Pasquetta

9 aprile 2012

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Sigle

21 dicembre 2009

…ma cosa sono le sigle?!

 

Albert e l’uomo nero

25 luglio 2009

Saprete (o immaginerete) che sono un grande appassionato di sceneggiati televisivi degli anni Settanta, in particolare degli ‘originali’, che si distinguono dai veri e propri sceneggiati perché non hanno in genere alcun romanzo a monte, ma sono, come l’espressione stessa ci dice, pensati in origine per la televisione e ad essa destinati. Quindi amavo e amo di più i vari Gamma, Ritratto di donna velata e Il segno del comando che non Sandokan, Madame Bovary o Il conte di Montecristo. La ragione è che negli originali, per forza di cose, quello spirito così ineffabile, quell’atmosfera così misteriosa e perversa caratteristica degli anni Settanta emergeva più perentoriamente con tutto il suo immaginario simbolico che non negli adattamenti di romanzi tratti dalla letteratura universale, nei quali invece rimaneva più sullo sfondo, in sordina, quando non era del tutto assente.

Tra i molti originali televisivi che sono rimasti scolpiti nella mia memoria, Albert e l’uomo nero è, insieme a La mia vita con Daniela, il più inquietante e perverso: qui quel senso di gratuità, quella cospicua dose di irrazionalità cui più volte ho fatto cenno nei miei post, emerge chiaramente in tutta la sua forza. La trama, che per la fiction di oggi sarebbe semplicemente impensabile, sembrava fatta apposta per spaventare i più piccoli: un bambino di nove anni, Albert, si ritrova solo in casa di notte per vari motivi (che sono ovviamente dei non-motivi – una volta il padre e la zia rimangono a dormire da un amico perché si guasta la macchina, un’altra volta la governante esce di casa per incontrarsi con un amante lasciando il bambino da solo in questa grande villa del ravennate) e riceve le visite di un uomo “completamente nero dalla testa ai piedi”, come dice Albert al commissario Gandini nella prima delle tre puntate trasmesse nel marzo 1976, senza che ovviamente se ne comprenda il motivo prima della fine.

Un’altra delle ragioni per cui amavo moltissimo questi originali era la musica che li accompagnava, generalmente languida e inquietante: come dimenticare A blue shadow o il Tema di Silvia di Romolo Grano, scritte per Ho incontrato un’ombra? o la musica di Migliardi per A come Andromeda? O ancora, quella di Cipriani per Dov’è Anna e quella di Simonetti, languidissima tra tutte, per Gamma?… e il terrore che incuteva la Ballata di Carini, sempre di Grano, che sottolineava magistralmente la scena au ralenti dell’uccisione della baronessa con l’impronta della mano insanguinata sul muro, ne L’amaro caso della baronessa di Carini? Tracce indelebili che hanno scavato l’inconscio di un’intera generazione… La musica di Albert e l’uomo nero fu scritta invece dal compositore romano Franco Micalizzi, autore di molte colonne sonore per il cinema, oltre che per la televisione, di quegli anni.

PS Scusate, sopra ho scritto una cazzata: Sandokan ovviamente mi ha fatto gioire e tremare come pochi altri, ma è stata un’eccezione tra gli sceneggiati tratti da romanzi.

acomeandromeda

 

