where did i go wrong

* articolo pubblicato il 4 giugno scorso qui.

 

Non c’è niente di più naturale per i vecchi del non accorgersi che un tipo di uomo nuovo si sta formando un po’ dappertutto. (Tristan Tzara, lettera aperta a jacques rivière)

L’ultima – ennesima e più recente – querelle des anciens et des modernes sembra si stia svolgendo, qui da noi e nell’ambito della moda e del costume più che dell’arte, sulla scia di alcune canzoni di un ragazzo che fa musica trap[1] e si fa chiamare ‘young signorino’ (un nome d’arte niente male, peraltro, se devo subito dire la mia).

L’argomento è – notoriamente, e da circa duemilacinquecento anni – sempre lo stesso: si manifesta qualcosa di ‘nuovo’ (nel senso più letterale e neutro del termine) al quale da una parte consistente dei consumatori, degli ascoltatori e degli appassionati di musica non viene riconosciuto alcuno statuto di ‘musicalità’. “Questa non è musica” è il topos più abusato, alla cui lapidaria e laconica espressione di solito si aggiunge qualcosa di positivo (anche qui, nel senso più letterale del termine): quella cioè non sarebbe ‘musica’ ma ‘x’, ove ‘x’ sta, di volta in volta e a piacere, per ‘caos’, ‘rumore’, ‘pura merce’, ‘una presa di culo’, ‘cialtroneria’, ‘merda’, etc. etc.

Ora, al di là del sorriso che di per sé dovrebbe suscitare l’infinita riproposizione di una querelle o di una geremiade, di qualsiasi tipo si tratti (ricordo qui, a mo’ d’esempio, il lamento di Severino Boezio sulla decadenza dei tempi che apre il De institutione musica, e che dipinge il genere umano di allora “lascivo e molle, e tutto preso dalle forme sceniche e teatrali” – come non sorridere, leggendolo e pensando all’oggi?)[2]; al di là del sorriso che dovrebbe suscitare lo stesso disco rotto e incantato da duemila anni, dicevo, è sempre interessante osservare come di volta in volta i termini specifici e particolari della questione cambino, assumendo diverse sfumature di significato, sia nelle più alte sfere dell’arte che nella tradizione popolare e nella cultura di massa. Le accuse più frequenti sono quelle per un eccesso di complicazione (sostenute di volta in volta dagli efori di Sparta contro Timoteo di Mileto, da Giovanni XXII contro l’Ars Nova, dai neoromantici contro la musica seriale o dalla scena punk contro la scena prog); quelle, di segno contrario, verso la banalità e l’insulsaggine dei contenuti (pensiamo a cosa pensava Bortolotto di Satie, per esempio, o Berio del primo minimalismo)[3]; ancora, le accuse di non rispettare le regole dell’arte (l’Artusi che rimprovera a Monteverdi di non preparare le dissonanze, i serialisti che rimproverano a Ligeti di abusare delle ottave, i tradizionalisti di ogni risma che stigmatizzano le volgarizzazioni pop della musica classica); quelle di astruseria (Schuppanzigh verso l’ultimo Beethoven, Schumann sul finale dell’op. 35 di Chopin) e di cialtroneria (ancora Berio, riportato da Donatoni, sull’incapacità di Evangelisti di “scrivere un minuetto”, o il disprezzo che qualsiasi musicista capace di strimpellare uno strumento nutre verso i dj)[4]; quella, infine, frequentatissima, di “corrompere i giovani” (da Platone contro il modo misolidio a tutto l’allegro stuolo di preti e di benpensanti contro la ‘musica del diavolo’).

