“Musica classica contemporanea”

12 febbraio 2017

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“Scusa, ma la ‘musica classica contemporanea’ cosa sarebbe esattamente?”.
“Eh, se uno scrive, per esempio, un pezzo per trio d’archi, oggi, quella è musica classica contemporanea”.
“Vuoi dire che dipende dagli strumenti per cui uno scrive?”.
“Eh sì, un po’ sì… Poi dev’essere anche ‘scritta’, ci dev’essere uno spartito, una partitura… per questo si chiama anche ‘colta’, perché chi la compone deve anche saperla scrivere, letteralmente, sul pentagramma”.
“E se uno scrive un pezzo, che so, per due chitarre elettriche, basso elettrico e dj, però appunto ‘scritto’, con la partitura?”.
“E’ musica classica contemporanea anche quella. Sì, ecco, diciamo che la presenza della scrittura è dirimente, è più importante dell’organico usato…”.
“Ma perché tanti compositori, oggi, continuano a scrivere per gli organici tipici della tradizione classica – trii, quartetti, cori e orchestre?”.
“Mah, ‘perché’… Perché evidentemente trovano che vi sia ancora qualcosa di interessante da tirar fuori da quegli strumenti”.
“E quanto durerà ancora, secondo te?”.
“?!”
“Voglio dire: queste ‘risorse’ sono finite o infinite?”.
“Mah, sai, dipende anche dalle famigerate ‘estetica e poetica’, dal pensiero musicale di un compositore, insomma, dall’idea che ha, che si fa del suono…”.
“Ma è pensabile secondo te che un domani a nessun compositore venga in mente di scrivere più per un’orchestra?”.
“Boh, e che ne so… Se la poneva anche Varèse, questa domanda. Credo sarà un po’ come con la questione della ‘tonalità’…”.
“E quale sarebbe la ‘questione della tonalità’, scusa?”.
“…”.

“Ma quindi la musica classica contemporanea rappresenta un po’ un genere a sé, come il pop, il jazz, la musica etnica…”.
“Sì, certo, anche se da cinquant’anni ormai i confini tra i generi musicali sono sempre meno netti… Comunque sì: al di là dei linguaggi musicali, i rispettivi ambiti nei quali operano i musicisti di oggi sono ancora riconoscibili. A parte la musica etnica, che purtroppo sta scomparendo, in rapporto inversamente proporzionale, peraltro, all’influenza che ha esercitato e che continua a esercitare sulla contemporaneità musicale”.
“Tornando alla ‘scrittura’: è ‘musica classica contemporanea’ anche se si usano sistemi di notazione non convenzionali, cioè senza pentagramma?”.
“Ma certo: notazioni grafiche e partiture verbali si usano ormai da quel dì… sono forme di scrittura anche quelle”.
“Ecco. Ma secondo te – poi mi cheto, giuro – quale dei generi elencati sopra e che tuttora convivono è il più rappresentativo per l’epoca in cui viviamo?”.
“Eh, è difficile dirlo… Dal punto di vista del seguito che ha e della cosiddetta ‘visibilità’ certamente il pop: anche un cretino lo vede. Da quello invece della capacità di cogliere lo Zeitgeist, lo ‘spirito dell’epoca’, non saprei proprio, si saprà fra qualche secolo, forse; in ogni caso la vedo dura e molto improbabile che sia un genere a trionfare sugli altri piuttosto che figure singole di musicisti: dipende da quanto dureranno ancora le varie tradizioni musicali, da quello che resterà e dalla determinazione a mantenerle vive da parte degli eredi”.
“Certo è un bel casino, però: per orientarsi con un minimo di agio e di scioltezza, dico. Io ‘un ci ‘apisco più nulla”.
“Ah, ma se è per quello stai tranquillo: ‘un ci ‘apisco più una sega nemmeno io”.

[Da Anonimo, “Dialoghi fra un insegnante paziente e uno studente curioso”, Livorno, Cartastraccia Edizioni, 2017, p. 128]

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