“L’esperienza elettronica viene ripresa con lo sconcertante Collage n. 3. Pensato come un Informel senza concessioni né scampi, esso si propone lo spiacevole come mezzo esclusivo per trasmettere una situazione di soffocamento, sino all’afasia: un’idea molto vicina a Kagel, e certamente affine al pensiero, fra gli altri, di Metzger. Il materiale stupendamente rauco, ma ‘di petto’, garantisce al lavoro una forza stritolante, che affonda il nostro sentimento musicale nella sabbia di Tapies. Parabola sul deserto e nel deserto, i suoi ventidue minuti non lasciano tregua. […] Vi è una possibilità di forma, anche rudimentale, nella malvagità del continuum? O non è un residuo di ‘composizione’ cui cede un musicista che il formalismo non avrà mai in tutto estraneo? Certo, non si nota in questa aggressione mortale nemmeno la più scialba parvenza di quella sonorità pulita, e persino prelibata, alla quale si è talvolta abbandonato l’orecchio di Clementi. Qui, puramente cretaceo, il colore è prima di tutto spessore, densità, e assolve da solo un compito impossibile. Un naufragio esemplare: contro esso dovrà battersi la concentrazione di questa musica, a costo di schiantare.”

(M. Bortolotto, Fase seconda. Studi sulla Nuova Musica, Torino, Einaudi, 1969, pp. 190-191)

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Clic

12 gennaio 2016

Che poi ci si pensa sempre, no? Dico a com’è quando si mòre. Se è un clic, o un risucchio, o un soffio leggerissimo e freddo.

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Nothing is real

7 gennaio 2016

Ecco, questo pezzo di Alvin Lucier credo sia un esempio perfetto di quello che un musicista cosiddetto ‘colto’ (cioè un esponente della musica ‘colta’, scritta, classica… – ma è inutile, si sa, ogni tentativo di definizione è votato al fallimento); quello che un musicista colto, dicevo, può ‘insegnare’ a un musicista pop. Che è anche forse l’unica cosa che può insegnargli, laddove credo siano molte di più quelle che un musicista colto può imparare da un musicista pop. E che appunto non è, come si potrebbe immaginare, “gestire la complessità”, “uscire dal quattro quarti” o “dominare la forma”, né tantomeno – dio ce ne scampi e liberi – “pensare la musica”, no: è semmai e piuttosto – e anche un po’ paradossalmente – fargli capire meglio quanta bellezza c’è nelle sue ‘canzonette’.