Nel caso specifico, a stare ai commenti di un recente post pubblicato sul mio profilo Facebook, sembra che l’accusa principale verso Young Signorino sia, più semplicemente, quella di essere un ‘coglione’.[5] Infatti, mi si potrebbe subito obiettare che gli esempi fatti sopra sono incongrui e non pertinenti rispetto al caso, perché qui non si tratta del mancato riconoscimento del ‘genio’ ma della semplice e minima, diciamo così, ‘dignità musicale’ della cosa. Eppure, anche qui, che un ‘coglione’ non possa produrre musica è tutto da dimostrare. Credo, per esempio, che un Sid Vicious fosse venti volte più coglione di Signorino, ma ciò non mi pare gli abbia impedito di contribuire a una rivoluzione musicale nell’ambito della storia del Rock. Difficile anche pensare che canzoni come Da da da (1982) dei Trio o perfino Sex and drugs and Rock’n’Roll (1977) di Ian Dury, che ebbero un ampio successo all’epoca, tradissero una mente più brillante o vivace di quella del nostro. Per non parlare di tutta la tradizione avanguardista e sperimentale della poesia sonora, dai gorgheggi di Hugo Ball a quelli di Marinetti o di Schwitters. Insomma, chissà cos’è, davvero, che ci spinge fortemente a pensare che i ‘troiai’ che ascoltano i nostri figli o nipoti siano in qualche modo e misura più troiai di quelli che ascoltavamo noi o i nostri avi. Penso sia un caso particolare della più generale paura del futuro, o più semplicemente un chiaro segno di stanchezza, ch’è giocoforza pigli ogni generazione quando passa una certa età e viene inesorabilmente superata dalla successiva. Che poi, al di là dei corsi e ricorsi storici, ciascuna generazione abbia delle peculiarità irriducibili è ovvio. Ma questo va semmai a scapito nostro e a vantaggio delle nuove generazioni, che sembrano essere molto più disponibili e aperte verso il passato di quanto non lo fossimo noi. Da insegnante di scuola media ho un punto d’osservazione privilegiato sull’evoluzione e il mutamento dei gusti musicali, in questo senso. E devo dire che ho spesso notato un forte interesse dei giovani per – ad esempio – la Disco Music degli anni Settanta: Chic, Bee Gees, Earth Wind and Fire, Donna Summer, K. C. & the Sunshine Band, per fare solo alcuni nomi, sono molto apprezzati dagli adolescenti. Ho visto dei quattordicenni ballare entusiasti al ritmo di Stayin’ alive o di That’s the way (I like it), che sono brani di quarant’anni fa. Per fare un paragone, è come se noi – io sono del 1967 – avessimo ballato con entusiasmo, nelle discoteche tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, che so, Maramao perché sei morto o Alle terme di Caracalla. Vi immaginate? Il dj sarebbe stato picchiato a sangue, se avesse messo dischi del genere tra un pezzo di Sylvester e uno dei Village People. D’altra parte, non c’è certo bisogno di forzare l’intelletto per capire come oggi ci troviamo – e da decenni ormai – in una fase manierista e di revival totale e trasversale: basti pensare a un disco come Random access memories (2013) dei Daft Punk, che non è altro, da un punto di vista estetico, che una rivisitazione del Funk e della Disco (persino esplicita, negli omaggi dichiarati a Giorgio Moroder e a Nile Rodgers) filtrate dalla nuova sensibilità elettronica. Lo stesso discorso vale per il Rock in generale: gli adolescenti di oggi non hanno la benché minima percezione che Jailhouse Rock sia un brano di sessant’anni fa (per tornare al paragone precedente, è come se la nostra insegnante di musica delle medie ci avesse fatto ascoltare, nel 1978, Come Pioveva, che è del 1918); per loro Grease potrebbe essere stato fatto ieri (e qui forse il paragone è ancora più interessante: quanti di noi, allora, percepivano che il film, del 1978, parlava della gioventù degli anni Cinquanta, cioè di vent’anni prima?).

Se sembra dunque che oggi vi sia molta meno alternativa rispetto al passato, ciò è dovuto anche al fatto che il passato è molto più presente di quanto non lo sia forse mai stato. Se si guarda all’offerta attuale sembra effettivamente non vi siano molte alternative al mainstream – di qualità e livello comunque abbastanza differenziato – di un Ed Sheeran, un Justin Bieber o una Ariana Grande, al K-pop o al J-Pop e al binomio rap/trap, che assorbono quasi tutta la domanda, laddove nelle hit parade degli anni Settanta si trovavano cose ben più differenziate tra loro (rock, cantautorato, prog, punk, disco, metal, new wave, elettronica, colonne sonore, etc.) e lungo assi immaginari che potevano condurre dallo Zecchino d’Oro ai Throbbing Gristle o da Al Bano a Frank Zappa.

