Laszlo Moholy-Nagy

30 settembre 2011

No, via, non c’è niente da fare. Io con la testa sono lì, in quegli anni lì… gli anni Dieci-Venti (e la loro eco postbellica, gli anni Cinquanta-Sessanta). Non mi ci schioda nessuno. Il resto, per me, non esiste.

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Song 69 for Breschi

22 settembre 2011

Questo è un mio pezzo per pianoforte ‘pre-preparato’, elettronica e voce di Lenin che mi fu commissionato dalla cooperativa Blu Cammello di Livorno nel 2005. Il video, basato su materiali d’archivio, è stato realizzato dall’amico Antonio Marzotto.

“a’ Cesareeeee…”

17 settembre 2011

Senti questo, Cesare: è la quintessenza della musica. Fa il culo a una marea di compositori ‘colti’ messi in fila. Ogni tre battute ne casca uno. 🙂

Ingrid Thulin

15 settembre 2011

Baci Perugina

10 settembre 2011

Stamani ho scartato un Bacio Perugina e ci ho trovato questo:

Per ciò che riguarda il  p i a c e v o l e ,  ognuno riconosce che il giudizio che egli fonda su di un sentimento particolare, e col quale dichiara che un oggetto gli piace, non ha valore se non per la sua persona. Perciò quando qualcuno dice: – il vino delle Canarie à piacevole, – sopporta volentieri che gli si corregga l’espressione e gli si ricordi che deve dire: – è piacevole per me; – e così non solo pel gusto della lingua, del palato e della gola, ma anche per ciò che può essere piacevole agli occhi o agli orecchi. Per uno il colore della violetta è dolce ed amabile, per l’altro è cupo e smorto. Ad uno piace il suono degli strumenti a fiato, all’altro quello degli strumenti a corda. Perciò sarebbe da stolto litigare in tali casi per riprovare come errore il giudizio altrui, quando differisce dal nostro, quasi che tali giudizi fossero opposti logicamente; sicché in fatto di piacevole vale il principio:  o g n u n o  h a  i l  p r o p r i o  g u s t o  (dei sensi).

Per il bello la cosa è del tutto diversa. Sarebbe (proprio al contrario) ridicolo, se uno che si rappresenta qualche cosa secondo il proprio gusto, pensasse di giustificarsene in questo modo: questo oggetto (l’edificio che vediamo, l’abito che quegli indossa, il concerto che sentiamo, la poesia che si deve giudicare) è  b e l l o  p e r  m e . Perché egli non deve chiamarlo  b e l l o ,  se gli piace semplicemente. Molte cose possono avere per lui attrattiva e vaghezza; questo non importa a nessuno; ma quando egli dà per bella una cosa, pretende dagli altri lo stesso piacere; non giudica solo per sé, ma per tutti, e parla quindi della bellezza come se fosse una qualità della cosa. Egli dice perciò: – la  c o s a  è bella; – e non fa assegnamento sul consenso altrui nel proprio giudizio di piacere, sol perché molte altre volte quel consenso vi è stato; egli lo  e s i g e . Biasima gli altri se giudicano altrimenti, e nega loro il gusto, pur pretendendo che debbano averlo; e per conseguenza qui non si può dire; – ognuno ha il suo gusto particolare. – Varrebbe quanto dire che il gusto non esiste; che non v’è giudizio estetico, il quale legittimamente possa esigere il consenso universale.

I. Kant, Critica del Giudizio, Parte prima, Sezione I, Libro I, par. 7

Sesto Empireo

8 settembre 2011