Lui (egli)

19 agosto 2010

Qualcuno (persona tutt’altro che imbecille) tempo fa mi chiese a bruciapelo cosa pensassi di Baglioni e io rimasi zitto come un sasso. In realtà avrei potuto tranquillamente rispondere: “Mi fa caa’, lui e le sue canzoni”, che fra l’altro è la pura verità. E invece mi bloccai. Non dissi nulla. Ora, cogliendo lo spunto da un recente post sul musicista romano pubblicato da un amico su Facebook, post nel quale in sintesi si dice, più o meno, “sì, ma però…”, vorrei cercare di rispondere a quella domanda. La cosa richiede chiaramente un certo sforzo, ma penso valga la pena provarci, se non altro perché mi consente di riprendere e sviluppare alcune considerazioni che ho disseminato qui in qualche mio vecchio post (p. es. nei commenti di quello sugli Abba). La questione riguarda evidentemente il giudizio di valore estetico; ci si chiede insomma se le canzoni di Baglioni siano belle o no. Ciò riguarda dunque sia le canzoni in sé sia il contesto del quale esse sono espressione e nel quale ricevono il loro senso. Ovviamente è impossibile distinguere in maniera netta i due aspetti, indicare esattamente dove cominci l’uno e dove finisca l’altro; nondimeno essi restano due aspetti distinti, nel senso e nella misura in cui l’uno non può mai arrivare a inficiare l’altro fino al punto di annientarlo. Al di là di conclamati (ancorché rari) casi di perfetta congruenza tra forma e contenuto, sia in senso positivo che negativo, si può sempre arrivare a dire, insomma: “Ciò di cui la canzone parla mi repelle, però certo non si può negare che essa sia stata costruita da una mano abile e sciolta”, oppure, di converso, “la canzone induce riflessioni interessantissime e parla di cose incredibilmente toccanti, però lo fa in modo goffo e maldestro attraverso uno stile fiacco e un’invenzione debole”. Tra questi due estremi si collocano un’infinità di sfumature e di oscillazioni che rendono ogni canzone un caso a sé stante, in qualche pur minima misura distinto dagli altri. Certo, si può anche decidere di tagliar corto e di lasciar parlare unicamente i sentimenti, fregandocene allegramente della coerenza di un costrutto formale o della perfezione plastica di una melodia – è anzi questo l’atteggiamento dal quale confesso di sentirmi più irresistibilmente attratto nel caso di Baglioni – e dire, appunto, “mi fa caa’, lui e le sue canzoni”; ma qualcosa evidentemente mi frena, e questo qualcosa non è altro che il rispetto dell’interlocutore. Rispondere “Baglioni mi fa caa’” a una persona che magari anche stimiamo o a cui vogliamo bene, sarebbe un po’ come dirgli: “Guarda, io e te apparteniamo a mondi diversi e inconciliabili, quindi è inutile parlarne”.  E se sono disponibilissimo a sancire l’inutilità di una discussione sui gusti personali, credo non sia mai inutile un confronto tra esperienze d’ascolto e più in generale di vita, soprattutto se volto a esplicitare il proprio punto di vista piuttosto che a distruggere quello dell’altro. E dunque, proviamo a dare una risposta.