Tornando al ‘signorino’, trovo veramente incomprensibile che molti miei coetanei lo tacciano sic et simpliciter di banalità e di cialtroneria, due aspetti così fondamentali e importanti di quella cultura e di quell’immaginario pop in cui siamo immersi da più di cinquant’anni. Inoltre lo stile del nostro, come ho già sottolineato, attinge volentieri a modelli, quelli del nonsensee della poesia sonora, condivisi da una parte consistente delle avanguardie del Novecento. E che dire del trash, fenomeno estetico e culturale distinto dal kitsch, su cui si è scritto molto negli ultimi due decenni?[6] Che si stia diventando tremendamente e irrimediabilmente seri, tra tutti? Cos’è quest’ansia di storicizzazione, e quindi di selezione? Ci dimentichiamo troppo spesso che quando ci rappresentiamo il passato, in tutto il suo fascino sublime, lo filtriamo attraverso il genio e il capolavoro e lo epuriamo di ogni bassezza e inconsistenza, laddove un Rimbaud, ad esempio, nell’Alchimia del verbo ci ricorda quanto amasse “i dipinti idioti, soprapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, ritornelli insulsi, ritmi ingenui”.

Per tornare meno seri, c’è un’espressione buffa del vernacolo livornese, essere un ‘signorino di nulla’, che si usa per designare chiunque, vecchio o giovane che sia, avanzi un po’ troppe pretese rispetto ai meriti effettivi che ha. Il che però, come spesso accade nel vasto e variegato repertorio di insulti a disposizione dei livornesi, non impedisce al designatore di serbare una qualche forma di empatia e di tenerezza per il designato, specie se più giovane.

[1] Sottogenere dell’Hip Hop affermatosi recentemente (in Italia è arrivato nel 2011) e caratterizzato da atmosfere e sonorità cupe e minacciose.

[2] S. Boezio, De instituzione musica, Roma, Istituto Italiano per la Storia della Musica, 1990, p. 289.

[3] Il giudizio di Bortolotto (“[…] un compositore insignificante […]. È bene ricondurre Satie alla sfera della socialità, della vita culturale francese, ma certamente escluderlo come capitolo, sia pure infimo, della storia della musica”) si può leggere in: J. Cage, Dopo di me il silenzio, Milano, Emme Edizioni, 1978, p. 125-126; quello di Berio (“[…] l’insensatezza musicale tutt’altro che disperata di un Morton Feldman e di uno Steve Reich (il primo scrive tutto pianissimo e il secondo produce dei gags vagamente incantatori sincronizzando e ripetendo con cocciutaggine squallidi patterns sonori che a poco a poco si ‘sfasano’)”) in: L. Berio, Intervista sulla musica, Bari, Laterza, 2007, p. 78.

[4] La testimonianza è in Aa. Vv., Donatoni, Torino, Edt, 1990, p. 47.

[5] Il brano linkato nel post a cui mi riferisco è Mmh ha ha ha, che si può ascoltare su YouTube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=K9bf4PT-aEk. Oltre a questo brano, Young Signorino ne ha all’attivo, al momento, altri tre o quattro (Dolce droga, La danza dell’ambulanza, Padre Satana) che in breve tempo hanno avuto milioni di visualizzazioni.

[6] Cito qui un ‘classico’ di Tommaso Labranca, arguto scrittore prematuramente scomparso: Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash, Roma, Castelvecchi, 1994. Cfr. anche il coevo G. Salza, Spazzatura. La prima guida mondiale al trash, Roma-Napoli, Theoria, 1994.

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Ponchielli e Cicciobello

3 novembre 2017

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Clic

12 gennaio 2016

Che poi ci si pensa sempre, no? Dico a com’è quando si mòre. Se è un clic, o un risucchio, o un soffio leggerissimo e freddo.

