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“Scusa, ma la ‘musica classica contemporanea’ cosa sarebbe esattamente?”.
“Eh, se uno scrive, per esempio, un pezzo per trio d’archi, oggi, quella è musica classica contemporanea”.
“Vuoi dire che dipende dagli strumenti per cui uno scrive?”.
“Eh sì, un po’ sì… Poi dev’essere anche ‘scritta’, ci dev’essere uno spartito, una partitura… per questo si chiama anche ‘colta’, perché chi la compone deve anche saperla scrivere, letteralmente, sul pentagramma”.
“E se uno scrive un pezzo, che so, per due chitarre elettriche, basso elettrico e dj, però appunto ‘scritto’, con la partitura?”.
“E’ musica classica contemporanea anche quella. Sì, ecco, diciamo che la presenza della scrittura è dirimente, è più importante dell’organico usato…”.
“Ma perché tanti compositori, oggi, continuano a scrivere per gli organici tipici della tradizione classica – trii, quartetti, cori e orchestre?”.
“Mah, ‘perché’… Perché evidentemente trovano che vi sia ancora qualcosa di interessante da tirar fuori da quegli strumenti”.
“E quanto durerà ancora, secondo te?”.
“?!”
“Voglio dire: queste ‘risorse’ sono finite o infinite?”.
“Mah, sai, dipende anche dalle famigerate ‘estetica e poetica’, dal pensiero musicale di un compositore, insomma, dall’idea che ha, che si fa del suono…”.
“Ma è pensabile secondo te che un domani a nessun compositore venga in mente di scrivere più per un’orchestra?”.
“Boh, e che ne so… Se la poneva anche Varèse, questa domanda. Credo sarà un po’ come con la questione della ‘tonalità’…”.
“E quale sarebbe la ‘questione della tonalità’, scusa?”.
“…”.

“Ma quindi la musica classica contemporanea rappresenta un po’ un genere a sé, come il pop, il jazz, la musica etnica…”.
“Sì, certo, anche se da cinquant’anni ormai i confini tra i generi musicali sono sempre meno netti… Comunque sì: al di là dei linguaggi musicali, i rispettivi ambiti nei quali operano i musicisti di oggi sono ancora riconoscibili. A parte la musica etnica, che purtroppo sta scomparendo, in rapporto inversamente proporzionale, peraltro, all’influenza che ha esercitato e che continua a esercitare sulla contemporaneità musicale”.
“Tornando alla ‘scrittura’: è ‘musica classica contemporanea’ anche se si usano sistemi di notazione non convenzionali, cioè senza pentagramma?”.
“Ma certo: notazioni grafiche e partiture verbali si usano ormai da quel dì… sono forme di scrittura anche quelle”.
“Ecco. Ma secondo te – poi mi cheto, giuro – quale dei generi elencati sopra e che tuttora convivono è il più rappresentativo per l’epoca in cui viviamo?”.
“Eh, è difficile dirlo… Dal punto di vista del seguito che ha e della cosiddetta ‘visibilità’ certamente il pop: anche un cretino lo vede. Da quello invece della capacità di cogliere lo Zeitgeist, lo ‘spirito dell’epoca’, non saprei proprio, si saprà fra qualche secolo, forse; in ogni caso la vedo dura e molto improbabile che sia un genere a trionfare sugli altri piuttosto che figure singole di musicisti: dipende da quanto dureranno ancora le varie tradizioni musicali, da quello che resterà e dalla determinazione a mantenerle vive da parte degli eredi”.
“Certo è un bel casino, però: per orientarsi con un minimo di agio e di scioltezza, dico. Io ‘un ci ‘apisco più nulla”.
“Ah, ma se è per quello stai tranquillo: ‘un ci ‘apisco più una sega nemmeno io”.

[Da Anonimo, “Dialoghi fra un insegnante paziente e uno studente curioso”, Livorno, Cartastraccia Edizioni, 2017, p. 128]

“Sirìno si farà”

13 luglio 2016

Al minuto 0′ 58” del primo singolo dei mitici Cugini di Campagna, si può sentire un misterioso verso, “Sirìno si farà”. Cosa sarà mai questo tanto inquietante quanto improbabile – ma inequivocabile – ‘sirìno’?  Per i più scaltri e avveduti ascoltatori il mistero dura poco, purtroppo, giusto il tempo di fare attenzione al resto del testo della canzone: si tratta, evidentemente, di un errore. E precisamente di quell’errore che consiste nel fondere le prime due sillabe del verso “si ricomincerà” con la terza di “l’inchino si farà”. I ragazzi avrebbero dovuto cantare il secondo di questi versi, insomma, ma se ne sono accorti tardi, dopo aver già pronunciato le prime due fatidiche sillabe del primo… La cosa ancora più sorprendente, però, è che la canzone sia stata lasciata così, con l’errore in bella evidenza. Probabilmente il tempo disponibile nello studio si stava esaurendo, e il tecnico o il produttore non erano disposti a prolungarlo, neanche per quei pochi minuti che sarebbero bastati per correggerlo. Ma io voglio spingermi oltre, e pensare che i ragazzi di Pietralata abbiano voluto deliberatamente omaggiare il caso. Un tratto dada, del resto, io l’ho sempre percepito nei Cugini: oscuro, ben poco vistoso, nondimeno presente, silenziosamente fluttuante nella poetica e nell’immaginario del gruppo. Quella minima, ma illuminante, quantità di dadaismo che è necessaria del resto a far esistere qualcosa come “il ballo di Peppe”, per la cui causa non basta, evidentemente, alzare le braccia, battere le mani o financo fare la ‘mossa’. Bisogna fare anche ‘sirìno’.