Baglioni è, notoriamente, uno di quei personaggi che hanno (o forse sarebbe meglio dire che hanno avuto) un seguito di estimatori caratterizzati da una devozione assoluta. Non sono pochi quelli che lo considerano il più grande poeta della canzone italiana, e quel frescone di Tommaso Labranca, in un curioso libello apparso qualche anno fa, arrivò addirittura a proporlo come “il massimo artista contemporaneo italiano”. Si potrebbe subito obiettare che il livello culturale medio del suo pubblico più affezionato è relativamente basso; ma la recente pubblicazione dell‘opera omnia nella serie dei cofanetti Einaudi ‘Parole e canzoni’ lo ha in qualche modo consegnato definitivamente alla cultura italiana tout court. Effettivamente, al di là delle classifiche e dei deliri, Baglioni non è certo un artista di ‘culto’, anzi. È un cantautore che piace a un numero incredibilmente grande di persone. Tale diffuso apprezzamento si fonda sul fatto, peraltro indiscutibile, che Baglioni è riuscito attraverso le sue canzoni ad esprimere e rappresentare meglio di chiunque altro l’universo affettivo dell’italiano medio e ancor più le modalità con cui l’italiano medio vive i suoi affetti attraverso i codici linguistici e comportamentali più corrivi (che poi questo mariorossi sia mai effettivamente esistito o non esista effettivamente più è un altro discorso, ma credo che ci siamo capiti su chi siano coloro ai quali intendo riferirmi): la maglietta aderente che fa intravedere le puppe, i sacchetti dell’upim e i rossetti, i passerotti e i cagnolini, le silhouettes degli innamorati al tramonto, i piedi nudi e gli occhi chiusi, il primo e l’ultimo bacio (quello con un po’ di muccino al naso) – nelle sue canzoni ci sono tutti i luoghi comuni della più patinata cultura di massa. Baglioni è da sempre considerato il cantore dei fremiti adolescenziali per antonomasia, il poeta ufficiale della gioventù perbenista italiana. Un bravo ragazzo, insomma: pulito, sereno, equilibrato. È ‘il centro’, ecco: Baglioni rappresenta perfettamente il centro. È l’Udc della musica italiana, la pierferdinanda che concilia tutti: nonne, mamme, zii e nipoti. Tutti tranne il resto di tutti, beninteso: e infatti è amorevolmente detestato da tutta la gioventù ‘alternativa’, dai rockers agli esistenzialisti, dai dark ai ravers…

Sì, insomma, abbiamo capito: ma, al di là di questa ‘apologia della normalità’, quale sarebbe in fondo il problema?  Ecco, il fatto gli è che io credo che le sue canzoni siano troppo legate all’immaginario che esprimono, sono canzoni cioè completamente prive di quel carattere di astrazione che le esporrebbe all’apprezzamento anche di chi non si identifica completamente in esse. Manca la distanza, il punto di vista. Sono spiaccicate, spalmate su quell’immaginario giovanile standard al quale aderiscono totalmente. Questo, in estrema sintesi, è per me il problema. Ma tutto ciò non vale forse per un gran numero di casi? Non si potrebbe dire la stessa cosa anche per i Joy Division o per Piero Ciampi, rispetto ai loro ambiti espressivi di riferimento? Sì, ma con una piccola differenza: che (di solito) chi non si identifica nelle canzoni dei Joy Division o di Piero Ciampi non vi si identifica perché non le capisce, mentre chi non si identifica in quelle di Baglioni non vi si identifica perché le capisce fin troppo bene. Ma cosa voglio dire con questo? Forse che la chiarezza, la comunicabilità, la condivisibilità culturale ed emotiva sono dei difetti? O, peggio, che si debba demonizzare la maggioranza, attraverso una sorta di ostracismo al contrario? No, nulla di tutto questo. Voglio solo dire che affinché una qualsiasi opera d’arte – e quindi anche una canzone – possa avere un qualche valore, essa deve contenere un po’ di… mistero. Almeno un po’. Qualcosa di irriducibile, di incomprensibile. Si deve verificare insomma uno scarto, all’ascolto. Qualcosa deve restare fuori. Ed è questo scarto, secondo me, ciò che suscita nell’ascoltatore le emozioni più profonde. Ecco: ciò è precisamente quello che non sento nelle canzoni di Baglioni, ed è per questo che – per quanto siano ben scritte e per quanto abbiano coccolato intere generazioni di giovani – le trovo mortalmente noiose. Ora, questo ‘scarto’, sia ben chiaro, non è qualcosa di inafferrabile e di irriducibile solo per l’ascoltatore: lo è forse ancor di più per l’artista. Non è un ‘trucco del mestiere’, tanto per intenderci, qualcosa che l’artista acquisisce, con cui familiarizza e che finisce per usare a suo piacimento per scopi espressivi o costruttivi diversi: no, esso è quell’angoscia che accompagna sempre, come una seconda coscienza, l’atto creativo. È quell’incertezza, quel ‘non saper bene cosa si stia facendo’, quella paura del fallimento che, se mantenuta viva durante il processo creativo, conferisce all’opera quel tocco di poesia in più. Ed è a questa incertezza, a questa fragilità che si contrappone la sicumera di un Baglioni, la sua convinzione di “parlare a tutti delle cose di tutti attraverso il linguaggio di tutti che tutti comprendono”. Ma per me è proprio quando un’opera d’arte non si capisce che essa comunica di più, anche se so benissimo che – paradossalmente o non paradossalmente, a seconda dei punti di vista – è quasi sempre proprio questa incomprensione ad allontanare il pubblico. ‘Esprimere l’inesprimibile’: ecco, in questo celebre, anche se forse un po’ didascalico e altisonante motto romantico, risiede secondo me l’essenza più autentica del fare arte. Nel tentativo di dar voce a ciò di cui non si sa render conto; nell’intenzione espressiva, più che nella cosa espressa. Insomma, perché non mi annoi la busta dell’upim bisogna che a un certo punto si rompa, la maglietta si strappi e l’amante in riva al mare inciampi su un sasso o si procuri un piccolo taglio al piede con il guscio di un’arsella: deve manifestarsi cioè in qualche modo la forza dell’ironia – forse la più perfetta espressione di quel ‘mistero’ di cui parlavo prima – non intesa come comicità ma, ancora romanticamente, come distanza, come rottura, come accadimento dell’inatteso.

