Lontano da Denis Verdini

18 giugno 2010

Ho avuto anch’io il mio quarto d’ora d’infatuazione per la musica antica, qualche anno fa, quando mi immersi nell’ascolto prolungato di canto gregoriano e bizantino, trovatori e trovieri, Scuola di Nôtre-Dame e Ars Antiqua, Ars Nova e Subtilior e così via, fino alla sublime arte fiamminga, in particolare quella di Johannes Ockeghem, che pongo ai vertici dell’intera letteratura musicale. Ammetto che almeno in una certa misura è stata una moda (negli anni Ottanta spuntavano come funghi e per ogni dove gruppi dediti alla musica medievale, sulla scia dei modelli di Clemencic o del compianto – e insuperabile – David Munrow), ma certo la riscoperta della musica antica ha disvelato tesori come questo sublime mottetto di Philippe de Vitry: musica pura, fondata su rigorose strutture matematiche, eppure così espressiva e languida. Una musica che curiosamente, come alcuni hanno notato, è più vicina a molti aspetti della modernità (a certo Minimalismo, p. es., ma anche a compositori come Webern o Clementi) di quanto non lo sia quella delle tradizioni barocca o classica. Godiamocela signori, lontano dagli urli di Sgarbi, dall’orrenda voce di Maria De Filippi, dagli odiosi acuti di Al Bano, dai tatuaggi di Fabrizio Corona, dal ciuffo di Paolo Crepet, dalla faccia cubista di Ignazio La Russa, dallo sguardo idiota di Elio Vito.

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3 Risposte to “Lontano da Denis Verdini”

  1. protociccius said

    Ce la siamo goduta intensamente. Le ascendenze su certo minimalismo e sulla musica di Clementi (o di Ligeti, aggiungerei) sono un fatto evidente, credo, talvolta dichiarato, riconosciuto e riconoscibile. Potresti invece illuminarci – sia pure per linee essenziali – su ciò che lega questo mottetto a Webern?

  2. marcolenzi said

    carissimo,
    sì, certo, anche ligeti.
    su webern, be’, si può ricordare che della santa trinità viennese fu quello che più di tutti rimase legato a certi ‘fiamminghismi’ (non per niente si era laureato sul ‘choralis constantinus’ di isaac!), artifici polifonici che certo emergono sempre più chiaramente solo nell’ultima produzione, ma che sono un tratto distintivo del suo stile. potrei aggiungere il senso di staticità formale (i colores medievali somigliano molto più a varianti e permutazioni di frammenti di scale che non a melodie vere e proprie) e l’approccio speculativo alla composizione (predeterminazione del materiale, costruzione di simmetrie intervallari, etc.). ovviamente resta fuori il linguaggio (cromatico quello di webern, eminentemente diatonico quello di de vitry) e l’attenzione all’orchestrazione e alle dinamiche (del tutto assente nella musica medievale). ma quello che io personalmente considero l’elemento di maggior sintonia col moderno è appunto la staticità temporale, l’assenza di ‘discorsività’. curiose e imprevedibili tangenze. un abbraccio

  3. protociccius said

    Grazie delle delucidazioni, così puntuali e dettagliate, Marco. Come al solito, sei una fonte generosa di spunti, curiosità e sollecitazioni 😉

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