Non so perché, ma questo dettaglio del celeberrimo dipinto di Sandro Botticelli mi ha sempre profondamente inquietato. La trovo una delle immagini insieme più sublimi e terrificanti che un pittore abbia mai concepito. Un giorno, per caso, la vidi in un filmato del Tg3 appesa alle pareti della casa di Pietro Pacciani e mi spaventai a morte.

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Lui (egli)

19 agosto 2010

Qualcuno (persona tutt’altro che imbecille) tempo fa mi chiese a bruciapelo cosa pensassi di Baglioni e io rimasi zitto come un sasso. In realtà avrei potuto tranquillamente rispondere: “Mi fa caa’, lui e le sue canzoni”, che fra l’altro è la pura verità. E invece mi bloccai. Non dissi nulla. Ora, cogliendo lo spunto da un recente post sul musicista romano pubblicato da un amico su Facebook, post nel quale in sintesi si dice, più o meno, “sì, ma però…”, vorrei cercare di rispondere a quella domanda. La cosa richiede chiaramente un certo sforzo, ma penso valga la pena provarci, se non altro perché mi consente di riprendere e sviluppare alcune considerazioni che ho disseminato qui in qualche mio vecchio post (p. es. nei commenti di quello sugli Abba). La questione riguarda evidentemente il giudizio di valore estetico; ci si chiede insomma se le canzoni di Baglioni siano belle o no. Ciò riguarda dunque sia le canzoni in sé sia il contesto del quale esse sono espressione e nel quale ricevono il loro senso. Ovviamente è impossibile distinguere in maniera netta i due aspetti, indicare esattamente dove cominci l’uno e dove finisca l’altro; nondimeno essi restano due aspetti distinti, nel senso e nella misura in cui l’uno non può mai arrivare a inficiare l’altro fino al punto di annientarlo. Al di là di conclamati (ancorché rari) casi di perfetta congruenza tra forma e contenuto, sia in senso positivo che negativo, si può sempre arrivare a dire, insomma: “Ciò di cui la canzone parla mi repelle, però certo non si può negare che essa sia stata costruita da una mano abile e sciolta”, oppure, di converso, “la canzone induce riflessioni interessantissime e parla di cose incredibilmente toccanti, però lo fa in modo goffo e maldestro attraverso uno stile fiacco e un’invenzione debole”. Tra questi due estremi si collocano un’infinità di sfumature e di oscillazioni che rendono ogni canzone un caso a sé stante, in qualche pur minima misura distinto dagli altri. Certo, si può anche decidere di tagliar corto e di lasciar parlare unicamente i sentimenti, fregandocene allegramente della coerenza di un costrutto formale o della perfezione plastica di una melodia – è anzi questo l’atteggiamento dal quale confesso di sentirmi più irresistibilmente attratto nel caso di Baglioni – e dire, appunto, “mi fa caa’, lui e le sue canzoni”; ma qualcosa evidentemente mi frena, e questo qualcosa non è altro che il rispetto dell’interlocutore. Rispondere “Baglioni mi fa caa’” a una persona che magari anche stimiamo o a cui vogliamo bene, sarebbe un po’ come dirgli: “Guarda, io e te apparteniamo a mondi diversi e inconciliabili, quindi è inutile parlarne”.  E se sono disponibilissimo a sancire l’inutilità di una discussione sui gusti personali, credo non sia mai inutile un confronto tra esperienze d’ascolto e più in generale di vita, soprattutto se volto a esplicitare il proprio punto di vista piuttosto che a distruggere quello dell’altro. E dunque, proviamo a dare una risposta.

Baglioni è, notoriamente, uno di quei personaggi che hanno (o forse sarebbe meglio dire che hanno avuto) un seguito di estimatori caratterizzati da una devozione assoluta. Non sono pochi quelli che lo considerano il più grande poeta della canzone italiana, e quel frescone di Tommaso Labranca, in un curioso libello apparso qualche anno fa, arrivò addirittura a proporlo come “il massimo artista contemporaneo italiano”. Si potrebbe subito obiettare che il livello culturale medio del suo pubblico più affezionato è relativamente basso; ma la recente pubblicazione dell‘opera omnia nella serie dei cofanetti Einaudi ‘Parole e canzoni’ lo ha in qualche modo consegnato definitivamente alla cultura italiana tout court. Effettivamente, al di là delle classifiche e dei deliri, Baglioni non è certo un artista di ‘culto’, anzi. È un cantautore che piace a un numero incredibilmente grande di persone. Tale diffuso apprezzamento si fonda sul fatto, peraltro indiscutibile, che Baglioni è riuscito attraverso le sue canzoni ad esprimere e rappresentare meglio di chiunque altro l’universo affettivo dell’italiano medio e ancor più le modalità con cui l’italiano medio vive i suoi affetti attraverso i codici linguistici e comportamentali più corrivi (che poi questo mariorossi sia mai effettivamente esistito o non esista effettivamente più è un altro discorso, ma credo che ci siamo capiti su chi siano coloro ai quali intendo riferirmi): la maglietta aderente che fa intravedere le puppe, i sacchetti dell’upim e i rossetti, i passerotti e i cagnolini, le silhouettes degli innamorati al tramonto, i piedi nudi e gli occhi chiusi, il primo e l’ultimo bacio (quello con un po’ di muccino al naso) – nelle sue canzoni ci sono tutti i luoghi comuni della più patinata cultura di massa. Baglioni è da sempre considerato il cantore dei fremiti adolescenziali per antonomasia, il poeta ufficiale della gioventù perbenista italiana. Un bravo ragazzo, insomma: pulito, sereno, equilibrato. È ‘il centro’, ecco: Baglioni rappresenta perfettamente il centro. È l’Udc della musica italiana, la pierferdinanda che concilia tutti: nonne, mamme, zii e nipoti. Tutti tranne il resto di tutti, beninteso: e infatti è amorevolmente detestato da tutta la gioventù ‘alternativa’, dai rockers agli esistenzialisti, dai dark ai ravers…