Parlavo di Franco Godi, dell’ancora non riconosciuta importanza di questo compositore i cui jingles continuano a girare nella testa di milioni di italiani dopo quarant’anni. Lo stesso discorso può essere esteso a molti altri musicisti che hanno lavorato per la televisione in quegli anni, hanno scritto musica importante e non vengono neppure citati nei libri di storia della musica, per quanto ‘aggiornati’ essi siano. Fiorenzo Carpi (chi può dimenticare le impareggiabili musiche del Pinocchio di Comencini?), Mario Nascimbene (interessante compositore e sperimentatore che ha scritto molta musica per il Rossellini televisivo – Socrate, Atti degli apostoli, ecc.), Romolo Grano (autore della musica di alcuni tra gli sceneggiati più indimenticabili della Rai, da Il segno del comando a Ho incontrato un’ombra a L’amaro caso della baronessa di Carini), Enrico Simonetti (grande pianista e improvvisatore, scrisse tra l’altro la bellissima colonna sonora dello sceneggiato Gamma), Mario Migliardi (sue sono le musiche straordinarie di A come Andromeda e la stupenda canzone Una musica, sigla finale dell’edizione 1972-73 di Rischiatutto); e come dimenticare l’orchestra scintillante di Bruno Canfora, o quella calda e dolce di Pino Calvi? Compositori e arrangiatori che hanno contribuito, insieme ad altri ben più noti e riconosciuti, a definire il suono del secondo Novecento italiano. Su di loro non vi è alcuna bibliografia e poca (o punta) discografia. Ma in fondo non c’è da meravigliarsi; la stessa sorte è toccata ai produttori, figure oggi di primaria importanza nella musica pop, veri e propri designers acustici capaci di trasformare un prodotto virtualmente mediocre in un capolavoro (si pensi solo a una figura centrale come Brian Eno). Si è mai letto, del resto, in un libro di storia della musica, un capitolo o un paragrafo dedicato, che ne so, a George Martin, Phil Spector, Conny Plank, Bob Ezrin o Giorgio Moroder, per citare soltato alcuni nomi? Eh, ce n’è di lavoro da fare per chi dovrà scrivere la storia della musica degli ultimi sessant’anni!

Dopo il segnale orario e il monoscopio, non poteva mancare un omaggio a un altro dei momenti salienti della liturgia televisiva quotidiana: la sigla di chiusura delle trasmissioni, segno inequivocabile della fine della giornata e monito per tutti coloro che si erano trascinati in casa fino a tardi. La musica, perfettamente aderente allo scopo, fu scritta dal compositore Roberto Lupi (1908-1971), uno dei grandi dimenticati del Novecento italiano. Intitolata Saturno, fu trasmessa dal 1954 al 1985, quando venne sostituita dall’Inno di Mameli (già palese segno di incipiente imbecillità dei dirigenti Rai – come ci si può addormentare sulle note di un inno nazionale?). La partitura, datata ‘Firenze, 23 ottobre 1953’ e della durata di 30 secondi circa, è orchestrata per oboe, arpa, archi e tam-tam. Su di essa, oltre al manoscritto originale che è stato recentemente pubblicato sulla rivista Civiltà musicale (n. 55/56, giugno-dicembre 2005, pp. 8-10), rimane anche un’interessante lettera di accompagnamento alla partitura che Lupi spedì ai committenti Sergio Pugliese e Luciano Chailly, allora rispettivamente Direttore Generale e consulente musicale della Rai, nella quale si illustra il senso del brano in questi termini: “Si tratta di un breve brano di carattere sereno e, direi, ingenuo. L’oboe, scherzando, ripete un frammento in forma di richiamo e gli archi, tranquillamente, espongono un tema cullante come per preparare un sonno sereno agli ascoltatori. La mia intenzione è stata quella di chiudere, sì, ma anche di predisporre l’animo dell’ascoltatore ad una notte calma e sognante”. Che meraviglia, che candore… Oddio, che fosse un brano di carattere sereno non so quanti lo sottoscriverebbero: forse saranno state anche le immagini dell’antenna e le sparute nubi nel cielo nero che lo accompagnavano a evocare altre sensazioni, ma un che di inquietante quei suoni misteriosi lo avevano…

Musica e televisione

9 gennaio 2009

Per tornare ancora su temi televisivi dopo l’intervallo delirante del post precedente, chiediamoci ora: quanto è stata importante la musica della televisione per la nostra formazione culturale? E quanto dovremo aspettare prima che gli venga riconosciuto un posto di tutto rispetto  nella storia della musica contemporanea italiana?

