Colleghi

4 marzo 2011

«Ascolto di tutto, dal jazz al pop, e suono il pianoforte. Giovanni Allevi mi ha fatto una dedica, che ho incorniciato: “Saluti, collega”».

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Come molti sanno, il celebre violinista Uto Ughi, in occasione del concerto che Giovanni Allevi tenne in Senato nel dicembre dello scorso anno, imbastì sulle pagine del quotidiano La Stampa una dura polemica nei confronti del pianista piceno volta a ridimensionarne drasticamente il presunto valore. La replica di Allevi non si fece attendere e fu infatti pubblicata sullo stesso quotidiano pochi giorni dopo. I termini della querelle sono facilmente immaginabili da chiunque segua un poco le vicende della musica nel nostro paese, e comunque possono essere sintetizzate in queste rispettive e apparentemente opposte posizioni: 1) Ughi sostiene che quello di Allevi sia un fenomeno abilmente costruito da strategie di marketing che nulla hanno a che fare con la musica, che egli sia in realtà un pianista e compositore men che mediocre e che dunque non meriterebbe tutto quel largo seguito che ha; 2) Allevi ribatte che Ughi è il rappresentante degli interessi di una casta, quella dei ‘musicisti classici’, ormai malata, chiusa, incapace di comprendere la portata rivoluzionaria del suo messaggio artistico e dunque volta unicamente a perpetuare se stessa. Ughi dichiarò inoltre, manifestando una certa acrimonia, che si sentiva tradito e ‘offeso’ – se non proprio personalmente almeno come rappresentante di una categoria di professionisti depositari di una musica di indiscutibile valore, quella della tradizione colta – del fatto che non solo il pubblico, ma le stesse istituzioni avessero accreditato tanta importanza ad Allevi, un’importanza inequivocabilmente suggellata dall’invito ad esibirsi in Senato, invito che fino ad allora era infatti sempre stato rivolto a prestigiosi esponenti del mondo italiano della musica classica. Da parte sua e in sua difesa, Allevi portò le entusiastiche e promiscue folle che si accalcano ai suoi concerti come testimonianza tangibile e inconfutabile del suo trovarsi, per così dire, ‘sulla strada giusta’.

Ora, quello che ad alcuni è sembrato un epico, per non dire epocale, ‘scontro tra due mondi’ a me è apparso come nient’altro che una semplice lite familiare. Più che il grido di un uomo di cultura indignato per la deriva culturale del suo paese, quello di Ughi mi è parso il grido risentito di un padre che rimbrotta il figlio degenere per avergli fatto fare una figura di merda, per aver infangato, per così dire, il ‘buon nome della famiglia’. Insomma, voglio dire: in Senato Allevi si sarà anche presentato con i riccioli di Marcella e le scarpe di Fonzie, ma dirigeva i Virtuosi Italiani, non un gruppo garage punk… E infatti Ughi  pesta un bel merdone quando cerca in tutti modi di sdoganarselo tentando di collocarlo fuori dai confini di quel mondo (il suo) che invece lo ha allevato amorevolmente come un delicato fiorellino di serra. Ha un bel dire, l’Uto nazionale, che Allevi “non sarebbe stato neanche ammesso in Conservatorio”: Allevi in Conservatorio ci ha passato vent’anni (la seconda metà dei quali, peraltro, non in un Conservatorio qualunque ma nel più prestigioso Conservatorio italiano). E infatti, a dispetto dell’immagine da bimbominkia che fa passare di sé, il pianista piceno ha in realtà compiuto una furbissima (e fruttuosissima) operazione di maquillage e di updating: ha preso Mozart, Chopin e Debussy e li ha trasformati in cartoni animati, aggiornando il loro linguaggio a quello degli sms dei giovani di oggi, come a voler dire: “Vedete, signori, questa è l’immagine che oggi la gente ha della musica classica: se vogliamo sopravvivere dobbiamo adattarci”. Va da sé che l’operazione sia riuscita, al contrario di altre simili più volte tentate negli ultimi quarant’anni (dai vari James Last, Stephen Schlacks e Richard Clayderman di turno), perché si è inserita in un vuoto culturale senza precedenti, un vuoto di cui certo non è responsabile la musica classica in sé, ma contro il quale i suoi depositari hanno fatto ben poco, al di là dello sdegnoso sventolamento della loro bandiera e dell’esibizione del loro luccicante blasone.

