La recensione è apparsa per la prima volta il 13 dicembre scorso su Blogfoolk Magazine al seguente link: https://www.blogfoolk.com/2024/12/piero-ciampi-siamo-in-cattive-acque.html

A volte le più caotiche e disordinate vite dei più sregolati e sfuggenti artisti sono segretamente dominate da una rigida geometria. È il caso, tra gli altri, di Piero Ciampi, la cui carriera artistica è divisibile in due fasi distinte per stile e per carattere che coincidono esattamente coi decenni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Non solo: anch’esse, esattamente e a loro volta, possono essere suddivise in due fasi di eguale durata (quindi due quinquenni) in cui nella prima vengono prodotte incisioni poi pubblicate mentre nella seconda solo incisioni rimaste inedite, lui vivo, e provini. Quindi abbiamo: una fase ‘1A’ che va dal 1960 al 1965, durante la quale esce un certo numero di dischi caratterizzati da uno stile comune; una fase ‘1B’ di inediti e provini, che va dal 1966 al 1969; una fase ‘2A’ che val dal 1970 al 1975 e in cui esce, di nuovo, un certo numero di dischi caratterizzati da uno stile comune (ma diverso rispetto al decennio precedente); infine, una fase ‘2B’, dal 1976 al 1979, con altri inediti e provini. Nei primi giorni del 1980 Ciampi muore. Se a questo schema aggiungiamo, o meglio anteponiamo, una fase preparatoria e di formazione musicale, che va grossomodo dal suo ritorno a Livorno da Milano nel 1950 (quindi quand’era sedicenne) fino al suo ritorno da Parigi (dove ha soggiornato non si sa bene per quanto), all’incirca nel 1959-60; e una fase – la più oscura e meno nota – che va dalla nascita nel 1934 al ritorno, appunto, da Milano a Livorno nel 1950, abbiamo uno schema che conferisce, quasi beffardamente, un generale carattere matematico molto semplice a una delle vite più contorte e sfuggenti nella storia della canzone italiana.

In questo scritto vorrei porre l’attenzione e riflettere in particolar modo sugli inediti e i provini di entrambe le fasi – sia su quelli, cioè, degli anni Sessanta, che su quelli degli anni Settanta – per confrontarli tra loro e al loro interno e per distinguervi diverse categorie di appartenenza, nella speranza di gettare un po’ di luce sul loro senso e significato.

Ma intanto, e in generale: che cos’è un ‘provino’? Come dice il nome stesso, è l’abbozzo di una canzone, la sua forma primitiva, grezza e non ancora sgrossata, strutturata e confezionata con arrangiamenti ad hoc. E già qui si possono individuare casi problematici: se provini come quelli di Dario di Livorno o anche de La storia del Signor YX si prestano bene ad essere arrangiati e orchestrati seguendo pochi passi, un provino come quello di Se… ma… no…, per esempio, creerebbe qualche difficoltà al compositore che intendesse cimentarsi a trasformarlo in una canzone strutturata e arrangiata a dovere. Per carità, tutto può essere ‘arrangiato’: si può fare anche una cover di 4’ 33’’ di John Cage (io mi sono divertito a farla, per esempio). Ma la sensazione, rispetto a Se… ma… no… è che sia un pezzo già perfetto così com’è, allo stato cioè di abbozzo informe e frammentario, semplicemente perché non pare l’abbozzo di alcunché, ma semmai qualcosa di in qualche modo già definito, anzi forse – e così dico subito la mia opinione al riguardo – la cosa più compiuta e definitiva di tutto ciò che ha inciso Ciampi.

L’inedito, poi, non è altro che un’incisione già compiuta che però, per un motivo o per un altro, non esce, non viene pubblicata, come nel caso ad esempio di Adius, che peraltro è quasi l’unico esempio di questo tipo (potremmo aggiungervi Due, che ha, anch’esso, un carattere di maggior compiutezza e definizione rispetto a Fra 30 anni, un provino montato sulla stessa base).

C’è poi da dire che i provini di Ciampi oggi disponibili all’ascolto hanno quasi raggiunto, per numero, la stessa quantità dei brani arrangiati e pubblicati lui vivo, venendone così a costituire un vero e proprio contraltare dialettico ed esegetico, più che un residuato di interesse esclusivamente storico-filologico. È infatti recentissima la pubblicazione di un prezioso CD doppio di canzoni inedite intitolato Siamo in cattive acque, curato da Enrico De Angelis e stampato da Squilibri, contenente un corposo libretto corredato di un’ampia introduzione critica dello stesso De Angelis, di bellissime foto di Uliano Lucas e dei testi delle canzoni.