Ecco: di questo sento il bisogno quando ascolto musica, leggo una poesia o guardo un quadro. E per questo non amo (anzi, mi fanno caa’) le canzoni di Baglioni.

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26 Risposte to “Lui (egli)”

  1. marcolenzi said

    Ma… Ahiò!!! Che succede?! Vedo i fratelli Schlegel, Novalis e vari altri loro compagni di merende sprofondare nel botro… Oddio, un atroce dubbio mi assale! Nooo… Ora sto pensando: ma, non può darsi che in fondo, più che Baglioni e le sue canzoni io abbia criticato il loro pubblico, tutto ciò che sta loro intorno, la cosa rappresentata al di là dei modi in cui è rappresentata? Non può darsi che, volendo accendere un barlume di estetica, abbia invece fatto della sociologia spicciola? Non è forse tutta nel come si fanno le cose la bontà di un’opera d’arte, come asserisce con convinzione qualcuno? Certo, se così fosse, allora Baglioni sarebbe un grande artista, perché, come scrivevo in apertura di questo post, nessuno meglio di lui ha saputo dar voce a quel mondo (e se a me quel mondo fa schifo, come si dice… so’ cazzi miei). E allora, in conclusione? Ai posteri l’ardua sentenza (tanto per finire con un luogo comune)? Boh. (Sì, ma poi, in fondo in fondo, chi se ne frega di Baglioni?! Mah, chissà perché ho scritto questo post…) 🙂

  2. brikelane said

    Mi piaci Marco, è un piacere leggerti. Non ti seguo con continuità, però ogni volta che torno nel tuo blog mi riprometto di farlo. E poi…volevo chiederti…..qual’era la canzone dei sacchetti dell’upim?

  3. marcolenzi said

    che bella sorpresa! grazie, brikelane, benvenuta! e torna che ti aspetto 😉

    PS i sacchetti dell’upim (upìm, dice claudio, mentre la mi’ mamma ha sempre detto ‘ùpim’) si trovano nell’intramontabile ‘poster’. ciao, un abbraccio.

  4. leehooni said

    i refusi nei tuoi post sono perle rare: “innamorti al tramonto”..
    due abbracciati, del cui amore la musica di Claudino è esclusiva colonna sonora, che al tramonto stramazzano con violenti spasmi.