Allevi a ben vedere non ha fatto altro che rendere il peggior servizio a una madre arcigna e possessiva che si è ingenuamente risentita senza rendersi conto di essere in gran parte responsabile e dunque meritevole di un simile trattamento. Un servizio che poi, forse, non è neanche tutto quel cattivo servizio che si possa immaginare, se – come mi dicono diversi insegnanti – molti ragazzini oggi vogliono andare a studiare in Conservatorio per imparare a suonare i pezzi di Allevi (eh eh eh…).

Il fenomeno Allevi non è altro, insomma, che lo specchio della cattiva coscienza dei musicisti classici, quella falsa coscienza che non si mette mai in discussione, che non si confronta mai con il presente ma che anzi lo nega, la coscienza di chi si sente fuori della storia perché portatore di un messaggio eterno e universale, di un messaggio pronunciato ex cathedra che è sempre e solo unidirezionale, che non ammette alcun feedback di ritorno, che non vuol essere “infettato dalle mani sporche” degli ascoltatori ma che vuole ostinatamente lasciare intatta tutta la sua purezza in eterno. E allora, caro Ughi, scusami ma se le cose stanno così Allevi te lo meriti tutto.

***

Per chi volesse rileggere i due articoli, qui si trova l’intervista a Ughi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39479girata.asp

e qui la risposta di Allevi:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39552girata.asp

Non sentitevi in dovere di lasciare commenti. Davvero, non me li aspetto, è già stato detto anche troppo su di lui. Ma godetevi ‘sto video, se ne avete voglia e non avete niente di meglio da fare…

 

 

L’ho scoperto mezz’ora fa in un cassonetto di Via Beato Angelico, a Livorno. Incredibile…

La meningite di Allevi

18 gennaio 2009

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Ricevo e pubblico molto volentieri:

 

Milano, 18 gennaio 2009

 

Il pianista e compositore Giovanni Allevi è stato colpito, durante l’ultimo tour svedese, da una grave forma di meningite che ha ulteriormente aggravato le già precarie condizioni di salute. Il musicista piceno, novello Mozart e portavoce della creatività italiana nel mondo, non è stato riconosciuto dai familiari all’arrivo in aeroporto e lui stesso ha avuto qualche difficoltà nel riconoscerli; a una breve ma intensa crisi d’identità è seguito un violento attacco di panico che ha messo in allarme il personale dell’aereoporto e le migliaia di fans accorsi da tutto il mondo. Al momento è ricoverato nella clinica ‘Fatebenefratelli’ di Abbiategrasso in prognosi riservata. Secondo indiscrezioni, pare che la Musica, sua ‘strega capricciosa’, abbia approfittato dell’occasione per rigenerarsi in un centro di benessere altoatesino.

 

Fonte: ansa

 

Stockhausen vs Allevi

5 gennaio 2009

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Il 18 dicembre 2007, in occasione di un concerto di Giovanni Allevi al Teatro Goldoni di Livorno, organizzai un pacifico sit-in di protesta nella piazza antistante al teatro con uno striscione che recava la scritta ‘Viva Stockhausen!’ e un impianto stereo che diffondeva Hymnen dello stesso Stockhausen. Questo è il testo del volantino che inviai nei giorni precedenti agli organi di stampa e ai componenti della mia mailing list:

A TUTTI I MUSICISTI, GLI ASCOLTATORI, I CITTADINI

 

***

 

Stimolati dalla profonda emozione suscitata dalla scomparsa del grande compositore

Karlheinz Stockhausen,

in occasione del concerto del pianista e compositore

Giovanni Allevi

previsto per martedi 18 dicembre 2007

al Teatro Goldoni di Livorno, il

C.P.L.D.D.M.C.A.U.M.D.S.C.Q.T.B.

