Pietro_Mascagni_1

Penso che il suo sia un caso molto istruttivo e anche abbastanza frequente tra i compositori: il caso di un compositore molto dotato, di grande talento, al quale però è mancato sia un orientamento estetico forte, sia – peggio ancora – la capacità di comprendere il presente (che non significa fiutare le mode e le tendenze ma, al contrario, proprio comprendere la realtà che ci circonda, percepirne il senso e lo spirito). Al di là della gloria, della fama, della ricchezza e degli onori, credo che la vita di Mascagni sia stata molto sofferta da questo punto di vista. La chiave sta un po’, come sempre, nella biografia. Se andiamo a vedere la sua vita nel periodo immediatamente precedente alla composizione di Cavalleria, scopriamo che Mascagni si era totalmente assuefatto all’idea di restare per sempre il direttore della Filarmonica di un paesino sperduto, dove aveva messo su famiglia e radici. Si sentiva un compositore fallito e vagheggiava di poter realizzare prima o poi il sogno di tutta la sua vita. Questo sogno aveva un nome: Guglielmo Ratcliff, l’opera nella quale era immerso sin da adolescente e che sembrava dovesse diventare l’opera che non sarebbe mai riuscito a realizzare, un po’ come nel Frenhofer di Balzac (il modello dell’artista che lavora per tutta la vita a un’opera senza mai riuscire a portarla a compimento) o, se vogliamo una figura più aggiornata, nel Richard Dreyfuss del film Goodbye Mr. Holland. Questo era Mascagni a venticinque anni. Come sappiamo, infatti, Cavalleria fu il frutto di un caso assoluto – la caduta dello sguardo su una pagina di giornale che riportava il bando di un concorso. Nonostante l’avesse composta in uno stato di eccitazione febbrile, sappiamo anche che Mascagni non ne era granché convinto, se addirittura – narra la leggenda – fu la moglie a spedire la partitura il giorno prima o quasi della scadenza del bando. Il resto è storia. Quindi Mascagni divenne d’un tratto non solo l’autore di un’opera che fece il giro del mondo in appena due anni, ma anche, suo malgrado, il capostipite di un nuovo genere, il cosiddetto ‘verismo musicale’, un genere che influenzò più gli altri operisti che lui stesso. Lui infatti continuò a pensare al Ratcliff, anche dopo il successo enorme di Cavalleria, e il Ratcliff era un’opera romantica per eccellenza, cioè un’opera già fuori dal suo tempo. Cosa accadde, dunque? Accadde che gli editori, ovviamente, vedendo in lui una gallina dalle uova d’oro, cominciarono a chiedergli di sfornare un’opera dopo l’altra, che lui scrisse però con poca convinzione, affidandosi unicamente al suo talento di compositore ma senza avere la minima idea di cosa fare, o meglio di che senso dare al proprio operato. Ed ecco così l’opera esotica, l’opera liberty, il drammone romantico, fino all’operetta: tutti lavori che recano qua e là l’impronta e il guizzo di un grande talento, ma che sono completamente fuori da un contesto culturale così travolgente e innovativo come quello europeo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento (ricordiamoci che il nostro era coetaneo di Mahler, di Debussy, Satie e Strauss). Insomma, per concludere: Mascagni fu e restò, come altri compositori, l’autore di un’unica opera che in fondo non gli apparteneva, che era stata scritta di getto e forse proprio per quello riuscì così bene (Cavalleria rusticana è indiscutibilmente un vero gioiello, una perla); un’opera che segnò definitivamente la sua vita, nel bene e nel male, e che gli fu croce e delizia ad un tempo.

Ecco, questa è l’idea che mi son fatto di lui.

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