  5. marcolenzi said

    🙂 i refusi son cose meravigliose. ero quasi tentato di lasciarlo. ciao caro

    ps i refusi son cose davvero buffe. ricordo un urlo disumano di simone lenzi che, sprofondato nella lettura della ‘critica della ragion pura’ di kant per un esame universitario – quindi lettura concentratissima, come puoi immaginare – s’imbatté in un bel ‘smocoda l’intelletto’ anziché ‘scomoda l’intelletto’, dopo circa dugento pagine di impeccabile stampa laterza 🙂

  6. Abi said

    Marco, la penso esattamente come te riguardo all’idea di forma d’arte. Molto spesso mi hanno detto che gli artisti che non si riescono a comprendere del tutto non fanno arte. Ma io è una vita che se vedo, ad esempio, una scultura che apparentemente non ha senso e la maggior parte del pubblico dice “Occos’è quello schifo lì”, mi scervello per capire cosa voleva dire l’autore, dov’è il suo perchè…e spesso c’è ma neanche lui sa bene che è quello.
    Dovresti pubblicare un libro di saggi, Marco…sarebbe davvero un gran piacere.
    Un abbraccio

    ABI

  7. marcolenzi said

    grazie abi. sì, il cuore della questione è proprio quello: non stancarsi mai di dire che esistono tanti modi di vedere le cose e che ognuno di questi, al di là dei pareri e dei gusti personali, ha la stessa dignità di tutti gli altri. difficile farlo in un mondo sempre più omologato allo standard televisivo e in cui si tende a imporre solo ed esclusivamente ciò che vende di più. ma forse ne vale ancora la pena. un abbraccio anche a te.

  8. CAB said

    Post interessantissimo, ci vorrebbe tanto tempo per commentare i molti spunti rimarchevoli. Comunque, alla fine, hai ammesso la tua professione “romantica”! 😉 Intendiamoci: c’è mica nulla di male, eh! Ce ne fossero. Come sai, però, su alcune cose specifiche sono dubbioso (non sul succo del discorso, concernente l’effetto scatologico del ballioni)

  9. gadilu said

    Post davvero fenomenale (più si legge, più ti si vorrebbe abbracciare). Ho un immenso dubbio benevolo riguardo la faccenda dello “scarto”, della non completa aderenza tra soggetto ed oggetto (formalizzo) quale generatore di emozione estetica. Se a uno gli piacciono i Joy Division proprio tanto lo scarto non lo sente. Anzi. Comincia a cercare alla Standa quelle camiciole grigine e ci abbina i pantaloni neri con le penze. Se la cosa peggiora bisogna persino togliere di mezzo il cordame da casa, gli venissero brutti pensieri.

    Un bacio.

  10. NoiZeBoX said

    ahahahahhahah: Ciampi i Joy e Baglioni nel solito discorso è un evento raro!
    Comunque se dicevi un seNplice “mi fà caà” faticavi meno, ma è anche vero che noi non avremmo letto un post così bello!
    Il problema, Caro Marco, è che, come ti sei auto-risposto per primo, Te/Io/Noi non sopportiamo non Baglioni ma chi ascolta Baglioni, chi si emoziona con le sue canzoni!
    Chi si emoziona con le canzoni di Baglioni è relegato a un sorta di limbo emozionale mutuato pari pari dall’adolescenza e procrastinato nel tempo!
    Di un tramonto, e qui a Livorno in Gennaio-Febbraio ce ne sono di meravigliosi, se ne può tranquillamente godere la bellezza anche da soli o in una decina di persone!
    Delle buste dell’UPIM no: ‘un c’è più nemmeno vella!
    Tanto per rimestare le mani nella merda, perdonate la finezza, è tutto un concetto trasportabile in politica:
    Berlusconi da solo è innocuo…è quella MELMA PUTRESCENTE INSIGNIFICANTE E ODIOSA che lo vota a renderlo un flagello per la nazione!
    Potremmo fare un sondaggio e vedere tra gli elettori PDL (ma anche PD) quanti ascoltano Ciampi, Joy Division e Baglioni?
    Se hai voglia…

  11. gadilu said

    Propongo a Marco di affrontare un giorno il cuore del problema: BATTISTI.

