Not with a bang (but with a whisper)

30 novembre 2010

Eh, sì. Ho sempre più l’impressione che, comunque vadano le cose, sarà uno come Genio ad avere l’ultima parola; magari, chissà, sul finire di una festa di compleanno allestita in un circolo Arci di Pontedera. E mi vedo già lì, insieme ai miei amici, trascinato inesorabilmente in mezzo alla pista – quando ormai sarà perfettamente inutile dimenarsi e sbraitare contro tutto e tutti – con le braccia alzate e battendo le mani leggermente fuori tempo, con la testa all’indietro e con l’occhio che, cercando l’estasi invano nel neon storto e stanco, cadrà ogni tanto e per caso sul vassoio delle ultime, diacce, rinsecchite quattro tartine.

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6 Risposte to “Not with a bang (but with a whisper)”

  1. non ci resta che sperare nei cinesi, negli indiani, negli africani, nei musulmani specialmente quelli cattivi: mamma li turchi !!

  2. marcolenzi said

    giuseppe, ma io pensavo proprio alla fine del mondo, alla fine di tutto. in questi giorni, non so perché, sto pensando molto – come mai mi è accaduto prima – alla fine di tutto. (e ho cercato qui di prefigurarmi “l’ultima (s)cena”) 🙂

  3. callas63 said

    egregio maestro lenzi, sono capitata sul suo blog per puro caso sfarfalleggiando qua e là nello spazio siderale web alla ricerca di un metodo bona a buon prezzo, e ho trovato nei suoi post levità e significati in egual misura. è per questo motivo che, spinta da un irresistibile desiderio di commistione, ho citato il suo blog sulla mia pagina personale di FB. spero non me ne voglia se non l’ho interpellata prima, ma mi pareva brutto che nessuno dei miei “contatti” avesse il piacere di conoscere i suoi scritti.
    io che purtroppo mi sono ritrovata (per pure esigenze di pecunia) a vivere situazioni come quella da lei descritta nel post che commento (ero però sul palco, che “dirigevo la baracca”) le confesso che la pena maggiore è quella di vedere persone in delirio per questa musica (???), e sapere al contempo che se io fossi subitaneamente impazzita ed avessi cantato un pezzo di Cole Porter, sarei stata immediatamente messa al rogo, nontanto per le mie qualità canore (anche se discutibili, dubito che in sala ci fosse stato un qualsiasi critico in grado di stabilire quali fossero), quanto per la “difficoltà” di capire un siffatto pezzo musicale.
    l’ovvio dei popoli è il metro sul quale si basa tutta la nostra cultura (?????????) di povera italietta allo sbando in preda a veline e sfruttatori. oramai il potere non sarà più sommerso da una risata: saremo noi poveri “portatori di cultura” (mi ci metto anche io nel novero, anche se forse del tutto indegna di questo appellativo) che verremo sommersi dalle note di gigione che canta (?????) “che fess che fess, m’han rubbato ‘a mercedés”.
    à bientot

  4. zapruder said

    [Si, scusa: hai ragione.
    Vado. 😉 ]