Il disco aggiunge un notevole numero di inediti al catalogo delle opere di Ciampi: contiene sette provini di sei canzoni del tutto sconosciute fino a oggi (Il tuo corpo in due versioni, Perché, Va la vita va, Un giorno o l’altro ti ucciderò, L’amore va, Ed ora dove andrai?); quattro di canzoni di cui era finora noto solo il testo (Mai muoversi, Fra 30 anni, Se… ma… no… in due versioni); e ben ventuno di canzoni che erano già note nella loro veste definitiva (Triste triste, versione embrionale di Livorno, Conphiteor, Io e te Maria, Il lavoro, Viso di primavera) o come varianti di provini già pubblicati (Non c’è più l’America e Miserere, entrambi in tre versioni, Madonnina del 2000, Hitler in galera, Hanno arrestato anche l’inverno, La storia del Signor YX). Un particolare interesse rivestono inoltre i provini di sei canzoni scritte per Nada (Confiteor, Sul porto di Livorno, Come faceva freddo, Eri proprio tu, Zambaro e la fino ad oggi sconosciuta Sono seconda), che verranno poi in parte raccolte e pubblicate insieme ad altre nel 1973 nell’album Ho scoperto che esisto anch’io.

Le prime sei canzoni sono frutto della collaborazione con Elvio Monti, compositore, pianista e arrangiatore genovese noto per aver lavorato, tra gli altri, con Fabrizio De André e con gli Squallor, e risalgono alla primavera del 1967, epoca in cui i due stavano curando l’incisione dell’album Lucia Rango Show, primo e unico 33 giri, recentemente ristampato, dell’allora esordiente cantante pugliese. Monti aveva già avuto occasione di collaborare con Ciampi nel 1963 e nel 1965, quando compose le musiche per Nato in settembre, una canzone interpretata dall’attrice Georgia Moll, e lavorava come arrangiatore per l’etichetta discografica Ariel, della quale Ciampi era stato per breve tempo direttore artistico. Nel maggio 1967 i due registrano dei provini per quello che avrebbe potuto diventare il secondo album di Piero Ciampi e che avrebbe probabilmente compreso le seguenti  undici canzoni: Il tuo corpo, Perché, Va la vita va, Un giorno o l’altro ti ucciderò, Triste triste, Non c’è più l’America, Miserere, Conphiteor, L’amore va, Ed ora dove andrai? e Viso di primavera; tutte canzoni nuove rispetto alle precedenti, fatta eccezione per Conphiteor, la prima incisione in assoluto di Ciampi, risalente al 1960, di cui viene ripreso con minime modifiche il testo, mentre la musica viene composta ex novo, e Un giorno o l’altro ti ucciderò, che mostra alcune analogie con una canzone pubblicata nel 1963 dal titolo simile (Un giorno o l’altro ti lascerò) e di cui viene ripreso, rallentato, l’inciso melodico del ritornello, mentre la melodia delle strofe anticipa in qualche modo e misura quelle di Ma che buffa che sei e di Mia moglie, due delle canzoni più note del periodo successivo, segnato dalla collaborazione con Gianni Marchetti. Per gli arrangiamenti di otto di esse Monti si avvale della tavolozza timbrica tipica dell’epoca, quella cioè della piccola e media orchestra di musica leggera (con archi, fiati, organo elettrico, pianoforte, chitarra elettrica, contrabbasso e batteria) e di uno stile di chiara ascendenza jazzistica (swing e mainstream con apporti blues) che si differenzia leggermente da quello, precedente e generalmente d’impronta più melodica, di Gian Franco Reverberi; quattro di esse sono invece registrate con l’accompagnamento della sola chitarra classica suonata dallo stesso Ciampi. Di queste ultime, Ed ora dove andrai? e L’amore va costituiscono la forma embrionale di, rispettivamente, Tu no (limitatamente alla melodia della strofa) e Barbara non c’è. Di quest’ultima può essere considerata variante anche Va, la vita va: sia qui che ne L’amore va la melodia si dipana infatti su quella caratteristica progressione cromatica discendente di settime maggiori che è la cifra armonica di Barbara non c’è (e un vero e proprio topos di tanta musica leggera, soprattutto cinematografica, degli anni Sessanta). Triste triste, la cui melodia viene utilizzata anche per Conphiteor, è invece, dicevamo, la forma embrionale di Livorno, rispetto alla quale presenta una strofa in più e alcune differenze armoniche, ma soprattutto un andamento decisamente più sostenuto che a mio avviso stravolge il carattere statico e contemplativo dei versi, così ben messo in evidenza invece nel successivo arrangiamento lento, dolce e compassato di Marchetti. Interessante e curiosa, poi, la forma di due canzoni come Non c’è più l’America e Miserere le quali, pur non riuscendo deplorevolmente mai a vedere la luce in una forma compiuta e definitiva, saranno riprese sia da Reverberi nel 1968-69 che da Marchetti negli anni Settanta. La prima presenta un accompagnamento di stile prettamente country, che nei provini successivi sparirà del tutto, mentre la seconda, una delle canzoni a mio parere più pregnanti, dirette, schiette e potenti di Ciampi, qui non ha ancora il carattere cupo e mortuario che assumerà nei provini successivi, cadenzati da una lentissima serie cromatica di accordi minori monocromi (affidati al solo organo nella versione di Reverberi, alla sola chitarra in quella di Marchetti), ma un tratto più secco e nervoso conferitogli dall’ottimo swing di Monti. In Perché (una canzone di cui finora esisteva solo un frammento citato confusamente a memoria da Gino Paoli) c’è un riferimento alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che coincide con un periodo della vita di Ciampi di cui sappiamo ancora poco o niente; Il tuo corpo contiene invece immagini poetiche che saranno tipiche del Ciampi più maturo, dalla “seta che è trasparente come un suono” alla “gonna bianca che è piena del tuo futuro”, alle “mille forme” curvate dalla mano “in un disegno sovrumano”. Chiude questa preziosa raccolta la prima versione della stupenda Viso di primavera, una delle canzoni di Ciampi melodicamente più classiche e perfette, scritta insieme al fratello Roberto presumibilmente nel 1965, anno in cui morì la madre Mira Poljak al manicomio di Volterra.