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piero ciampi

La figura e l’opera di Piero Ciampi sono state, ritengo, sottratte definitivamente all’oblio. In ogni libro dedicato alla canzone italiana, che sia di carattere storico o enciclopedico, si trova ormai, se non un capitolo, almeno un intero paragrafo o una voce che lo riguardi. Dal 1980 – anno della morte – a oggi sono state pubblicate ben otto monografie. Tre dei cinque dischi da lui realizzati sono stati ristampati in compact disc, contestualmente a tutti i singoli e a diverse antologie. Non si contano, poi, le cover di suoi brani (dalle prime e ‘storiche’ di Paoli e Nada alle più recenti di – tra gli altri – Settore Out, La Crus, Concato, Locasciulli, Têtes de Bois, Morgan, Petrina, Rondelli e Faggella). Anche in internet la sua presenza è ben attestata: la canzone Adius, col suo celebre ‘vaffanculo’, ha superato su YouTube le cinquecentomila visualizzazioni; Ma che buffa che sei le duecentomila; Tu no, Il vino e L’amore è tutto qui le centomila. Inoltre, sono molti i siti web (dai blog a Wikipedia, dalle fanzine alle riviste on line) che gli riservano una o più pagine di approfondimento. Infine, un paio di circoli culturali a lui intitolati, che raccolgono e custodiscono una documentazione eterogenea, e un premio istituito nella sua città natale, che ha raggiunto quest’anno la ventesima edizione, hanno contribuito a consolidare la sua fama sia tra i musicisti che presso un pubblico più ampio di ascoltatori.

Insomma, Ciampi c’è. O meglio: c’è l’opera, ci sono i dischi, ci sono i libri. E c’è anche il pubblico. Quello che manca è lui, e non solo o non tanto perché è prematuramente scomparso. Manca, intendo dire, la sua vita, manca la biografia: una biografia attendibile, veritiera, frutto di ricerche scrupolose. Per uno strano gioco del destino, infatti, sulla vita di Piero Ciampi sembra essersi proiettato un cono d’ombra che ne rende difficile la ricostruzione. Chiunque si accinga a intraprendere tali ricerche si rende presto conto che è più facile ricostruire la vita di un Cecco Angiolieri o di un Bernart de Ventadorn, nonostante si tratti di storia recentissima. La famiglia si è praticamente estinta: resta la figlia, Mira (n. 1965), che però non ha mai rilasciato dichiarazioni o testimonianze. L’altro figlio, Steven, che nacque nel 1963 e crebbe lontano dal padre, è morto quattro anni fa a Dundee, in Scozia, a quarantasette anni di età, prima che qualcuno riuscisse a strappargli una conversazione o un ricordo. Della moglie Brigit Mary Fox detta Moira (n. 1934), irlandese originaria di Belfast e madre di Steven, nessuno finora ha cercato o è riuscito a rintracciare notizie: sappiamo che si sposò con Piero Ciampi a Livorno, in Comune, il 6 febbraio 1962, e che dopo una breve convivenza tornò nel Regno Unito, ancor prima che nascesse il bambino. La seconda compagna, Gabriella Fanali (n. 1941), madre di Mira, ha rilasciato una sola, toccante testimonianza pubblicata nel libro di Gisy Scerman e messo a disposizione qualche lettera per la monografia curata da Enrico De Angelis. Dei due fratelli Paolo (1932-1982) e Roberto (1936-1985), anch’essi scomparsi, celibi e senza figli, prima di raggiungere i cinquant’anni, non sappiamo molto: qualcosa di Roberto, di Paolo pressoché nulla. Del padre Umberto (1900-1994), sopravvissuto a tutti e tre i figli, resta la trascrizione di una breve intervista telefonica rilasciata al giornalista Franco Carratori nel 1994, pochi mesi prima della morte. Ma l’ombra più fitta è senz’altro quella proiettata sulla madre croata, Mira Poljak (1905-1965), figura indubbiamente centrale e determinante nella vita dei tre fratelli, della quale rimane però solo un ritratto fotografico e il silenzio di coloro che l’hanno conosciuta e che non vogliono parlare.