  12. np said

    Facciamo un po’ di autocritica, ragazzi. Una volta, un po’ di anni fa, a casa di un’amica si misero su i Beatles… allora, l’intellettuale di turno, con la versione aggiornata degli anfibi e della camicetta grigina di cui sopra, sparò un: “canzonette”, e ci voleva rifilare l’ultimo raffinatissimo disco di un gruppuscolo oscuro, durato una stagione e mezzo e poi finito giustamente nel dimenticatorinatoio.
    Ora, il punto è: siamo davvero sicuri che le emozioni suscitate dal ballioni (che ribadisco, a me fa schifo, ecc.) siano ontologicamente inferiori? Davvero sono più “limbo emozionale mutuato pari pari dall’adolescenza e procrastinato nel tempo” di quelle suscitate dal gruppo post-post-post-pankovo (non faccio nomi sennò s’innaspra la polemica estiva no° 32)?
    Quindi cosa voglio dire? Che ognuno stia nel suo. Io mi rimestolo i miei amati gruppi ’80/’90 ecc., ma attento a non giustificare i miei gusti su base trascendentale o metafisica, perché son perfetta cultura di massa anche quelli. Certo, un altro tipo di massa. Siamo massa, ragazzi, tutti quanti: non c’è scampolo. Le differenze che ci pertengono, son differenze orizzontali, non verticali.
    Che io o il Maestro Marco non siam finiti a cantare i pooh, anziché a leggere Eckhart ascoltando Ockhegem, Nick Cave o Husker Du, è solo stata una circostanza impercettibile, casuale, banalissima. Tipo quel giorno alla fermata dell’autobus che presi l’otto rosso invece del due.

  13. gadilu said

    Nicola, approfondiamo. Esistono – in assoluto – differenze verticali? Ovvero: tra i “Cure” e “Ramazzotti” esiste uno scarto in orizzontale, ma tra “Cure e Ramazzotti” (presi insieme) e, poniamo, Brahms, allora qui lo scarto diventa verticale? E per quale motivo?

  14. np said

    Io penso che un errore che facciamo sia quello di non considerarci all’interno di contesti e di società. “Brahms” oggi vuol dire altro che “Brahms” a inizio secolo, poniamo. Oggi, “Brahms” è cultura di massa, perché tutto è cultura di massa: youtube, un qualunque ventenne in fiore romantico ascolta Brahms, e poi magari dice “j’adore, Brahms”. Nel 1921, Brahms significava un’altra cosa, l’accesso era diverso. Quindi, secondo me la questione “perché Brahms” è ONTOLOGICAMENTE superiore a Ramazzotti e ai Cure non ha senso, a meno che “superiore” non diventi un indice modale con cui significhiamo che, anche nella cultura di massa, l’accesso a Brahms è meno frequente dell’accesso a Vasco Rossi.
    Attenzione: questo non vuol dire che sono la stessa cosa “in sé”, il Blasco e Brahms! Vuol dire che l’ “in sé” come tale è nulla, se non in una serie di intrecci, di relazioni ecologiche che definiscono “x” e “y”.
    Questa posizione secondo me ha anche il vantaggio di spiegare perché a noi Brahms può dire molto, e invece può dire poco – o meno – ad alcuni aborigeni o bantù.
    Non si tratta di scetticismo, e neppure di relativismo, ma di un’ontologia sociale, relazionale e contestualistica.
    Se poi mi chiedi: perché Brahms in un contesto x è MIGLIORE di y, allora è chiaro che ti rispondo in modo semplice, cioè che è: più complesso, profondo, ecc… Ma questa risposta avviene, e ha senso, ed è difendibile, dentro una situazione ecologica.

    Spero di aver un po’ risposto alla tua domanda.

  15. np said

    addenda:

    “verticale” e “orizzontale” significano dunque in determinate ecologie.