(Comitato Per La Difesa Della Musica Che Abbia Un Minimo Di Spessore Contro Quella Trita e Banale)

in collaborazione con il

C.P.L.D.D.P.C.C.I.D.D.P.U.

(Comitato Per La Difesa Del Pensiero Critico

Contro Il Dilagare Del Pensiero Unico)

organizza un pacifico

 

sit-in

 

 nella piazzetta antistante al Teatro

a partire dalle ore 16 dello stesso giorno.

Chiunque volesse partecipare è invitato.

 

 

***

 

Livorno, dicembre 2007

 

E questo invece il testo che distribuii ai passanti durante il sit-in:

STOCKHAUSEN È MORTO: VIVA STOCKHAUSEN!

 

 

Il 5 dicembre scorso è scomparso, nell’indifferenza pressoché totale dei media, Karlheinz Stockhausen, uno dei più grandi musicisti del Novecento e una delle voci più intense nello scenario artistico internazionale. Come già era stato per Xenakis, Berio e Ligeti, con lui protagonisti assoluti della musica moderna e contemporanea scomparsi in anni recenti, il risalto dato alla notizia è stato pari a quello dato alla morte dell’inventore delle risate finte, cento volte inferiore a quello dato alle bizze del cantante di turno, mille volte inferiore a quello dato alle cronache che riguardano un Fabrizio Corona o un’Anna Maria Franzoni.

La deriva culturale in cui siamo immersi da ormai trent’anni, rappresentata dal trionfo delle reti Mediaset e dal conseguente, deplorevole adattamento alle più bieche logiche di mercato posto in atto anche dalla Rai, ha definitivamente regredito la cultura in gossip e il cittadino medio in consumatore acritico, spegnendo in lui ogni barlume di curiosità, di stupore, di indignazione. Ormai si promuove e si programma soltanto ciò che garantisce un sicuro rientro economico, soltanto ciò che fa audience: una tale perversa spirale non può che portare al rincretinimento progressivo e globale, condizione necessaria e perfetto preambolo – historia docet – di ogni forma di dittatura.

Nello specifico musicale, ciò si traduce in un feroce ostracismo verso quei compositori, quei linguaggi, quegli stili che non appartengono al mainstream. In particolare la musica sperimentale e di ricerca è sempre più confinata nel ghetto dei festival – i pochissimi ancora rimasti – e perciò isolata dal confronto col mondo, pur essendo stata di fondamentale importanza per lo sviluppo della musica nel Novecento (una larga parte del Pop, per dire, sarebbe impensabile senza il contributo apportato dalla musica elettronica o senza la profonda influenza esercitata su di esso da figure come Stockhausen o Cage). È infatti questo che si vuole: isolare gli stili, i generi musicali e con essi isolare il pubblico di ciascuno di questi generi dal pubblico degli altri. Ma è proprio dal confronto che nasce l’arricchimento, individuale e sociale, estetico e più in generale culturale: e non si tratta di ‘educare’ il pubblico, come si diceva un tempo, ma semplicemente di fornirgli gli strumenti necessari per discernere, per capire i complessi fenomeni connessi all’evoluzione del linguaggio musicale e perciò indissolubilmente legati a quello straordinario laboratorio di idee e di immaginazione che è stata l’Avanguardia del Novecento.

Chiedo pertanto a tutti i musicisti, agli ascoltatori e ai cittadini cui stia a cuore l’avvenire della musica di sottoscrivere il presente documento in difesa della musica sperimentale e di ricerca affinché le istituzioni e gli enti concertistici siano sollecitati a promuoverla e ad inserirla nella programmazione delle loro attività.

 

Livorno, 18 dicembre 2007

Riuscii a raccogliere in un solo pomeriggio più di centocinquanta firme, che spedii all’Assessore alla Cultura del Comune. Spero qui di raccogliere altre adesioni.