Certo, ci sono, fondamentali e insostituibili, le testimonianze – tante, in verità – di chi lo ha conosciuto e frequentato più o meno assiduamente, e cioè le testimonianze degli amici, tutti o quasi tutti appartenenti agli ambienti artistici di Roma, Milano e Genova, più qualche testimone degli anni giovanili trascorsi a Livorno: musicisti, pittori, scrittori, registi, operatori culturali. Ma, per quanto preziose e generose di dettagli, aneddoti e informazioni di vario carattere, queste testimonianze risultano talvolta in contrasto fra loro, e se si tenta di costruire un puzzle utilizzandole come tasselli, quella che ne viene fuori è un’immagine dai contorni incerti, sfocata, vaga: un Ciampi cólto e avido lettore di libri si sovrappone a uno che non leggeva altro che la Gazzetta dello Sport; un Ciampi tenero e dolce a uno irascibile, scortese e beffardo; un Ciampi trasandato, trascurato nell’igiene personale a uno sempre elegante, pulito e impeccabile; un Ciampi che invia cartoline da Tokio a uno che varca i confini italiani solo un paio di volte; un Ciampi amico di Sartre a uno amico di Camus, e così via. Ovviamente ciò non significa che alcune testimonianze siano meno attendibili di altre, ma che Ciampi era un po’ tutte queste cose insieme. Esse evidenziano il fatto, inequivocabile, che fosse una personalità estremamente complessa, contorta, sfuggente. Ed è proprio per questo che si rende necessaria una ricerca biografica che contribuisca a rendere questa immagine più vivida e netta e che, soprattutto, permetta di farla emergere da uno sfondo di fatti, dati, contesti e relazioni attendibili, accertate e documentabili. E certo non solo in quanto atto semplicemente dovuto a un artista la cui opera è già stata acquisita alla storia, ma perché in Ciampi il rapporto tra arte e vita è talmente stretto e indissolubile che non si può comprendere fino in fondo la prima senza conoscere approfonditamente la seconda. A tal proposito scrive Maurizio Cucchi, nella prefazione al libro Ho solo la faccia di un uomo: “Ho sempre pensato che ciò che conta è l’opera e che le vite affogano, che piaccia o meno, troppo spesso con pena, nell’effimero e nel privato. Ma per Ciampi il caso è diverso: come chi infine non distingue più la realtà dal sogno e ne mescola le immagini, così io lo vedo quasi aver cancellato i confini tra il cantare e lo scrivere e gli affanni e gli incidenti di un’esistenza intensa, continuamente risucchiata, smagrita”. In lui più che in altri, insomma, la conoscenza della biografia è essenziale per capire i motivi fondamentali che hanno disegnato il profilo della sua parabola creativa.

Per quel mi riguarda, qualche anno fa iniziai a condurre una ricerca in questo senso che mi portò, in un arco temporale abbastanza breve, a colmare alcune lacune e a correggere imprecisioni e inesattezze biografiche che fino ad allora erano state riportate sulla stampa. Innanzitutto, sul luogo di nascita: come risulta dall’atto di nascita, infatti, Piero Ciampi nacque in Via Roma 1-2 (curiosamente, giusto di fronte alla casa natale di Modigliani) e non in Via Pellettier 12, come dichiarato in alcune biografie. La ricostruzione della genealogia familiare, risalente fino al bisnonno paterno, mi ha poi consentito di negare ogni parentela con l’omonimo ex-Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, anch’essa erroneamente affermata in alcuni luoghi bibliografici. Infine, la scoperta di un intero fascicolo a suo nome, conservato negli archivi del Liceo Scientifico ‘F. Enriques’ di Livorno, mi ha permesso di ricostruire una parte della carriera scolastica, dalla quale si evince che non fu mai iscritto all’Università, non avendo conseguito alcun diploma di maturità. Sulla base di questi primi, positivi risultati, cercai poi di sviluppare e approfondire la mia ricerca, ma, per una serie di motivi che non sto qui a elencare, mi trovai presto davanti a numerose difficoltà di vario genere, non ultime quelle, cui ho già fatto cenno, dovute alla reticenza e alla scarsa disponibilità di alcuni testimoni. Le lacune sono ancora molte: niente si sa, per esempio, della sua infanzia e della prima giovinezza, se non che fu mandato dal padre a vivere presso gli zii a Milano, dove frequentò le scuole medie e i primi due anni del liceo. Poco o niente anche del tanto decantato periodo parigino (quanto effettivamente durò, che cosa effettivamente fece e chi incontrò, etc.), poco o niente sulla vera natura della malattia della madre (“vuoti di memoria” è la diagnosi ‘ufficiale’) che morì, sessantenne, nel manicomio di Volterra (e come non rammentare, in proposito, le parole rilasciate dallo stesso Ciampi nell’unica intervista che concesse alla stampa, nel 1976, secondo le quali “morì giovanissima”?). In verità Ciampi era in tutti i sensi quello che si dice un ‘cane sciolto’: andava e veniva, appariva e spariva per lunghi periodi, spesso senza neanche una dimora fissa. Una vita, la sua, irrimediabilmente segnata dall’assenza e dall’abbandono; una vita senza routine, senza orari, senza appuntamenti, senza coordinate, vissuta giorno per giorno. Le difficoltà derivano anche da questa evanescenza di fondo.