Nei due anni successivi alla collaborazione con Monti Ciampi lavorerà con Gian Franco Reverberi a un nuovo gruppo di provini, che sono stati pubblicati in CD nel 1995 e tra quali figurano di nuovo Miserere, curvato però, come detto, in una versione dal tono più ‘sacro’ con l’accompagnamento del solo organo, Viso di primavera e, con una terza melodia ancora diversa sia dalla prima che dalla seconda versione, Conphiteor. In più, vi si trova una versione, la prima, di Tu no che, elaborando lo spunto offerto da E ora dove andrai?, è sostanzialmente identica a quella che di lì a poco verrà pubblicata per la Det con l’arrangiamento definitivo di Marchetti, siglando l’inizio della loro collaborazione e dando avvio alla seconda e ultima fase della sua opera.

Quando Marchetti e Ciampi si incontrano, dunque, nel 1969 inoltrato, Ciampi ha con sé materiale sufficiente per un paio di nuovi album, ma solo tre delle canzoni del precedente repertorio finiranno nel loro primo 33 giri, uscito nel settembre 1971: Tu no, Barbara non c’è (rielaborazione di Ed ora dove andrai? e L’amore va) e Triste triste (reintitolata Livorno). Ad esso seguirono due altri album a nome Ciampi (Io e te abbiamo perso la bussola nel 1973 e Dentro e fuori, prodotto nel 1975 e distribuito all’inizio del 1976), un album per Nada, una raccolta, alcuni singoli e un discreto numero di inediti e provini. Nei due CD di Siamo in cattive acque ne possiamo ascoltare per la prima volta una ventina, alcuni inediti fino ad oggi, altri precedentemente pubblicati in diverse varianti. Gli straordinari Fra 30 anni (proveniente, insieme a Il lavoro, da una lacca stampata il 17 luglio 1972), e Mai muoversi, fanno parte di quella categoria di canzoni che Ciampi costruiva su basi precedentemente registrate da Marchetti e di solito destinate al cinema: il primo su una base che verrà poi pubblicata, con il titolo di Chukeba bay, in Equinox (1977), una delle numerose raccolte di musica lounge realizzate da Marchetti nella seconda metà degli anni Settanta; il secondo sulla musica che accompagna i titoli di testa del film Milano: il clan dei calabresi (1974) di Giorgio Stegani, una fusion tiratissima e magistralmente eseguita dagli eccellenti solisti che facevano parte delle orchestre di musica leggera dell’epoca, con moog, vocalizzi scat, organo Hammond, ottoni e una sezione ritmica portentosa. Ciampi mostra una certa difficoltà ad adattare i versi delle strofe al brano, a mantenersi in equilibrio sui continui spostamenti di accenti della sezione ritmica, tanto che a un certo punto è costretto a fermarsi dopo una falsa partenza: “Gianni, la spacco”, dice spavaldo, “però bisogna che tu venga un pochino qui…”; la base intanto procede e lui si abbandona a un flusso incontrollato di esilarante nonsense. Nella stessa lacca si trova una versione de Il lavoro identica a quella pubblicata in Io e te abbiamo perso la bussola salvo che nella parte centrale parlata, che presenta un testo diverso. Anche il provino di Io e te Maria è molto simile alla versione definitiva, con alcune varianti testuali e la presenza insolita di un cimbalom. Il primo dei due CD si chiude con i sei provini per l’album di Nada, quattro (Come faceva freddo, Confiteor, Eri proprio tu e la finora sconosciuta Sono seconda) accompagnati dal pianoforte di Marchetti, due (Sul porto di Livorno e Zambaro, canzone che fu poi esclusa dal disco e che riapparirà più tardi con un testo completamente diverso e intitolata Adius) accompagnati da un ensemble strumentale.