sassi

La musica non è un sistema chiuso. Non è una cassaforte la cui combinazione si trova soltanto nelle tasche dei musicisti. La musica è un sistema aperto, un oceano sconfinato. Non appartiene ai musicisti ma all’intera umanità, agli animali, alle piante, alle pietre, al vento. Non è esclusiva, classista, preziosa, sdegnosa. Si lascia penetrare dagli altri linguaggi, si lascia rifondare, rivoltare come un calzino. Non ha paura di perdere l’identità: le piace anzi trasfigurarsi, nascondersi, cambiare. Non ama soltanto i ‘professionisti’, non ha bisogno di custodi che la proteggano, di sacerdoti che ne custodiscano l’integrità. Ama ugualmente i bambini, gli ingenui, i virtuosi, i buffoni. Un pianoforte, per esempio (anche uno Steinway), è contento se qualcuno gli mette tra le corde pezzi di gomma, di legno, di metallo; e se qualcuno addirittura gli sega le gambe, ride. La musica è talmente generosa che si lascia frequentare anche dai cretini.
E soprattutto, alla musica non frega una cippa dei problemi che assillano i musicisti.

Musica liturgica, oggi.

7 giugno 2013

Domani

21 aprile 2013

Lo strapotere della musica

13 ottobre 2011

Prendiamo ora la voce di lei. Non è ‘la voce di una cantante’, bella, brutta o anonima che sia. Essa è LA VOCE di una certa Italia giovanile degli anni Settanta (anzi, della seconda metà degli anni Settanta). Una voce totalmente estinta – un tipo di sensualità vocale, anche, completamente estinto. (Provate a cercare, tra quelle di oggi, una voce femminile con le stesse inflessioni, lo stesso timbro e lo stesso stile, o anche solo con caratteristiche simili…). L’ ‘effetto di verità’ che produce sull’ascoltatore che ha vissuto quegli anni è sconvolgente: non è una donna che canta – sono i pantaloni a campana e i vestiti larghi, la 127, i capelli lunghi e le barbe incolte, il vinile graffiato e i primi orribili televisori a colori, le zie e gli zii giovani, i lunghi e infruttuosi pomeriggi piovosi. Non c’è foto, film, monumento, poesia, dipinto capace di restituirci quel mondo con la stessa intensità, con lo stesso ‘effetto di verità’ che produce la voce (quella voce). La musica scava più a fondo. Ecco, ma la musica DA DOVE CAZZO TRAE questo STRAPOTERE che ha?!?!

Baci Perugina

10 settembre 2011

Stamani ho scartato un Bacio Perugina e ci ho trovato questo:

Per ciò che riguarda il  p i a c e v o l e ,  ognuno riconosce che il giudizio che egli fonda su di un sentimento particolare, e col quale dichiara che un oggetto gli piace, non ha valore se non per la sua persona. Perciò quando qualcuno dice: – il vino delle Canarie à piacevole, – sopporta volentieri che gli si corregga l’espressione e gli si ricordi che deve dire: – è piacevole per me; – e così non solo pel gusto della lingua, del palato e della gola, ma anche per ciò che può essere piacevole agli occhi o agli orecchi. Per uno il colore della violetta è dolce ed amabile, per l’altro è cupo e smorto. Ad uno piace il suono degli strumenti a fiato, all’altro quello degli strumenti a corda. Perciò sarebbe da stolto litigare in tali casi per riprovare come errore il giudizio altrui, quando differisce dal nostro, quasi che tali giudizi fossero opposti logicamente; sicché in fatto di piacevole vale il principio:  o g n u n o  h a  i l  p r o p r i o  g u s t o  (dei sensi).

Per il bello la cosa è del tutto diversa. Sarebbe (proprio al contrario) ridicolo, se uno che si rappresenta qualche cosa secondo il proprio gusto, pensasse di giustificarsene in questo modo: questo oggetto (l’edificio che vediamo, l’abito che quegli indossa, il concerto che sentiamo, la poesia che si deve giudicare) è  b e l l o  p e r  m e . Perché egli non deve chiamarlo  b e l l o ,  se gli piace semplicemente. Molte cose possono avere per lui attrattiva e vaghezza; questo non importa a nessuno; ma quando egli dà per bella una cosa, pretende dagli altri lo stesso piacere; non giudica solo per sé, ma per tutti, e parla quindi della bellezza come se fosse una qualità della cosa. Egli dice perciò: – la  c o s a  è bella; – e non fa assegnamento sul consenso altrui nel proprio giudizio di piacere, sol perché molte altre volte quel consenso vi è stato; egli lo  e s i g e . Biasima gli altri se giudicano altrimenti, e nega loro il gusto, pur pretendendo che debbano averlo; e per conseguenza qui non si può dire; – ognuno ha il suo gusto particolare. – Varrebbe quanto dire che il gusto non esiste; che non v’è giudizio estetico, il quale legittimamente possa esigere il consenso universale.

I. Kant, Critica del Giudizio, Parte prima, Sezione I, Libro I, par. 7

Sesto Empireo

8 settembre 2011

Scrivere la musica

27 agosto 2011

 

Dato che chi può notare il metro giambico, non sa necessariamente che cosa sia il giambo, e lo stesso per la melodia, in quanto chi trascrive le note della melodia frigia non sa necessariamente  cosa sia la melodia frigia, è chiaro che la notazione non può essere la mèta della scienza [musicale].

Aristox. Harm. 2.39