Ma la ricerca può e deve essere ripresa. Anzi, vorrei cogliere qui l’occasione per lanciare un appello affinché qualche collaboratore possa aiutarmi in questo difficile, faticoso e certamente lungo lavoro di ricostruzione. Ciò è in realtà auspicabile anche per l’opera poetica, poiché i testi raccolti nell’opera omnia pubblicata non sono certamente tutti: molti si troveranno ancora sparsi chissà dove. Insomma, c’è ancora molto da dire e da sapere su Ciampi, nonostante il grande e lodevolissimo lavoro che è stato fatto in questi decenni. La speranza, dunque, è che presto qualcosa si smuova.

* articolo apparso su CN Comune Notizie. Rivista del Comune di Livorno, n. 88 (ott./dic. 2014), pp. 32-35

Isadora Duncan

29 giugno 2014

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In questi giorni sto leggendo, tra gli altri libri, l’autobiografia di Isadora Duncan (I. Duncan, My life, Castelvecchi, 2014). È un po’ tutta un pallosissimo “vissi d’arte”, però la Duncan intuì, fin da giovanissima, una cosa fondamentale, che sta peraltro alla base non solo della danza ma di gran parte dell’arte del Novecento, e cioè che le regole, in arte, vi sono, ma non possono mai essere stabilite prima. L’arte è un gioco – l’unico, gioco – le cui regole si comprendono solo dopo averlo portato a termine. Credo consista in questo, e soltanto in questo, quella ‘libertà’ di cui si parla quando si parla di arte moderna.

Musica e immagini

1 febbraio 2014

picabia

Anni fa un amico mi chiese di aiutarlo a scegliere delle musiche adatte a commentare una serie di diapositive che aveva fatto durante un viaggio e che desiderava proiettare in pubblico. Un ‘lavoro’ normalissimo, dunque, di routine.
Ebbene, non riuscimmo a trovare alcunché di adatto dopo aver tentato con tutti i generi musicali, tutte le epoche, tutti gli stili, etc. Non se ne ‘adattava’ neanche uno. Un’esperienza paradossale, esilarante. Le diapositive presentavano immagini del tutto normali: paesaggi naturalistici, urbani, ritratti umani di gruppo o individuali, in primo piano o a distanza. Se una musica si adattava ai primi, faceva ridere sui secondi, e viceversa. Non ci fu verso di trovare una musica che stesse bene su tutto, neanche l’ambient, il chill-out, la lounge o la new age più generica e banale. Nulla di nulla. Chissà perché… La cosa mi fece ricordare le famose parole di Pasolini sul mistero del rapporto tra musica e immagine. Sembrava uno scherzo. Fu un’esperienza davvero molto interessante.

Miranda

31 ottobre 2013

Picnic.At.Hanging.Rock.1975.720p.BluRay (11)

I bambini atei

30 settembre 2013

simbolo ateismo

I bambini atei sostituiscono la Chiesa con la casa e Dio col nonno. Per me almeno è stato così. La religiosità – intesa etimologicamente come ‘legame’, come senso di appartenenza a qualcosa di più grande di noi, sia esso un ordine divino o naturale – non è appannaggio esclusivo delle religioni, anzi è una componente essenziale della vita umana. La differenza consiste nel fatto che, mentre ai bambini religiosi viene insegnato che il senso della vita si trova fuori della vita stessa, altrove e oltre, a quelli atei viene insegnato ad amare le cose del mondo in sé stesse, senza la necessità che trovino una collocazione nel quadro di un disegno divino. Credo che tutto ciò abbia un’incidenza sulla vita di ciascuno di noi e segni indelebilmente il modo in cui ci rapportiamo al mondo e agli altri.
Così, nei momenti in cui torna a scuotermi la domanda fondamentale sul senso della vita io non penso mai a quel che succederà dopo la morte, non mi prefiguro alcuno scenario paradisiaco o infernale, ma rivedo gli oggetti della mia infanzia e i gesti delle persone che ho amato, come se il senso della vita consistesse semplicemente nel piacere di averla vissuta, o tutt’al più nella speranza di riviverla, e non nella sua trasformazione in forme di vita ulteriori.

Pili pé

23 luglio 2013