  16. zapruder said

    @np
    anche in un contesto X dovresti definire cos’e’ complessita’

    ” (…) la complessita’ non e’ un mero attributo formale: si fonda su uno scarto rispetto ai codici cristallizzati e alle forme protocollari in grado di aprire ulteriori spazi comunicativi”

    [Otto Martini, ‘Zapruder, an introduction’, Montinero, Sturm und Drunk, 2009, p. 120]

  17. np said

    @zapruder:

    E’ proprio quello che dicevo. Nel nostro contesto x, la complessità formale nella musica è quella che definiscono i “musicologi”, i critici.

  18. marcolenzi said

    bene. benissimo.

    @np
    ebbene sì, nic, sono un romantico. sono radicato nell’ottocento, imbevuto di romanticismo. io tendo però a dimenticarmelo; ci vuole sempre qualcuno che me lo ricordi 😉

    @gadilu
    capisco perfettamente la tua perplessità sullo ‘scarto’. impossibile però per me approfondire la questione qui. 🙂 rimandiamo a un prossimo vis a vis. abbraccio

  19. Tiziano said

    Il valore e la complessità di un pezzo nascono nei conservatori e nei dipartimenti di musica delle università come la realtà nasce ai Max Planck Instituten o al Politechnique?

    E’ questo che vuoi dire NP?

    Non amo le derive decostruzioniste: per me esiste un’idea oggettiva di complessità che si può torturare e mettere in discussione quanto si vuole ma che fa parte, sempre e comunque, di quel minimo di vocabolario condiviso che ci impedisce di vivere la vita di tutti i giorni come dopo un risotto sulle psilocibe.

    Baglioni mi ricorda i racconti dove tutti i personaggi si chiamano per nome e cognome o quei film fatti solo di ghigne. Non è una questione di complessità, di profondità, di ‘altezza’. E’ solo una questione, come dice Marco, di scarto. La faccenda suona un po’ schilleriana, me ne rendo conto, ma anch’io la vedo così.

  20. np said

    @ Tiziano:

    come mai sei aggressivo? Strano. In ogni caso, “derive decostruzioniste” è un’offesa che non accetto e che puoi tranquillamente impacchettare e utilizzare per altre discussioni in tue altre occasioni. Come ti permetti.
    Per il resto, o argomenti la tua posizione, e allora si discute (dire che “esiste un’idea oggettiva di complessità” in fatti artistici è come dire che è “ovvio” che dopo la morte c’è qualcosa: una rispettabilissima opinione che coincide con la fede e non col sapere, a meno che appunto tu non me la spieghi, come hanno fatto peraltro tantissimi critici e filosofi: Aristotele, Agostino, Tommaso, Alberti, Ficino, Boileau, e altri – molti meno dopo il Settecento). Oppure non argomenti – come hai fatto qui, strano, ripeto, mi pareva tu fossi uno pacato e ragionevole – e allora si sta qui, si dice la nostra come al bar, si pensa che siamo i meglio der mondo, poi si va tutti a calcetto e ci si scambia i consigli sull’arte sublime. Va benissimo, anche questo va benissimo. A me però non interessa tanto.

    (Ah, un’altra cosa: l’analogia tra l’oggettività della complessità “di un pezzo” come ciò che emerge dai conservatori e dalle università e l’oggettività fisica è indebita, o quantomeno anch’essa da discutere, perché sai benissimo che l’ambito estetico e l’ambito fisico non sono così naturalmente confrontabili. Se l’oggettività della complessità musicale NON è quella che esce dai conservatori o dai musicologi o dai critici, mi dici da dove esce? Si trova da qualche parte in zona Limoncino? Oppure nel senso comune universale? Ma allora perché ci sono differenze di giudizio non solo su Baglioni ma anche sulla musica colta?