Sì, insomma, abbiamo capito: ma, al di là di questa ‘apologia della normalità’, quale sarebbe in fondo il problema?  Ecco, il fatto gli è che io credo che le sue canzoni siano troppo legate all’immaginario che esprimono, sono canzoni cioè completamente prive di quel carattere di astrazione che le esporrebbe all’apprezzamento anche di chi non si identifica completamente in esse. Manca la distanza, il punto di vista. Sono spiaccicate, spalmate su quell’immaginario giovanile standard al quale aderiscono totalmente. Questo, in estrema sintesi, è per me il problema. Ma tutto ciò non vale forse per un gran numero di casi? Non si potrebbe dire la stessa cosa anche per i Joy Division o per Piero Ciampi, rispetto ai loro ambiti espressivi di riferimento? Sì, ma con una piccola differenza: che (di solito) chi non si identifica nelle canzoni dei Joy Division o di Piero Ciampi non vi si identifica perché non le capisce, mentre chi non si identifica in quelle di Baglioni non vi si identifica perché le capisce fin troppo bene. Ma cosa voglio dire con questo? Forse che la chiarezza, la comunicabilità, la condivisibilità culturale ed emotiva sono dei difetti? O, peggio, che si debba demonizzare la maggioranza, attraverso una sorta di ostracismo al contrario? No, nulla di tutto questo. Voglio solo dire che affinché una qualsiasi opera d’arte – e quindi anche una canzone – possa avere un qualche valore, essa deve contenere un po’ di… mistero. Almeno un po’. Qualcosa di irriducibile, di incomprensibile. Si deve verificare insomma uno scarto, all’ascolto. Qualcosa deve restare fuori. Ed è questo scarto, secondo me, ciò che suscita nell’ascoltatore le emozioni più profonde. Ecco: ciò è precisamente quello che non sento nelle canzoni di Baglioni, ed è per questo che – per quanto siano ben scritte e per quanto abbiano coccolato intere generazioni di giovani – le trovo mortalmente noiose. Ora, questo ‘scarto’, sia ben chiaro, non è qualcosa di inafferrabile e di irriducibile solo per l’ascoltatore: lo è forse ancor di più per l’artista. Non è un ‘trucco del mestiere’, tanto per intenderci, qualcosa che l’artista acquisisce, con cui familiarizza e che finisce per usare a suo piacimento per scopi espressivi o costruttivi diversi: no, esso è quell’angoscia che accompagna sempre, come una seconda coscienza, l’atto creativo. È quell’incertezza, quel ‘non saper bene cosa si stia facendo’, quella paura del fallimento che, se mantenuta viva durante il processo creativo, conferisce all’opera quel tocco di poesia in più. Ed è a questa incertezza, a questa fragilità che si contrappone la sicumera di un Baglioni, la sua convinzione di “parlare a tutti delle cose di tutti attraverso il linguaggio di tutti che tutti comprendono”. Ma per me è proprio quando un’opera d’arte non si capisce che essa comunica di più, anche se so benissimo che – paradossalmente o non paradossalmente, a seconda dei punti di vista – è quasi sempre proprio questa incomprensione ad allontanare il pubblico. ‘Esprimere l’inesprimibile’: ecco, in questo celebre, anche se forse un po’ didascalico e altisonante motto romantico, risiede secondo me l’essenza più autentica del fare arte. Nel tentativo di dar voce a ciò di cui non si sa render conto; nell’intenzione espressiva, più che nella cosa espressa. Insomma, perché non mi annoi la busta dell’upim bisogna che a un certo punto si rompa, la maglietta si strappi e l’amante in riva al mare inciampi su un sasso o si procuri un piccolo taglio al piede con il guscio di un’arsella: deve manifestarsi cioè in qualche modo la forza dell’ironia – forse la più perfetta espressione di quel ‘mistero’ di cui parlavo prima – non intesa come comicità ma, ancora romanticamente, come distanza, come rottura, come accadimento dell’inatteso.

Ecco: di questo sento il bisogno quando ascolto musica, leggo una poesia o guardo un quadro. E per questo non amo (anzi, mi fanno caa’) le canzoni di Baglioni.