Se si vuole approfondire questo tema non si può fare a meno di parlare di Franco Godi. Chi è Franco Godi? Pochissimi sanno chi sia, eppure devo ammettere che non mi costa troppa fatica considerarlo, senza mezzi termini, uno dei compositori che hanno esercitato l’influenza più profonda sulla cultura italiana dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Senza aver praticamente mai pubblicato, per quanto ne sappia, un disco a suo nome, senza mai aver fatto concerti né stampato sue partiture, Franco Godi è riuscito a imprimere nella memoria di milioni di italiani i suoi geniali jingles pubblicitari e le sue straordinarie, originalissime sigle televisive. Quali? Un elenco completo richiederebbe un post di venti pagine; vediamo se possono bastare questi jingles di Carosello (mi rivolgo ovviamente ai nati tra – diciamo – il 1950 e il 1970, e a costoro chiederei anche di calcolare quanti centesimi di secondo sono stati necessari per associare la musica ai titoli):

 

  • Olio Bertolli [Le avventure di Olivella]
  • Lievito Bertolini [Maria Rosa]
  • Orzoro
  • Baci Perugina
  • Ondaflex [Bidibòdi-bu]
  • Talmone [Miguel son mì]
  • Fernet Branca

 

O queste sigle di cartoni animati:

 

  • La linea
  • Supergulp!
  • Il gruppo TNT
  • Nick Carter
  • Giumbolo
  • Le avventure del Signor Rossi

 

O ancora queste sigle di programmi televisivi:

 

  • Parola mia
  • Uno mattina
  • Domenica in

 

etc. etc.

 

Insomma, signori, lascio a voi giudicare: siamo o no di fronte a un fenomeno importante? Io penso di sì. Ma ecco, la parola ‘importante’: una parola importante, sembrerebbe. Eppure, confesso che non sempre riesco a coglierne il reale significato. Per esempio, quando qualcuno mi dice che Azio Corghi – tanto per fare un nome – è un compositore importante, io non capisco bene cosa si intenda dire… Che vuol dire ‘importante’? Che ha studiato tanto ed è eseguito in mezzo mondo? Che sa la musica? Barnett Newman, il pittore americano, una volta disse che in un’opera d’arte non è importante quello che l’artista ci mette dentro, ma quello che lascia fuori…

Mah, chissà perché i pittori sono sempre stati più svegli e intuitivi dei musicisti!

 

 

Per restare in tema di nostalgia e di televisione, che dire allora del vecchio monoscopio, autentico fondamento della nostra possibilità di apprezzare l’arte astratta? Credo che poche immagini abbiano avuto la stessa pregnanza simbolica per la nostra generazione: un vero e proprio totem… L’enorme forza d’impatto esercitata dal monoscopio sul nostro inconscio scaturiva essenzialmente dal mistero della sua presenza: essendo bambini, non potevamo comprenderne la funzione di quadro di prova per la taratura delle apparecchiature, per noi non era che una composizione geometrica di linee, forme e numeri su una scala di grigi. Un’icona della modernità, insomma. Anche in questa immagine sacra, come nel segnale orario, si celava un monito: quello dell’imminenza, poiché quando appariva predisponeva a una trepida attesa per l’inizio della ‘TV dei ragazzi’. Ma vi si celava anche un senso di desolazione, quando seguiva la fine delle trasmissioni e consegnava l’immaginario televisivo al freddo della notte.

E la musica, per finire? Accompagnato dal suono fisso e prolungato di un oscillatore, il monoscopio ci ha introdotti anche al minimalismo più estremo, quello dei suoni eterni e infiniti di LaMonte Young. Che si vuole di più?

 

Horror vacui

7 gennaio 2009

 

 

Se per Plotino la filosofia non esprimeva altro che una “infinita nostalgia dell’Uno” e cioè, per esprimerci con parole un po’ più aggiornate, l’eterno desiderio di riconciliarsi col mondo; e se Kafka raccomandava come indispensabile, anche all’uomo più sdegnoso e recalcitrante, l’avere una finestrina che finalmente, nonostante tutti gli sforzi in senso contrario, ci avrebbe trascinati verso la concordia umana; ecco, io, per me, provo una nostalgia infinita  di quel piccolo angolino televisivo, di quell’ipnotico momento di sospensione, di quel breve, metafisico monito al silenzio che era il vecchio segnale orario della Rai. Ve lo ricordate? Fino agli anni Ottanta è stato l’ultimo, unico, tenerissimo e strenuo baluardo del silenzio nella nostra chiassosa società. Poi, poco prima che il segnale orario sparisse del tutto, il silenzio si involò anche da lì…