vorrei soffermarmi sulla seconda parte. Quello che tu chiami filosofia è, secondo me e altri, pensiero o sapere, sapienza/saper fare ecc… Un grande fabbro non è un grande filosofo, è un grande fabbro; difficile che sia anche un grande filosofo. Per me, e per altri, la filosofia non è il contenitore di tutte le costanti del pensiero umano in ogni sua declinazione, ma un ambito specifico, una tradizione, un insieme di opere e di nomi.

    Quando dico che hai una visione romantica della filosofia, lo intendo nel senso che mi pare tu avalli, con la tua impostazione, l’idea per cui la filosofia è tutto, e tutto è filosofia: come fosse una categoria sopradeterminata e fondamentale, come se la storia di tutto fosse sempre storia della filosofia e viceversa. Una visione romantica, post Hegel, che si trova per esempio anche in Croce e in tanti altri.
    Io penso che la filosofia non abbia tutta questa ampiezza, e che il mondo non sia il mondo dei filosofi; la filosofia ha un’origine, un ambito, una filiazione, ecc..

    “questo non toglie che, occupandosi della sfera umana, sarà (ma da quanto non lo è?) che il filosofo andrà a spiegare qualcosa all’ ignorante, forse imparando anche lui qualcosa”

    Io penso che il filosofo non debba andare a spiegare qualcosa all’ignorante in quanto filosofo; credo che possa insegnargli qualcosa, se l’ignorante vuole imparare qualcosa di filosofia. Altrimenti ognuno saprà le cose che sa, e tutti amici come prima.

    Non penso dunque che la “filosofia” appartenga al contadino come allo specialista, il pensiero invece certamente sì: un contadino certamente pensa. Ma non perché pensa è un filosofo. Non do insomma a “filosofia” quel significato onnicomprensivo che tu dai, a mio modo di vedere sbagliando.

  20. protociccius said

    Caro Marco,
    la puntualizzazione sulla vocazione ‘semiseria’ di questo blog mi sembra piuttosto superflua. Io ho sempre commentato e argomentato un po’ da filosofo e un po’ da idraulico, un po’ da poetessa e un po’ meno da velina, certo, ma per evidenti limiti antropologici (e culturali). Quasi mai da quattordicenne livornese, ora che ci penso, ma in questo caso soltanto perché mi mancano i connotati essenziali e persino un’ortografia adeguata alla circostanza. Proverò, dunque, a commentare anche stavolta da confuso e frammentario protociccius. 😉

    Io trovo particolarmente interessante l’affermazione di Tiziano, secondo cui “il suono convoca e cancella la primavera, i fiori, la fanciulla nella torre e il suono stesso”. Né più né meno di quanto avviene (in modo forse meno evidente) con la parola se ci troviamo, per esempio, all’interno di un contesto poetico.
    La nozione di significato (anche in linguaggi apparentemente più ‘decifrabili’ di quello musicale) è sempre insidiosa, sfaccettata, persino ingombrante. E qui ci sarebbe davvero da sviluppare e avviluppare all’infinito…

    Una bella provocazione a me pare quella di Giorgio Manganelli che, com’è noto, era un convinto fautore di quella che si potrebbe definire ‘letteratura assoluta’, e che così risponde a Paolo Terni, nel corso di una conversazione sulla musica: “Questa capacità del discorso musicale di non dovere neanche – almeno apparentemente (perché in realtà sappiamo che non è vero) – affrontare l’onta del significato: questo è un privilegio che il letterato non può non invidiare continuamente.”

    (continua)

  21. da said

    a np

    sì bene, almeno ci siamo capiti, ognuno nel suo

    il problema di fondo che volevo porre è la subalternità della filosofia -intesa ,come dici bene, in quanto tradizione- e la marginalità del “general intellect” – che non è solo sapienza legata alla produzione

  22. Tiziano said

    …”l’onta del significato” è una meravigliosa espressione di Manganelli. Grazie Protociccius.

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