  5. marcolenzi said

    @ callas63
    cara callas63, innanzitutto benvenuta nel blog. poi: non solo non mi dispiace, ma mi fa un gran piacere che tu (diamoci del tu, ok?) abbia citato questo blog nella tua pagina fb.
    sono d’accordo su quello che dici a proposito dell’ “ovvio dei popoli” sul quale si baserebbe la nostra cultura (giusti dunque tutti quei punti interrogativi), e sui dubbi riguardo alle effettive qualità canore del gigione di turno e al valore di questa musica, vorrei però cogliere l’occasione per cercare di chiarire ai lettori del blog il tono e il senso che intendo conferire a post come questi.
    quello che desidero mostrare pubblicando un post così non è soltanto la mia posizione (critica, ovviamente) rispetto al contesto culturale nel quale – ormai da troppo tempo, ahimè – ci muoviamo e del quale ‘facciamo baracca’ potrebbe benissimo rappresentare un’immagine fedele: allo spunto di critica socio-culturale si aggiunge infatti quasi sempre una sorta di ironia metafisica, di distacco. ecco: io non riesco quasi più a distinguere, quando mi trovo a parlare di queste cose, i due aspetti. e dunque, alla fin fine, quello che comunico – così almeno mi immagino – è più e soltanto l’intensità di un disagio personale che non una semplice critica culturale puntuale e mirata. un disagio dunque non solo per così dire ‘politico’ o etico – l’indignazione per il fatto che l’ultima parola potrebbe appunto averla genio e non, mettiamo, morton feldman – ma innanzitutto estetico, percettivo: ed ecco allora, nel testo scritto, l’allusione al ‘neon stanco e storto’ e alle ‘quattro tartine rinsecchite’ della festa e, nel testo cantato, quei versi “facciamo tutti baracca / non ce ne frega un’acca / se fuori è tempesta” che personalmente trovo assai più DEFLAGRANTI E DEVASTANTI che semplicemente brutti o volgari, per non parlare di alcune espressioni faciali di genio (p. es. quella al minuto 0’ 53’’): espressioni che, per quanto mi riguarda, sono capaci di annientare in un istante, p. es., gli occhi socchiusi e la smorfia dolorante di un luigi tenco che interpreta ‘vedrai, vedrai’, per citare un autore da me adorato e di ben altra levatura culturale.
    devo insomma confessare che, alla fine, l’inaudita forza di queste cose orribili (e intendo dire proprio QUESTE, come si manifestano QUI e non necessariamente altrove) mi affascina, mi lascia attonito, sbigottito, del tutto incapace di una qualsiasi replica espressa con parole adeguate, controllate, chiare e distinte (un’incapacità che qui ho cercato di rendere con l’abbandono al ‘sabba’, battendo le mani fuori tempo e reclinando la testa all’indietro). è (o almeno credo sia) quella tracotante, cieca forza del ‘male’ che nel corso della storia ha di volta in volta minato e distrutto intere civiltà e che, curiosamente, come notò eliot, si manifesta più spesso attraverso un ‘whisper’ – una risatina ebete, un breve balbettio, un rumorino insomma – che non attraverso una plateale, solenne, effettiva deflagrazione cosmica.
    un abbraccio

  6. monic said

    Occorre arrendersi. Se, obtorto collo, mi trovo in una situazione come questa mi infilo nel trash fino in fondo, anche di più è l’unico modo di salvarsi, una specie di cura omeopatica.
    Ti faccio un esmpio pratico. Un annetto fa’ sono stata invitata ad una cena alle Scimmie a Tirrenia, mi faceva piacere la compagnia e, pur non attirandomi il posto ci sono andata volentieri.
    Ma non sapevo fino a che punto.
    Durante la cena un simpatico animatore con microfono e musica stolta a tutto volume proponeva a tutta la sala giochini a quiz cui seguivano per il vincitore gadget irrinunciabili quali i braccialettini fluorescenti, fischietti (a riechiesta con leccata preventiva dello stesso)et altre divertenti amenità.
    Il tutto era condito da esortazioni della folla e interruzioni per intonazioni a compleanni vari con tanto di arrivo di bottiglie di spumante con annesse stelle filanti.
    Insomma una via di mezzo tra il Billionaire dei poveracci e Buona domenica, con tanto di trenino.
    All’inizio ero basita e irritata e mi dispiaceva commentare la cosa perchè la ragazza che aveva organizzato è persona che stimo, gentile e carina, ma non abbastanza amica per dirle la verità Finalmente allo scoppio di risata della mia vicina (più a lei intima) con commento “è trashissimo” mi sono liberata e dopo un’altrettanta liberatoria risata mi ci sono buttata dentro, ho risposto a tutti i quizzi, rispondevo pronta e sollecita alle richieste di manifestazioni di giubilo, mi sono lanciata nelle danze e, se mi lasciavano fare, avrei cantato anche facciamo fichi fichi insieme.

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