  21. Tiziano said

    @ NP

    C’è un equivoco NP. Purtroppo il blog fa apparire aggressivo ciò che ti assicuro aggressivo non è. Credimi che non era assolutamente mia intenzione offenderti e il “derive decostruzioniste” si riferiva a Bruno Latour, che sostiene il non esserci di una realtà oggettiva. La realtà, per Latour, nascerebbe nei laboratori scientifici all’interno di un certo paradigma culturale. Mi chiedevo se tu avessi voluto fare lo stesso tipo di discorso per la musica. La domanda non era per niente una provocazione, ma un’autentica (e del tutto amichevole)richiesta di chiarimento. La sinteticità che impone il contesto mi ha impedito di argomentare in modo adeguato e di onorare i tuoi argomenti come forse meritavano. Nell’ultima parte del post ho semplificato oltre il lecito un concetto che non credo sia così banale. Sono molto legato alla filosofia analitica e ho avuto la fortuna di conoscere John Searle al cui pensiero sono molto legato. Non potendo argomentare ulteriormente in argomento in questa sede, ti rimando ai sui volumi per comprendere meglio quello che volevo esprimere. Ti assicuro comunque la mia stima pur nelle eventuali diversità di vedute e ti saluto con sincera (seppure sporadica e virtuale) amicizia.

  22. np said

    Caro Tiziano,
    sono contento della tua precisazione.
    Preciso a mia volta che, in quanto mi onoro di essere stato un – seppur modestissimo – allievo di Derrida, l’espressione “derive decostruzioniste” mi fa sempre andare il sangue al cervello. Ovviamente, sono anche un anti-Searle :-), e in generale anti-molta filosofia analitica: a me pare che sia più questa (una parte, ovviamente, non tutta: io sono un amante di Cavell, Cora Diamond, ecc. e quindi di Wittgenstein) ad aver ridotto le qualità estetiche ai laboratori, almeno come metodo. Ma è un discorso lungo, che magari approfondiremo altrove.
    Quanto a Latour, io credo che il suo discorso non sia riduzionista come potrebbe apparire dalla tua affermazione al suo riguardo, anche se è vero che quel tipo di sociologia solleva molti problemi del genere. Anche questo è un discorso da riprendere.
    Al di là delle differenti vedute, in ogni caso, ti assicuro che sono l’ultimo a negare il dissolvimento del discorso ordinario – che ha un valore ontologico, per me, e non solo epistemologico – e quindi la mia opinione su quei temi musicali non significava il tipo di riduzione che mi attribuivi (e che anch’io respingo).

    Infine, ti assicuro che la decostruzione – quella di Derrida almeno – non nega affatto la “realtà oggettiva”, nozione molto complessa che come sai benissimo può voler dire molte cose diverse. Altro tema da ridiscutere, se vorremo.

    Cari saluti

    Nicola

  23. GattoMur said

    Bellissimo post, Marco.
    Quello che tu definisci “scarto”, a me verrebbe da definirlo “densità”. È un po’ come un vino: ci sono i vini beverini, che non sono densi; e quelli densi, che magari fai più fatica a bere, ma nascondo nelle pieghe delle sorsate qualcosa che non riesci a definire fino in fondo. Oppure quei terribili vini barricati, tutti uguali, fatti quasi con le bustine.
    Forse a volte c’abiamo voglia di un Barolo, talaltra di una Barbera. L’importante, forse, è non arrivare al Tavernello. O, chi lo sa, a volte va bene anche quello. Boh!

  24. marcolenzi said

    grazie gatto,
    sì, credo di capire l’analogia che proponi tra ‘scarto’ e densità’. ‘scarto’ per me è ciò che resta quando finisce la musica, quel che non si comprende, quel che si insinua subdolamente dentro di noi e che se ne sta lì, a pungolarci e a mantenere vivo il mistero di un’opera d’arte. ciò che ‘senti’ ma che non vedi, né odi.

  25. leehooni said

    boja ero rimasto al commento di gadilu del 21 Agosto su questo post.. l’ho letti ora gli ultimi e mi bruciano l’occhi 🙂

  26. zapruder said

    Toh, anch’io !

    E mi aspettavo di scoprire -finalmente- come fa il povero Brahms a cavarsela (in verticale) contro i Cure e Ramazzotti, e invece niente…

    Sinceramente lo vedo male…

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