Nel secondo Cd figurano infine le varianti inedite dei provini – gli ultimi – che Ciampi registrò al Cenacolo nell’inverno del 1977, già noti per essere stati pubblicati in parte da Giuseppe De Grassi nel 1990 e che rappresentano la quintessenza del suo stile improvvisato e del suo metodo anarchico. In essi, infatti, Ciampi riversa, concentra e sintetizza in modo esemplare tutto il dolore e tutta la scoperta fragilità della sua poesia. Accompagnandosi con una chitarra scordata – eccetto nei casi in cui ad accompagnarlo è il turnista Aldo ‘Jimmy’ Tamborrelli – e cantando con una voce rotta e deformata dall’ebbrezza, li registra pensando probabilmente alla possibilità di raccoglierli in un nuovo album ma come avendo la certezza che non vi sarebbe mai stato alcun nuovo album. Riprende tre canzoni scritte dieci o più anni prima (Madonnina del 2000 sulla melodia di Fra cent’anni, Miserere e Non c’è più l’America) alle quali aggiunge la grottesca Hitler in galera, la scarna e tragicomica Storia del signor YX e la straziante Hanno arrestato anche l’inverno, nella quale a un certo punto perde completamente il controllo degli accordi e lascia sospesa la voce sola a sussurrare, come in un lamento arcano nel buio, alcuni dei suoi versi più intensi.

Ma è nelle due versioni di Se… ma… no… che si raggiunge il vertice inarrivabile e la sintesi suprema di tutta la sua opera. Confesso che l’ascolto di questa ‘canzone’ (ma è una canzone? boh), che già avevo avuto la fortuna di conoscere anni fa in una delle due versioni, è stata una tra le esperienze più sconvolgenti di tutta la mia vita di ascoltatore. Non ci si capacita di come uno possa tradurre, fotografare, in una parola esprimere senza alcun filtro e con tale potenza, precisione e verità la disperazione e la solitudine umane. Già solo gli accordi che accompagnano la voce, e che da un certo momento in poi diventano delle semplici macchie sonore, dei colpi sordi, rappresi e ovattati, delle lame spuntate e arrugginite che fendono l’aria a caso o dei bisbiglii inaudibili, scardinano del tutto ogni tentativo di costruzione formale; e la voce, la voce, che qui supera se stessa nel grido (“tu mi dici di nuovo se e io ti dico no”), nell’articolazione, nel timbro e nella collocazione spaziale (dove sono quei “no” e quei “ma”? impossibile stabilirlo); la voce, dicevo, che non recita ma dice, e dice – e grida – non versi, non frasi, non parole ma lacerti di vita e allucinazioni, come in quei prati in fiore che sono “bianchi come nostra madre”, o in quella “specie di sorriso che tu mi proponi” e che “si schiaccia contro il mio viso come una noce”; una voce, un’anima che si sa inascoltata e inesorabilmente e irreversibilmente perduta poiché l’altro alla fine non è, kantianamente, che un noumeno, un grave inaccessibile che occupa semplicemente uno spazio: “in questa continuità, in questo nostro respiro io non so più cosa fare perché tu sei un volume”. Versi devastanti che non ammettono commento o replica alcuna. Mai, credo, nella storia della canzone italiana il senso dell’incomunicabilità umana è stato esplicitato meglio.

Perciò, ecco, anche se nel CD vi fossero state solo le due versioni di Se… ma… no… (una per disco, per un totale di soli dieci minuti di musica) la sua uscita avremmo dovuto accoglierla come una benedizione e un miracolo. Un sincero e sentito grazie, dunque, a Enrico De Angelis e a Squilibri per aver pubblicato e condiviso queste testimonianze insostituibili di arte e di vita.

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